Ha destato molto scalpore un’inchiesta pubblicata dal New York Times, Inside Italy’s Shadow Economy, che documenta l’esistenza in Italia di un’economia sommersa ben sviluppata, fatta di lavoratrici a domicilio impegnate nella produzione di abiti lussuosi per alcune grandi marche. L’inchiesta si concentra in particolare sul caso di alcuni paesini pugliesi, in cui alcune donne intervistate dichiarano di essere retribuite circa 1.50 euro all’ora. Numerose sono state le reazioni, specialmente tra i rappresentanti del Made in Italy (Figura 1), tutte volte a negare la veridicità di quanto scritto nell’articolo o semplicemente a dichiarare una netta estraneità rispetto a pratiche simili.

Eppure, il fenomeno del lavoro a domicilio caratterizza distintamente la storia di diverse aree produttive del paese già dalla fine dell’ Ottocento-inizio Nocecento, come descritto ampiamente nel libro di Tania Toffanin, Fabbriche invisibili. Storie di donne, lavoranti a domicilio (Ombre Corte, Verona, 2016), citato nell’articolo del NYT.
Tutt’altro che marginale, il lavoro a domicilio risulta essere, per le caratteristiche che elencheremo a breve, funzionale a un sistema capitalistico e patriarcale.
Non a caso, durante l’epoca fascista, viene descritto positivamente, poichè compatibile con il ruolo riconosciuto alla donna nella gestione della casa (op.cit., p.70). In effetti, una delle caratteristiche del lavoro a domicilio è proprio lo schiacciamento del tempo della donna, che si trova a svolgere nello stesso luogo, lavoro produttivo e riproduttivo.
La sottovalutazione del lavoro a domicilio si associa allora al mancato riconoscimento del lavoro domestico e di cura svolto dalle donne, anch’esso fondamentale per garantire il funzionamento del sistema economico capitalistico. In entrambi i casi, si produce un “valore aggiunto” che non viene però riconosciuto come tale, ma che piuttosto è svolto gratuitamente (nel caso del lavoro di cura) oppure sottopagato (lavoro a domicilio) e, in ogni caso, ignorato dalla contabilità nazionale. Pochi sono infatti i dati sulla diffusione di questo fenomeno, raccolti in maniera meticolosa nel libro di Toffanin, anche se in particolare negli anni Settanta-Ottanta, in cui si stimava in Italia l’esistenza di circa 1.435.000 lavoratori a domicilio (op.cit., p. 103), vennero prodotte diverse ricerche sul tema da economisti e sociologici.


Un punto risulta però chiaro: il lavoro a domicilio pone le lavoratrici in una condizione di forte isolamento e maggiore vulnerabilità, favorendone un maggiore sfruttamento, anche data la difficoltà ad entrare in contatto con i sindacati. Le lavoratrici vengono retribuite a cottimo con paghe molto basse, pur lavorando per molte ore in condizioni insalubri in ambienti spesso nocivi alla salute. Lo sfruttamento risulta allora massimo, se pensiamo che i lavori svolti sono ad alto valore aggiunto, poichè richiedono una grande abilità manuale (minore è la meccanizzazione del processo, maggiore è il ricorso al lavoro a domicilio).
Si tratta di un caso solo italiano? Tutt’altro. La presenza di lavoratori a domicilio (Figura 2) e, soprattutto, la totale assenza di trasparenza nell’articolazione della filiera produttiva e delle catene globali del lavoro (in particolare per ciò che riguarda il ricorso a subcontratti e delocalizzazione) sembra caratterizzare quasi tutta l’industria del tessile e del calzaturiero.
Proprio al fine di far luce sul sistema di produzione, in seguito ai terribili incidenti verificatisi in alcune fabbriche in Pakistan e Bangladesh (come il crollo del palazzo Rana Plaza che nel 2013 portò alla morte di 1100 lavoratori e migliaia di feriti), alcuni gruppi impegnati nella difesa dei diritti umani hanno chiesto a 72 importanti multinazionali di impegnarsi ad adottare dei principi minimi di trasparenza, rendendo pubbliche le liste dei propri fornitori e subfornitori. Solo 17 multinazionali su 72 hanno deciso di aderire completamente al Transparency Pledge (Figura 3).

Per comprendere la situazione attuale bisogna allora tornare alla fine degli anni Ottanta (op.cit., p.93) e all’approvazione in Europa del TPP (Traffico di perfezionamento passivo) che ha reso possibile una frammentazione del ciclo produttivo permettendo alle imprese della moda di delocalizzare le fasi di produzioni più labor intensive, assicurandosi però di svolgere la fase finale (cioè il.packaging) nell’impresa madre (Figura 4).
Molte imprese europee hanno così iniziato a delocalizzare in Paesi Europei in cui i salari sono più bassi e la forza lavoro meno sindacalizzata. Ciò ha prodotto in Europa Centrale e Sud Orientale un forte incremento dell’occupazione nel settore tessile e calzaturiero, più di 1,7 milioni di persone, di cui oltre il 70% donne, secondo l’indagine Clean Clothes Campaign. Lavoratori costretti a svolgere le loro mansioni in condizioni pessime (con temperature nei reparti tra i 30° e i 40°) e con salari molto bassi.
In molti di questi Paesi manca infatti una legislazione del lavoro efficace e il salario minimo legale, laddove applicato, è ben al di sotto della soglia minima del salario ritenuto “dignitoso” (Figura 5).
L’industria della moda sembra quindi espressione di un capitalismo predatore e rapace che sfrutta la forza lavoro, attraverso l’imposizione di condizioni di lavoro e salari differenziati a seconda del Paese in cui opera. Ciò sembra riguardare gran parte del settore, in particolare sia il segmento della moda “fast fashion” (vedi indagine su H&M), espressione di un consumismo compulsivo di fatto “non sostenibile” che produce enormi quantità di abiti di scarsa qualità spesso invenduti; sia quello dell’alta moda, più soggetta a fluttuazioni che rendono conveniente il ricorso al lavoro a domicilio. In questo quadro, il lavoro a domicilio diventa un strumento, coerente con la strategia descritta sopra, attraverso il quale è possibile ricorrere a lavoratori “disciplinati”, comprimendo i costi ma assicurandosi massima cura nel dettaglio e nel risultato finale.

Infine, se consideriamo che l’occupazione nel tessile è per lo più femminile, ecco profilarsi all’orizzonte un altro dispositivo volto ad aumentare la diseguaglianza di genere, intersettoriale ma anche intrasettoriale. Infatti, nonostante i salari siano già più bassi rispetto ad altri settori, il gap salariale di genere all’interno del settore dell’abbigliamento risulta comunque alto, tra il 18% e il 27% nei paesi del Centro e dell’Est Europa, con picchi come quello della Repubblica Slovacca in cui le donne guadagnano 50% in meno dei loro colleghi uomini.

 

 

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