Ad alcuni mesi di distanza dall’apparizione del virus SARS-CoV-2 sul proscenio mondiale, l’incertezza regna ancora sovrana su molti aspetti dell’intera vicenda e sul nostro futuro.
Se sul piano medico-scientifico nulla è chiaro, dall’apparizione del virus, alla sua diffusione e alla sua persistenza, si può quanto meno osservare come questo abbia saputo imporsi come pandemia mettendo alle corde il sistema sanitario globale, ma risparmiando finora, curiosamente, i Paesi meno sviluppati, in teoria meno pronti a fronteggiarlo (per altri aspetti medici, consigliamo la lettura di questo articolo che fa chiarezza almeno su alcuni punti basilari).

Sul piano economico, un sistema ancora in terapia semi-intensiva dopo la crisi scaturita dal virus dei mutui subprime nel 2008, ha reagito con la consueta pletora di stime sui crolli del PIL, richieste di sussidi statali in massa e un isterico crollo epocale del prezzo del petrolio, poi in parte rientrato nei ranghi.
Nel mezzo di questo quadro in parte tragico e in parte grottesco, alcuni settori hanno tuttavia potuto trarre vantaggio dalla situazione. Oltre al commercio on line e alla farmaceutica in generale, va, ahinoi, segnalato il settore della plastica.
L'industria delle materie plastiche, ha infatti ripreso vigore, spinta inizialmente dalla necessità di enormi quantità di attrezzature mediche usa e getta per il personale impegnato nella lotta contro il COVID-19, e in seguito dalla distribuzione di massa di prodotti igienici, più o meno utili, per la popolazione: l'uso della plastica (Figura 1) promette addirittura di crescere durante la prossime “fasi” di convivenza con la pandemia e l'inquinamento che comporterà può essere una delle conseguenze più devastanti di questa crisi.

Come già sappiamo da tempo, navigando i sette mari la plastica ha invaso tutte le regioni del globo (Figura 2 e Figura 3). Ogni anno oltre 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani e i frammenti di microplastiche accumulatesi nei decenni hanno ormai sconvolto molti habitat sottomarini.
Se gli effetti più visibili e sconcertanti sono quelli nei mari e la prima vittima è la fauna marina, anche gli esseri umani ne sono ovviamente colpiti.
L’intera catena alimentare, a partire dai vermi, contiene ormai plastica che diventa cibo, sommandosi a quella presente nell'acqua e persino nell'aria che respiriamo. Uno studio condotto dall'Università di Newcastle in Australia e commissionato dal WWF nel 2019 (No Plastic in Nature: Assessing Plastic Ingestion from Nature to People ) ha rivelato che una persona ingerisce circa 5 grammi di plastica a settimana, il peso di una carta di credito, in media oltre 250 grammi all’anno.


Nonostante le lodevoli intenzioni sul riciclaggio (Figura 4), la maggior parte della plastica prodotta dall'industria viene utilizzata solo una volta prima di trasformarsi in rifiuti.
La riduzione del consumo complessivo di plastica è pertanto diventata essenziale. In taluni Paesi sono stati compiuti sforzi in tal senso (Figura 5), ma è evidente che rimangono sostanzialmente insufficienti. I processi dell'economia circolare sono ancora lungi dall'essere efficienti e potrebbero vedere le loro prestazioni ridursi ulteriormente in futuro a causa della loro natura a forte consumo energetico e dell'aumento delle quantità prodotte.
E’ assai probabile, purtroppo, che l'imminente crisi economica ed energetica che dovremo affrontare, collegata a un drastico aumento dei rifiuti, metta fortemente in discussione la sopravvivenza di questi processi dopo la pandemia.
La plastica monouso ha, come detto, visto aumentare il suo utilizzo in situazioni dove è necessaria la protezione del personale, dai medici, agli infermieri, agli assistenti di ogni genere. Ma l’aumento è visibile anche nella distribuzione di massa e nelle industrie. Il graduale de-confinamento in Europa comporta varie misure che privilegiano l’uso e l’abuso di plastica, minacciando anni di sforzi per il rollback della plastica usa e getta : supermercati che hanno scelto inutili imballaggi con questo materiale per frutta e verdura, il temibile ritorno di piatti, posate e bicchieri usa e getta, legato anche alla sempre maggior diffusione dei cibi consegnati a casa, guanti e sacchetti monouso, salviettine igienizzanti e via dicendo, benchè alcuni studi, diffusi durante la fase iniziale dell’epidemia e presto dimenticati, abbiano sostenuto che il coronavirus sopravvive su questa superficie più a lungo rispetto a molte altre

Pubblicata il 2 aprile sulla rivista medica The Lancet, una ricerca ha mostrato la maggiore resistenza del COVID-19 sulla plastica a temperatura ambiente. Gli scienziati affermano che il virus potrebbe rimanere infettivo fino a una settimana su questo tipo di superficie, mentre sopravvive solo 24 ore su carta e 2-3 giorni sui tessuti.
La differenza è evidente. Eppure le istituzioni e le industrie fingono di non ascoltare la comunità scientifica sull'argomento. Un paradosso della dolce follia collettiva, per la gioia delle aziende produttrici di plastica.
Queste informazioni cruciali non sembrano aver raggiunto le orecchie delle autorità pubbliche di tutto il mondo, da sempre più attente alle lobby che ai ricercatori.
Negli Stati Uniti, per esempio, la California ha recentemente deciso di revocare il divieto di sacchetti di plastica monouso, mentre New York e New Jersey hanno rinviato i divieti che sarebbero entrati in vigore quest'anno.
L’Italia, nel suo piccolo, ha deciso lo stop, sia pure temporaneo, alla discussa plastic tax, rinviata dal Dl rilancio al gennaio 2021 insieme alla sugar tax, che sarebbe dovuta entrare in vigore a luglio, con una imposizione di 45 centesimi al chilogrammo di materia plastica a carico di chi produce, acquista o importa questo tipo di prodotti, inclusi i contenitori in tetrapack.
E’ degna di citazione la dichiarazione di Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese che producono e vendono bevande analcoliche in Italia: “si tratta di un primo passo importante in un momento così complesso per l’economia italiana. Tuttavia è importante che le due nuove tasse vengano sospese per almeno 12 mesi e non solo un trimestre: la crisi economica innescata dall’emergenza Covid-19 continuerà a colpire imprese e famiglie non solo nel 2020, con una ripartenza dei consumi che – nella migliore delle ipotesi - sarà graduale e lenta, al netto di un minor potere d’acquisto dei cittadini”.
E’ inoltre sotto gli occhi di tutti il problema mascherine. Già il 28 febbraio 2020, la Oceans Asia Association suonava l'allarme, rilevando la presenza di centinaia di maschere chirurgiche abbandonate sulle spiagge di Hong Kong. Osservazioni corroborate in seguito da varie associazioni in tutto il mondo. Va ricordato infatti che le maschere chirurgiche monouso ampiamente vendute in tutto il mondo in questo momento (o quanto meno nei paesi in cui sono reperibili…) sono realizzate in polipropilene, un materiale termoplastico non biodegradabile ed è quindi auspicabile un comportamento più civile da parte di chi le usa. Maggiore chiarezza andrebbe fatta anche per il termine monouso: come per altri oggetti, come i rasoi usa e getta, il termine va inteso nel senso che questi sono utilizzabili sino a quando mantengono le loro proprietà e non soltanto una volta. Le mascherine, al di fuori dell’uso ospedaliero, possono essere tranquillamente usate anche per 4-5 giorni e comunque in base al numero di ore di effettivo utilizzo.

Un altro tema preoccupante riguarda l'indebolimento dei sistemi di raccolta dei rifiuti dopo la pandemia. In alcune regioni del mondo, i lavoratori in questo campo provengono spesso dall'economia sommersa. Ridotti a questa attività di raccolta per mancanza di migliori prospettive, questi lavoratori precari sono talvolta gli unici a impedire che spiagge, città e villaggi vengano travolti dai rifiuti. In Indonesia, ad esempio, il settore informale è la spina dorsale della gestione dei rifiuti di plastica, raccogliendo 1 milione di tonnellate di rifiuti di plastica all'anno, il 70% dei quali viene trasformato.
Oggi, questi raccoglitori di rifiuti affrontano minacce senza precedenti per la loro sicurezza, costretti a continuare le loro attività, che sono i loro unici mezzi di sussistenza, in condizioni spesso prive di qualunque protezione.
Mentre alcuni partner indonesiani privati hanno fornito loro sporadicamente maschere e disinfettanti per le mani, finora il governo non ha fornito alcun supporto e i raccoglitori di rifiuti rimangono perciò ad alto rischio a causa del contatto diretto con materie plastiche potenzialmente infette. La loro attività è tuttavia essenziale, dato che l'accumulo di rifiuti nelle città e nei fiumi potrebbe essere la fonte di nuove crisi sanitarie in futuro.
La crisi economica, appena iniziata, promette di avere altre conseguenze sull'inquinamento da plastica. Implicando molti fallimenti per le aziende e decisioni difficili per altre, in un modello in cui il profitto prevale su tutto il resto, il rischio è che poche aziende scelgano di dare priorità agli sforzi per preservare l'ambiente. Soprattutto, dal momento che il calo dei prezzi mondiali del petrolio ha causato un drastico calo del valore della plastica, è assai dubbio che il riciclaggio sia ancora un'opzione economicamente valida.
Secondo il World Economic Forum, molte aziende potrebbero avere difficoltà a rispettare i precedenti impegni di adottare pratiche più sostenibili e di sostituire i loro prodotti con plastica riciclata. È quindi probabile che queste società tornino alla produzione di materie plastiche convenzionali (Figura 6), aumentando ulteriormente la quantità di nuovi rifiuti. La stessa industria del riciclaggio potrebbe avere non poche difficoltà finanziarie a causa delle misure di contenimento e delle sue capacità operative limitate.

Inevitabilmente, il mondo affronterà nei prossimi mesi una fase molto più infida, in cui le morti non potranno essere contate su una tabella di Excel. L'inquinamento da plastica è uno dei problemi strutturali profondamente legati alla crisi sanitaria in corso. Se ogni consumatore può agire nel suo piccolo, rifiutando l'uso di materie plastiche monouso, spetta soprattutto alle aziende favorire materiali più durevoli e alle autorità pubbliche supervisionare il settore in modo molto più rigoroso (Figura 7). La gestione di questo nuovo afflusso di rifiuti di plastica monouso sarà una vera sfida per i governi, specialmente nei Paesi economicamente più fragili, se non vorremo vedere i nostri oceani popolati più di plastica che di pesci.

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