A seguito della Manovra economica 2020, anche in Italia, dal 1° Ottobre di quest’anno, verrà applicata un’imposta sulle bevande analcoliche zuccherate pari a 10 euro per ogni 100 litri.
Questo strumento, già utilizzato altrove, oltre ad assicurare vantaggi per l’erario, persegue lo scopo di innalzare i livelli di salute pubblica, migliorando le opzioni di consumo e orientando verso scelte alimentari più salutari.
I numerosi richiami dell’OMS in merito attestano che si tratta di un obiettivo necessario (è incluso anche tra i Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030 dell’ONU - Figura 1) e l’introduzione della Sugar Tax in Italia offre lo spunto ad una riflessione sulle alternative possibili per raggiungerlo.

LE SPERIMENTAZIONI DI SUGAR TAX NEL MONDO
Altri Paesi (Figura 2) hanno già adottato delle sperimentazioni di Sugar Tax con diversi gradi di incisività oppure hanno avviato un dibattito a riguardo (come l’Australia e il Canada). In Norvegia, ad esempio, esiste dal 1922 un’imposta sulle bevande zuccherate (e anche sui succhi di frutta), che nel 2018 è stata incrementata a 0,49 euro (4,75 corone al litro). In Gran Bretagna, dal 2018 viene applicata una imposta di 0,20 euro (18 pence) al litro per le bevande contenenti da 5 a 8 grammi di zucchero per 100 ml, e una di 0,27 euro (24 pence) se lo zucchero contenuto è superiore a 8 grammi. In Francia, la Sugar Tax colpisce anche le versioni light delle bibite (0,045 euro al litro quando lo zucchero è pari al 4 per cento; 0,135 euro se il tasso è apri al 10 per cento e 0,235 euro se si raggiunge il 15 per cento). Negli Emirati Arabi, poi, la tassa raggiunge il valore del 50 per cento se si tratta di bevande analcoliche e il 100 per cento se si tratta di bevande energetiche.
Gli effetti positivi registrati grazie alla Sugar Tax non mancano: ad esempio in Norvegia, solo tra il 2018 e il 2017, le vendite di bevande addizionate con zucchero sono diminuite del 11% e in Gran Bretagna, nel biennio 2018/19, il 50 per cento delle imprese ha modificato la composizione dei prodotti con una diminuzione dello zucchero impiegato pari a 90 milioni di chili.

I RISCHI DI UN CONSUMO ECCESSIVO DI ZUCCHERO
Tra gli scopi dichiarati dai Governi promotori delle Sugar Tax vi è il contenimento dei rischi dovuti all’obesità, un fenomeno su cui è importante una continua informazione perché non è per niente marginale (Figura 3 e Figura 4) visti anche i dati e l’andamento della mortalità per obesità che in Italia vengono monitorati dall’Istituto Superiore di Sanità (Figura 5). L’OMS, a rigurardo, stima che il 44% dei casi di diabete tipo 2, il 23% dei casi di cardiopatia ischemica e fino al 41% di alcuni tumori sono attribuibili ad un eccesso ponderale (World Health Organization, 2015, Preventing Chronic Diseases a vital investment) e studi longitudinali condotti sulla popolazione (Brownel et al., 2009, The Public Health and Economic Benefit of Taxing Sugar-Sweetened Beverage) individuano una correlazione positiva tra il consumo di bibite zuccherate e il peso corporeo e ciò vale soprattutto per la popolazione giovane. Solo a livello nazionale, secondo i dati del Ministero della Salute (Ministero della Salute, 2017, Sistema di sorveglianza Okkio alla salute), è sovrappeso (ovvero ha un Indice di Massa Corporea maggiore di 25) il 32% degli adulti e il 22,9% dei bambini e l’indice di aderenza alla dieta mediterranea in Italia mostra tuttora una forte disomogeneità tra regioni, con il Sud che curiosamente presenta i valori peggiori (Figura 6), e difficilmente sono raggiunti gli obiettivi di consumo ottimale di ortaggi e frutta (Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni Italiane, 2018, Rapporto Osservasalute).

L’UTILITÀ DI INVESTIRE IN CAMPAGNE DI INFORMAZIONE
All’interno della situazione descritta, il ricorso ad aggiunte zuccherate rende i prodotti alimentari più gradevoli, incentivandone il consumo finanche eccessivo (food addiction) e la Sugar Tax potrebbe dunque sortire effetti positivi, contraendo la domanda di beni zuccherati (Institute for Fiscal Studies, 2019, The evidece on the effects of soft drink taxes) che diverrebbero con essa più costosi perché i produttori tenderebbero a trasferire l’imposta sui prodotti e quindi sui consumatori (Cawley et al., 2019, The Economics of Taxes on Sugar-Sweetned Beverages, Annual Review of Nutrition, 39:1, 317-338).
Non è però detto che la sola sostituzione delle bevande nei consumi sia complessivamente migliorativa dei livelli di genuinità dell’intero carrello acquistato (riguardo all’applicazione della Sugar Tax, non mancano anche i casi di ripensamento, come ad esempio in Danimarca, dove la tassazione, istituita negli anni 30, è stata poi abrogata nel 2013 perché percepita come impopolare). Allora, allo scopo, sarebbe forse più utile investire in campagne di informazione e in etichette chiare, che sensibilizzino ad uno stile di consumo più attento e che diano anche la misura di quanto i singoli ingredienti contenuti in un prodotto possano nuocere. In proposito non mancano esempi di azioni popolari: in Germania, ad esempio, oltre 2000 medici hanno sottoscritto una richiesta alla Cancelleria, avallata anche da altre organizzazioni professionali come le assicurazioni del sistema sanitario, per sollecitare l’adozione di un sistema composito di misure a vantaggio della salute pubblica (etichettature nutrizionali semplificate; restrizioni nelle pubblicità il cui target è composto da minorenni; nuovi standard nelle mense scolastiche).

L’APPORTO DELLE IMPRESE A SUPERIORI LIVELLI DI SALUTE
Oltre a responsabilizzare e ri-orientare i consumatori, anche le aziende possono essere potenti alleati nel contrastare fenomeni gravi quali l’obesità e l’abuso di zucchero. Secondo le rilevazioni Istat (Istat, 2019, L’andamento dell’Economia Agricola) in Italia l’industria alimentare non solo presenta una robusta espansione del valore aggiunto (+2,7 per cento in volume e +2,9 per cento in prezzi correnti) ma è anche seconda per numero di imprese (56.750, di cui 3.390 specializzate nelle bevande). Si trova quindi qui un vasto bacino per la realizzazione di strategie composite che assicurino la salute attraverso soluzioni alimentari sane e di qualità.
I miglioramenti aziendali sulla qualità dei prodotti infatti rientrano tra l’altro nelle azioni di Corporate Social Responsibility e più in generale, poi, secondo i recenti dati diffusi dall’OCSE in occasione della Giornata mondiale dell’obesità, questa patologia in media incide negativamente sul Pil, per maggiori costi sanitari, nella misura del 3,3% e ogni euro investito per contrastarla ne fa risparmiare sei (Oecd, 2019, The Heavy Burden of Obesity. The Economics of Prevention). Ora, sicuramente, i mesi tra l’avvio del dibattito italiano sull’introduzione della Sugar Tax e la data di introduzione prevista (Ottobre 2020) agevolano le imprese interessate e rendono possibili le riconversioni industriali necessarie per modificare le ricette e le nuove abitudini nel gusto dei consumatori (un periodo di transizione è stato ugualmente previsto ad esempio in Estonia), ma è anche possibile fare di più. Infatti non mancano gli Stati in cui l’applicazione della Sugar Tax è stata evitata attraverso soluzioni volontariamente attivate dalla imprese produttrici per ridurre il contenuto di zucchero, sale e grassi nei cibi e nelle bevande (ad esempio in Lituania ciò è avvenuto grazie ad un accordo raggiunto dal governo con 11 industrie alimentari internazionali tra cui Coca Cola).

OPPORTUNITÀ DI CONNESSIONE TRA RICERCA E INDUSTRIA
Complessivamente la centralità di assicurare a tutti l’accesso ad una alimentazione sana, come ricordato dai Sustainable Development Goals dell’Agenda 2030, è un obiettivo che richiede il superamento di situazioni paradossali (sul tema bibite zuccherate, preoccupa sapere che in Colombia una bottiglia d’acqua costa più di una bibita). In Italia si è in attesa di sapere quale saranno gli effetti reali della Sugar Tax, ma intanto ne sono incentivate le opportunità di connessione tra ricerca e industria. Infatti il dibattito innescato, creando l’occasione di interrogarsi e ragionare sulle alternative possibili, potrebbe aprire ad un maggior dialogo tra scienza e industria, con un'auspicabile esito finale in cui tutte le conoscenze scientifiche attuali vengano acquisite dalle aziende nelle fasi di definizione dei comportamenti di produzione e divengano la base per le azioni dei produttori, a vantaggio dei consumatori, della salute pubblica e del sistema sanitario.

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