Tutti i periodi di crescita economica si assomigliano fra loro, ogni periodo di recessione è in crisi a modo suo. Potrebbero essere riadattate in questo modo le parole di Tolstoj per definire l’attuale delicato periodo che stiamo attraversando.
La precedente crisi economica del 2008 aveva colpito maggiormente il tasso di occupazione maschile nell’industria manifatturiera mentre aveva avuto conseguenze meno marcate su quello femminile perché le risorse erano impiegate in settori meno esposti al ciclo. Al contrario, l’attuale crisi dovuta al Covid – 19 e al conseguente lockdown, ha un impatto più simile tra uomini e donne anche se, ad ora, sembra che siano queste ultime le più penalizzate.

A questo proposito, si può parlare a tutti gli effetti di “Shecession” in quanto il gender gap in termini di materie come parità salariale, collaborazione domestica e nella cura dei figli, posizioni lavorative dirigenziali ricoperte, si sta ampliando anziché restringersi.
Se si analizza la situazione italiana, è possibile vedere come dall’inizio della pandemia, ad esempio ,il numero di occupati sia drasticamente diminuito (Figura 1). Tuttavia, andando nel dettaglio, si può notare che, da quanto emerge in Figura 2, siano le donne a essere più colpite: nel secondo trimestre 2020 il tasso di occupazione femminile italiano è infatti di 18 punti percentuali più basso di quello degli uomini.
Il fatto che le perdite di posti di lavoro siano molto più elevate per le donne non solo è importante per l'uguaglianza di genere, ma riduce anche la capacità delle famiglie di compensare le perdite di reddito, producendo una recessione più profonda e persistente.

Il discorso può essere esteso a quanto concerne il lavoro part time che tocca il 73,2% le donne ed è involontario nel 60,4% dei casi e anche al divario salariale in quanto i redditi complessivi guadagnati dalle donne sul mercato del lavoro sono in media del 25% inferiori rispetto a quelli degli uomini. La strada per raggiungere la parità di genere è dunque ancora molto lunga, come già sottolineato .


Una delle ragioni principali all’origine di questo divario riguarda il peso del lavoro di cura dei figli, delle persone anziane non autosufficienti e delle persone con gravi disabilità, che grava sulle spalle delle donne e che è assolutamente sproporzionato fra i generi. Il 65% delle donne fra i 25 e i 49, con figli piccoli fino ai 5 anni, non sono disponibili a lavorare per motivi legati alla maternità e al lavoro di cura. Per approfondire questo aspetto si faccia riferimento a una nostra precedente scheda.
A questo proposito, in Figura 3 è rappresentata la percentuale della popolazione italiana inattiva a causa delle responsabilità familiari; dal grafico è immediato notare come quello di rinunciare a lavorare per dedicarsi alla famiglia sia un fenomeno prettamente femminile sia all’interno dei confini nostrani sia di quelli europei (Figura 4).

Il periodo e le misure del lockdown hanno portato ineluttabilmente le famiglie a confrontarsi (e talvolta a scontrarsi) con un nuovo equilibrio interno in cui entrambi i partner, in alcuni casi in compagnia dei figli, erano confinati nelle mura domestiche. Questa situazione cela un grande potenziale intrinseco perché potrebbe aver portato i conviventi a mettere in discussione, auspicabilmente, i ruoli domestici precostituiti. Infatti, in larga misura, uomini e donne hanno lavorato a distanza e sappiamo già che, in una situazione di normalità (quando riguarda un giorno alla settimana), lo smart working ha la potenzialità di coinvolgere di più gli uomini nel lavoro domestico.
Indagare come sono cambiate dinamiche costituisce una preziosissima fonte di informazioni sulle abitudini e sugli equilibri familiari durante l’emergenza, che possono essere confrontate con quelli pre-emergenza. Analizzare come e se l’emergenza dovuta al Covid-19 stia modificando questi equilibri diventa quindi fondamentale per capire in che direzione si sta evolvendo la parità di genere nel nostro paese.

Secondo i dati raccolti attraverso l’indagine nell’ambito del progetto CL.E.A.R. (Closing the gender pension gap by increasing women's awarenes), prima della pandemia più del 50% del campione rappresentativo di uomini intervistati dedicava alle faccende domestiche meno di un’ora al giorno. Per contro, quasi il 50% delle donne lavoratrici con partner del campione intervistato, affermavano di dedicarsi a queste incombenze giornalmente una o due ore (Figura 5). Se si analizza invece il comportamento post Covid – 19, si può notare come il carico di lavoro domestico e per la cura dei figli sia aumentato sia per gli uomini (+40% e +50%) e sia per le donne (+68% e +61%), sebbene per queste ultime in misura più grande e a fronte di un già precedente impegno maggiore (Figura 6).
É interessante sottolineare che, anche quando la condivisione del lavoro aggiuntivo è maggiore, gli uomini sembrano mostrare una preferenza per contribuire alla cura dei figli piuttosto che per il lavoro domestico.

Alla luce di queste evidenze, parrebbe quindi che il lockdown abbia avuto almeno un effetto parzialmente positivo per quanto concerne la condivisione tra i partner del lavoro domestico e di cura; collaborazione che si spera venga mantenuta anche post emergenza Covid – 19 così da incoraggiare una maggiore partecipazione al mercato del lavoro delle madri.

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