All'esplodere della pandemia di Covid-19, le prime raccomandazioni diramate dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riguardavano le normali attenzioni igieniche. La regola fondamentale da osservare è quella basilare di lavarsi bene le mani, possibilmente sotto acqua corrente. Per quanto banale possa sembrare questa semplice regola, essa non è affatto qualcosa di scontato per una buona parte della popolazione mondiale.
Sempre secondo l'OMS, nel 2017 2,2 miliardi di persone non avevano un accesso sicuro e continuativo all'acqua (Figura 1). Di questi, 435 milioni prendevano l'acqua da pozzi o fonti non protette, mentre 144 milioni si rifornivano direttamente di acqua non trattata presa dalla superficie di laghi, fiumi, stagni e torrenti. Si pensi che circa 829.000 persone muoiono ogni anno solo di diarrea (Figura 2), a causa dell'assenza di acqua potabile e servizi igienici; o che nel 2017 due persone su cinque non avevano servizi per lavarsi le mani col sapone (Figura 3). È chiaro dunque che la pandemia ha messo in risalto, se ce ne fosse stato davvero il bisogno, l'enorme disparità sociale, economica e territoriale esistente nel mondo.

La situazione è ancora più esplosiva nelle zone di guerra in cui anche l'acqua diventa, in diverse maniere, strumento di conflitto. Secondo la nuova classificazione fornita dal Pacific Institute di Oakland, in California, tre sono le modalità in cui la risorsa idrica entra in rapporto con un conflitto bellico. "Causa scatenante": quando il controllo della risorsa o condizioni legate ad essa, come la sua mancanza, danno seguito a violenze. "Arma": quando l'acqua è impiegata come arma o come strumento di guerra, per esempio bloccando il corso di un fiume o rilasciando un eccessivo quantitativo d'acqua con carattere distruttivo. "Vittima": quando risorse o sistemi idrici sono colpiti intenzionalmente o meno da attacchi militari.
Il diritto internazionale vieta in ogni caso pratiche simili. Nello specifico, l'Art. 54 del Protocollo Addizionale I e l'Art. 14 del Protocollo Addizionale II della Convenzione di Ginevra, proibiscono, in caso di conflitto internazionale, di "attaccare, distruggere, rimuovere o rendere inutilizzabili gli oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, quali alimenti, aree agricole per la produzione di cibo, coltivazioni, bestiame, installazioni per l'acqua potabile e infrastrutture per il rifornimento e l'irrigazione". La realtà però supera il diritto, soprattutto con l'emergere di guerre per procura e asimmetriche, dove non si confrontano direttamente due eserciti regolari, ma spesso uno o più contendenti sono milizie irregolari o comunque non riconosciute. Come nel caso della Siria.

Il 21 maggio scorso, l'International Committee of the Red Cross (ICRC) denunciava la criticità della situazione nel nord-est del paese arabo. La mancanza d'acqua rimane una delle maggiori preoccupazioni della popolazione civile nei governatorati di al-Hasakeh, Deir ez-Zor e al-Raqqa, sotto controllo dell'Amministrazione Autonoma, a guida curda (nord-est della Siria). Molte delle infrastrutture idriche sono state danneggiate o distrutte durante i combattimenti contro lo Stato Islamico. Ma da ottobre 2019, anche la Turchia è stata accusata più volte di interrompere i servizi idrici nel nord della Siria. Il 9 ottobre il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato il lancio dell'Operazione Fonte di Pace, ovvero l'occupazione di una striscia di terra al confine con la Turchia (Figura 4). Poche ore dopo l'avvio delle operazioni militari, la stazione idrica di Alouk, che serve Hasaka City, capitale del governatorato di al-Hasakeh è stata messa fuori uso dai bombardamenti turchi. Da quel momento è iniziato un calvario per la popolazione locale che si protrae fino ad oggi, fatto di interruzioni e ripartenze della fornitura d'acqua.
La stazione idrica di Alouk è stata aperta nel 2010, 10 km ad est di Ras al-Ain (Serekaniye in curdo), per rispondere alla crisi idrica nel governatorato di al-Hasakeh. Sono stati scavati 30 pozzi con una riserva di 25.000 m3 e, grazie a 12 pompe di grandi dimensioni, una capacità di pompaggio di 175.000 m3 d'acqua potabile al giorno, per servire circa 460.000 persone attraverso una rete di acquedotti che si estende per 67 km. Inoltre, la stazione serve anche per fornire, attraverso autobotti, i campi profughi di al-Hawl, al-Areesha e al-Twainah (Figura 5).

In seguito a pressioni russe sulla Turchia, il 13 novembre 2019 la stazione di Alouk ha ripreso a funzionare, dopo un'interruzione durata trentacinque giorni. Ma il 24 febbraio 2020 le forze turche insieme alle milizie ribelli hanno nuovamente bloccato la produzione idrica a Ras al-Ain, città facente parte del Governatorato di Al-Hasakeh al confine con la Turchia, ed espulso i lavoratori senza dare spiegazioni.
Intanto l'emergenza Covid-19 stava per diventare pandemica, minacciando anche i territori nel nord-est della Siria, amministrati autonomamente, ma senza un'infrastruttura statale alle spalle. La conseguenza di tale insicurezza idrica è quindi sfociata nella ricerca di fonti d'acqua alternative, spesso poco affidabili. Mentre sul mercato l'acqua ha raggiunto prezzi proibitivi per una popolazione povera, stremata e spesso dispersa o chiusa nei campi profughi. L'Amministrazione Autonoma ha quindi cercato di limitare la sofferenza della popolazione, portando con autobotti acqua ad al-Hasakeh dal villaggio di Tell Brak, (uno dei più ampi siti archeologici della Mesopotamia del nord) distribuendola gratuitamente. Però i quantitativi rimangono insufficienti: non più di 4000 m3 d'acqua, l'equivalente circa di uno solo dei 30 pozzi della stazione di Alouk.
Nei mesi di marzo e aprile, ogni settimana, come riporta l’Unicef, ci sono notizie di interruzioni, riprese del rifornimento idrico, lavori per una nuova stazione di pompaggio (ad al-Himme, ad ovest di al-Hasakeh, in alternativa a quella di Alouk), bombardamenti turchi e dei ribelli che danneggiano seriamente la già fragile rete idrica.

L'Amministrazione Autonoma, l'ICRC e la Syrian Arab Red Crescent (SARC) stanno cercando di limitare i danni anche per i campi profughi (circa 100.000 individui) e le persone disperse sul territorio (oltre 1 milione). Ma gli aiuti non sono sufficienti e ad oggi la situazione è ancora critica, secondo le organizzazioni umanitarie presenti sul territorio, oltre alle già citate ICRC e SARC, anche la Syrian Human Rights Watch (SHRW). L'ICRC denuncia il fatto che un solo ospedale su 16 presenti nel nord-est del paese sia funzionante. È quindi chiaro quale minaccia sia per la salute pubblica colpire ripetutamente gli approvvigionamenti idrici in periodo di pandemia.
L'emergenza aggiuntiva portata dal Covid-19 è stata in qualche modo affrontata attraverso operazioni di mutualismo e autodisciplina. Ma i problemi ambientali e socio-economici legati alla crisi idrica rimangono. Già prima dello scoppio della guerra, la Siria aveva attraversato un prolungato periodo di siccità (Figura 6). E la guerra non ha fatto altro che aggravare tali difficoltà, anche a causa della condotta della Turchia, più volte accusata di diminuire artificialmente il flusso dell'Eufrate. Un accordo turco-siriano del 1989 garantisce l'afflusso costante di 500 m3/s al confine tra i due paesi. Ma dal 2017 almeno, la Turchia è accusata di aver fatto scendere più volte il livello ben sotto i 500 m3/s, con il rischio di compromettere non solo gli approvvigionamenti idrici e le coltivazioni, ma anche la produzione idroelettrica.

Molte sono le considerazioni che queste dinamiche portano con sé. Due però sembrano avere la precedenza. La pandemia ha mostrato fino in fondo le enormi diseguaglianze che percorrono il pianeta, spesso passando per interstizi geopolitici e faglie socio-economiche. In particolare, è stata evidenziata la profondità dell'emergenza idrica e come questa abbia a che vedere più con strutture diseguali di distribuzione che non con fattori prettamente ambientali. Si pensi che pochi chilometri più a nord di Alouk, un immenso progetto di dighe trattiene le acque che scorrono dalla Turchia verso il Medio Oriente: la sola diga Ataturk, la seconda più grande della regione, è in grado di immagazzinare 48 miliardi di m3 d'acqua.
Questo porta dunque a considerare lo stato dei conflitti moderni. Nello specifico, emerge una crescente integrazione dei fattori ambientali ad uso di guerre sempre più informali e spietate nel colpire la popolazione civile nei suoi mezzi di sussistenza minimi. Una situazione davanti alla quale il diritto internazionale sembra impotente.
Non possiamo dire che le guerre di questo secolo si combattono per il controllo dell'acqua, come profetizzò trentacinque anni fa l'allora vicepresidente della Banca Mondiale Ismail Serageldin. Però è chiaro che tutti gli sforzi profusi per mettere al riparo la risorsa idrica dalla furia bellica hanno ormai esaurito il loro carattere di deterrenza. Acqua e conflitto è ormai un binomio indissolubile.

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