L'11 marzo scorso l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato lo stato di pandemia, dovuto al coronavirus Covid-19. Fatta eccezione per la sua componente medico-sanitaria, l'intero racconto della pandemia è un racconto geografico. Ha infatti messo in relazione luoghi ritenuti distanti, ma rivelatisi fin troppo vicini, grazie a infrastrutture, trasporti e flussi di uomini. Ha acceso una luce sulla promiscuità di ambienti, uomini e animali e la distruzione di habitat naturali, con la conseguente commistione problematica tra le città e la natura stessa.
La chiusura dei confini, l'improvviso svuotamento delle strade cittadine e il relativo confinamento delle persone nello spazio privato e isolato del proprio appartamento è un altro capitolo di questa storia. È un libro condito di mappe, che raccontano il contagio, la diffusione, e la resistenza. La sfida geopolitica nascosta tra le pieghe degli aiuti tra paesi e quella geoeconomica delle misure di supporto alla produzione, al consumo e al commercio chiudono infine questo racconto.

Il 3 aprile 2020, alle ore 18, il Coordinamento dei Sodalizi Geografici Italiani (SoGeI) ha organizzato un seminario online sul sito dell'AGeI, l'Associazione dei Geografi Italiani, dal titolo "Questa Terra, questo virus: pensare e insegnare geografia" (consultabile qui). È stata l'occasione per affrontare con alcuni esponenti del mondo accademico italiano due temi speculari. Uno è la centralità dell'approccio geografico per comprendere le sfide di un mondo pienamente globalizzato. L'altro riguarda la sfida che la globalizzazione stessa, in questo caso attraverso una pandemia, pone agli strumenti interpretativi della geografia. In altre parole, se non si può fare a meno della geografia, essa va comunque aggiornata alle sfide presenti.
Il virus infatti costringe a ripensare il mondo. John Fahey, presidente onorario della National Geographic Society, una volta disse: "la conoscenza geografica è ciò che ci permette di legare persone, luoghi ed eventi. È così che diamo senso al mondo". Seguendo la triangolazione individuo, ambiente fisico, ambiente sociale, i diversi interventi al seminario hanno mostrato quanto la sfida portata dalla pandemia sia cruciale ad ogni livello

Vittorio Colizzi, virologo e professore ordinario di patologia generale all'università di Roma Tor Vergata, ha messo in evidenza l'importanza della dimensione ecosistemica, quindi della relazione tra uomo, virus e ambiente per comprenderne la dimensione pandemica (Figura 1 e Figura 2). Emanuela Casti, teorica della cartografia e professoressa ordinaria all'università di Bergamo, ha ricostruito, tramite la cybercartografia, i movimenti della Val Seriana (Figura 3) per provare a trovare concause della diffusione del virus proprio a Bergamo (Figura 4).
Ha poi dichiarato che è compito della geografia spiegare le cause della diffusione territoriale del virus. Da questi lavori è nata l'idea di realizzare un Atlante Covid-19, di cui la Figura 5 e la Figura 6 sono un'anticipazione. Paola Pepe, docente di geografia e responsabile del settore scuola e social network dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (AIIG), è intervenuta sulle criticità dell'insegnamento a distanza, evidenziando come l'Italia sia molto indietro per competenze digitali. Filippo Celata, professore associato di geografia politica ed economica all'università La Sapienza di Roma, ha voluto soffermarsi sul valore della prossimità in tempi di distanziamento sociale (Figura 7). Si è chiesto se le città ne usciranno trasformate, come spesso accade dopo grandi epidemie. Ha quindi sottolineato il trionfo dei legami forti a scapito di quelli deboli, i quali però garantiscono tanto la crescita economica quanto la mobilità sociale.

Più filosofico l'intervento al seminario del professor Franco Farinelli, geografo di fama mondiale, già presidente dell'AGeI e direttore del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell'università di Bologna. Secondo il professore siamo infatti ad un punto di svolta epocale . Come agli inizi del Rinascimento, siamo chiamati a inventare nuovi modelli di interpretazione del mondo. La sfida consisterebbe nell'afferrare il rapporto diretto e immediato, superando dunque la dicotomia soggetto/oggetto e causa/effetto: ovvero la staticità e la distanza. Nelle sue parole "tertium datur! Bisogna afferrare questo tertium". Vale la pena approfondire. Il sapere geografico è la chiave del successo delle grandi trasformazioni, proprio perché esce da ogni tecnicismo, per favorire un approccio olistico, in grado di interpretare e fabbricare modelli di mondo.

L'Italia è stata il luogo della grande produzione geografica che ha dato il via alla modernità. Da quando, nel 1406, la Geografia di Tolomeo, geografo dell'impero romano, fu tradotta a Firenze, si può affermare che la rivoluzione spaziale abbia avuto inizio. La produzione di mappe, stimolata anche dalle scoperte geografiche e dai grandi viaggi di circumnavigazione, fino allora praticamente inesistente, fu un elemento essenziale di una trasformazione profonda, da cui emersero tutti i capisaldi della modernità: lo spazio, lo stato, il capitalismo, la scienza moderna. Il segreto fu dunque saper fissare il sapere sulle tavole, su di un piano cartesiano. Il primato italiano durò fino al 1681, quando il geografo Vincenzo Maria Coronelli si trasferì, portandosi dietro carte e modelli, alla corte di Francia per la creazione dei famosi Globi di Luigi XIV. Da quel momento in poi, il sapere geografico si stabilì sulla costa atlantica, dove contribuì grandemente alla formazione di quegli imperi coloniali che hanno forgiato le grandi potenze europee. Oggi sembra che la sfida risieda nel saper cogliere l'unità del mondo, la sua forma globale compiuta. Non vi sono nuovi continenti da cartografare, ma un intero pianeta che si muove simultaneamente da comprendere. È infatti il movimento la nuova sfida da raccogliere. Un movimento che la moderna cartografia cerca di inglobare anche attraverso l'utilizzo dei big data, trasformando così le città in piante mobili, che si adattano alle circostanze: qualcosa d'impensabile fino a non molti anni fa, quando la fissità della carta era uno dei pochi elementi di certezza.

Se la sfida è questa, l'Italia è preparata? O saranno altri ad approfittarne? A giudicare dall'importanza data alla geografia in ambito scolastico, lo scenario sembra essere alquanto deprimente. Il Ministero dell'Istruzione italiano, nel 2007, riteneva che "fare geografia a scuola vuol dire formare cittadini italiani e del mondo consapevoli, autonomi, responsabili e critici, che sappiano convivere con il loro ambiente e sappiano modificarlo in modo creativo e sostenibile, guardando al futuro". Tra il 2008 e il 2011 però la riforma Gelmini ha ridotto le ore d'insegnamento della geografia alle scuole elementari e medie inferiori ed accorpato le ore di geografia e storia nei licei. Successivamente, un tentativo di inserire un'ora di geografia negli istituti tecnici e professionali ha reso evidente come la materia fosse considerata la vera cenerentola della scuola. Infatti, fu reso possibile anche ad insegnanti abilitati in italiano e scienze di coprire le ore di geografia, svilendo di fatto la figura dei geografi, che sono quindi ricorsi al TAR del Lazio, incassando una vittoria.
Il versante accademico non versa in condizioni tanto migliori. Un esiguo manipolo di circa 350 tra professori e ricercatori distribuiti in poco più di una manciata di dipartimenti, spesso interdisciplinari, prova a difendere il prestigio di una materia che un tempo era considerata ben più importante. Ma è del tutto insufficiente per competere con i grandi dipartimenti del mondo anglosassone o di quello cinese, interessati appunto a raccogliere le sfide globali. Si pensi che l'Italia ha un solo dipartimento di geografia tra i primi 100 nel mondo: La Sapienza di Roma. Per fare un confronto, il Regno Unito domina con 23 dipartimenti; gli Stati Uniti ne hanno 18; mentre la Cina 9. Ma per rendere meglio l'idea, la piccola Irlanda ne ha ben due. E si parla di dipartimenti interamente dedicati alla geografia.

L'indifferenza italiana verso la geografia deve quindi essere considerata un aspetto dei deficit culturali che l'Italia ha nell'affrontare le trasformazioni in atto sul pianeta. La diffusione del Covid-19 ha sicuramente portato tanta sofferenza. Ma se potrà in qualche modo essere d'aiuto, sarà proprio nel mostrare le lacune da colmare per dominare e non subire gli stravolgimenti in atto: dal clima alla politica, dall'economia alla cultura. La pandemia, dal greco pan (tutto) e demos (popolo), sottolinea ancora una volta il carattere globale della Terra: la sua unità geografica, il suo ritmo sincronizzato.

 

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