Di per sé, non è affatto ovvio che gli aiuti internazionali migliorino a prescindere le condizioni dei Paesi che li ricevono. Negli ultimi decenni il tasso di povertà assoluta, la mancanza di educazione primaria e la mortalità infantile stanno nettamente diminuendo, mentre gli aiuti stanno aumentando: ma siamo così certi che esista una correlazione?
Molti economisti che studiano il settore, tra i quali spiccano Easterly, Moyo e Deaton, pensano al contrario che il foreign aid generi incentivi distorsivi, sia nei confronti della popolazione, sia dei governi, promuovendo anche corruzione e dipendenza. Altri, come Doucouliagos e Paldam, dopo aver analizzato la vasta letteratura sul tema, hanno concluso che c’è soltanto una piccolissima relazione positiva tra crescita e aiuti internazionali.

Eppure, ci dovremmo davvero assicurare che questo denaro non solo giunga a destinazione, ma serva a cambiare effettivamente le sorti dei più sfortunati che lo ricevono. Nel 2016 gli aiuti internazionali ammontavano complessivamente a circa 157 miliardi di dollari secondo la Banca Mondiale; il picco assoluto era stato raggiunto nel 2014, con 161 miliardi di dollari (Figura 1 e Figura 2).
L’Unione Europea in particolare nel 2016 ha speso più di 17 miliardi di dollari, attestandosi come il quarto donatore più grande al mondo. Nel 2018 le proiezioni indicano un nuovo aumento degli aiuti internazionali, secondo l’OCSE, visti di fatto anche come un’allocazione di budget alle politiche di contenimento dei fenomeni migratori (Figura 3). Il Consiglio Europeo e il Parlamento Europeo decidono la strategia e il budget; la Commissione Europea disegna gli interventi concreti insieme al Servizio europeo di azione esterna. Per quanto riguarda il finanziamento di questi progetti, il Fondo per lo Sviluppo Europeo e lo Strumento per la Cooperazione allo Sviluppo (DCI) sono i due principali mezzi, che insieme oggi hanno un budget di circa 55 miliardi di dollari destinati al periodo dal 2014 al 2020; essi costituiscono da soli il 61% degli aiuti internazionali provenienti dall’Unione Europea.
Tra i maggiori beneficiari di questi aiuti ci sono organizzazioni come l’UNICEF, l’UNDP, il World Food Programme e diverse banche regionali per lo sviluppo.

La maggior parte degli aiuti internazionali sono semplicemente donati (il 72%), mentre il resto è erogato sotto forma di prestiti o investimenti in equity (in particolare con la Banca Europea degli Investimenti). Recentemente, nel 2016, sotto l’egida di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, è stato istituito un aggiuntivo Fondo Europeo per lo Sviluppo Sostenibile, da poco più di 3 miliardi di dollari, che dovrebbe essere destinato al vicinato dell’Europa e all’Africa per ampliare investimenti esistenti e offrire assistenza tecnica alle autorità locali.
Ma chi si occupa, invece, del monitoraggio e dell’effettiva riuscita di questi investimenti, una volta che i fondi vengono destinati e inviati? In questo momento, il monitoraggio e la valutazione d’impatto vengono in larga parte affidati all’European Commission’s Directorate General International Cooperation and Development, secondo quanto dichiarato dalla Commissione stessa. Tuttavia, da quanto si può leggere dai manuali pubblicati sul loro stesso sito, la valutazione non viene fatta secondo la metodologia del controfattuale (o solo in piccolissima parte), che ricostruisce attraverso l’analisi dei dati la situazione che si sarebbe verificata senza l’intervento stesso, individuando l’effettivo impatto dell’intervento, ma è semplicemente basata su degli indicatori e dei target di fatto arbitrari.
Ma c’è un interesse strategico, in questi aiuti? Oltre alle questioni etiche, senz’altro fondamentali, i paesi che inviano supporto internazionale ai paesi in via di sviluppo (Figura 4) hanno degli interessi anche più pragmatici e, per così dire, egoisti, affinché gli aiuti siano efficaci. In un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, ci sono molti temi che non possono essere ignorati. Ad esempio, i rischi e danni ambientali, la diffusione delle malattie, l’instabilità politica che può mettere a repentaglio gli interessi e gli investimenti dei paesi terzi, e per ultimo un tema particolarmente delicato e di attualità anche politica, quello dei migranti e dei rifugiati. Probabilmente, il modo più efficace e sostenibile di affrontare le questioni appena citate è proprio quello di intervenire alla fonte (Figura 5), offrendo un sostegno adeguato e orientato al risultato.

Ci sono diversi punti di debolezza che si possono analizzare nei programmi di aiuto internazionale ai Paesi in via di sviluppo. Cerchiamo di individuare i principali, con il supporto della letteratura economica a proposito:
- Le sinergie: le ONG presenti sui territori dei paesi in via di sviluppo sono moltissime, ma probabilmente sono poco coordinate. Bisogna puntare anche alle economie di scala e all’abbattimento dei costi, oltre che ad un approccio di contrasto alla povertà olistico: per farlo è necessario ridurre la frammentazione del panorama delle ONG.
- La multidimensionalità: manca un approccio comprensivo delle problematiche e delle difficoltà che si pongono nelle condizioni più estreme. Gli interventi unilaterali rischiano di non essere efficaci non perché siano scorretti, ma perché affrontano problemi che non possono essere risolti senza che tutta una serie di difficoltà correlate vengano risolte allo stesso tempo. La povertà è multidimensionale e bisogna avere una visione più coerente del tipo di risultato che si vuole raggiungere (gli studi di Amartya Sen sono molto chiari in proposito).
- Una chiara idea di quali siano le priorità (Figura 6): si agisce molto sui temi socio-sanitari, probabilmente non abbastanza su interventi che possano essere sostenibili nel lungo termine e produrre essi stessi benessere: infrastrutture, capitale umano, promozione dell’imprenditorialità su più larga scala, credito (Dani Rodrik è sicuramente un punto di riferimento sul tema).
- Lo scarso utilizzo degli aiuti in denaro:. secondo l’High Level Panel, soltanto il 6% degli aiuti internazionali sono trasferiti in denaro o voucher: il restante 94% consiste di aiuti in natura, come cibo e medicine. Tuttavia, i trasferimenti di denaro sono molto più trasparenti, rapidi e decisamente meno costosi. Si possono così evitare le spese di trasporto e il cibo acquistato sul territorio è nettamente più economico. Il World Food Program ha recentemente annunciato che distribuirà denaro e voucher invece di derrate alimentari: è una rivoluzione che molti altri dovrebbero seguire.
- La valutazione scientifica d’impatto: i programmi di supporto devono chiarire quali siano le finalità precise, e deve essere messa in atto una valutazione metodologicamente corretta che ne attesti il raggiungimento. È questione di analisi dei punti di forza e di debolezza utile per il graduale miglioramento degli interventi, ma è anche una questione di trasparenza. È fondamentale un severo monitoraggio dell’efficacia degli interventi e per farlo ci deve essere una stretta collaborazione con i ricercatori e il mondo dell’accademia che ha le competenze per stimare l’impatto con metodi rigorosi. Soltanto la valutazione controfattuale d’impatto può rispondere alla domanda: come sarebbe stato il mondo senza questo intervento?
E qual è, quindi, il contributo che il programma ha offerto?

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