Per noi italiani, la cucina e i prodotti nostrani sono grande motivo di vanto e orgoglio. Nessuno si permetterebbe mai di spezzare la sacra associazione “Italia – buon cibo” e tantomeno di essere in disaccordo con la tanto ripetuta affermazione “Ovunque tu vada, se sei in Italia hai la matematica certezza di mangiare bene”.
Considerando quindi la nostra ossessione tutta nazionale per il cibo e la nostra tradizione nell’essere ambasciatori della buona cucina nel mondo, i risultati diffusi da un recente sondaggio dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare), sembrano dipingere un'altra realtà. Eppure, per quanto sorprendentemente distanti dall’immagine dell’italiano medio che si prodiga in lodi e apprezza i prodotti e la cucina locali, i dati non mentono: anche se siamo estimatori del buon cibo, non ci preoccupiamo quasi per nulla della sicurezza degli alimenti che ingeriamo.

E c’è di peggio: tutti gli altri paesi europei, le cui tradizioni culinarie vengono etichettate come “barbare” nell’immaginario collettivo nostrano, sono decisamente molto più attenti e sensibili di noi per quanto riguarda il tema della sicurezza alimentare (Figura 1). Secondo quanto emerge dal rapporto europeo del 2019, relativo ai dati raccolti nel 2018, “Food Safety in the EU”, solamente il 17% degli italiani si preoccupa della sicurezza alimentare, contro una media europea nettamente più alta e pari al 41%. Prima di noi si classificano tutte le altre nazioni dell’Unione! Nella vicina Francia il valore è pari al 60% ed elevate percentuali si hanno anche in Finlandia, Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e Germania, paese in cui il valore si attesta al 50%. Dietro al 41% del Regno Unito, zoppicano invece Grecia, Spagna e Portogallo, le cui percentuali sono comunque pari al doppio della nostra.

Un ulteriore valore molto basso, se confrontato con la media europea, è quello relativo alla fiducia nelle istituzioni che si occupano di sicurezza: in Italia, solamente un cittadino su tre è infatti convinto che esistano delle norme volte a garantire che gli alimenti che mangiamo siano sicuri; mentre la media europea si attesta al 43%; inoltre un misero 14% degli intervistati è a conoscenza dell’esistenza dell’EFSA: infine il 19% confida nel fatto che le autorità nazionali e internazionali garantiscano in materia di rischi alimentari. A questi valori si devono aggiungere quelli degli scettici: sebbene il 17% del campione di intervistati italiani ritenga che la consulenza scientifica sia indipendente dai conflitti di interesse, la metà non si fida dei giornalisti e il 38% non ha fiducia nelle autorità nazionali, europee e nelle ONG.

L’atteggiamento degli italiani nei confronti degli scienziati sembra invece essere positivo e di fiducia: solamente il 18% degli intervistati afferma infatti di dubitare del loro parere. Inoltre, se confrontate con i dati relativi alle altre nazioni europee, nel nostro paese vi sono in media più persone che si informano sui rischi alimentari attraverso canali “ufficiali” quali specialisti, pubblicazioni di settore, eventi e conferenze sull’argomento (Figura 2). Il principale canale di informazione (68%) rimane tuttavia la televisione, in linea con l’andamento europeo, seguito da Internet (37%), da riviste e quotidiani (37%), dalle conversazioni con familiari e conoscenti (36%) e dai social media (23%).
Nonostante le evidenze dei dati sopracitati, sarebbe tuttavia errato affermare che gli italiani si disinteressino completamente dei rischi connessi agli alimenti che acquistano. Vi sono infatti degli ambiti in cui il nostro livello di preoccupazione e attenzione è percentualmente addirittura più alto di quello della media europea, come ad esempio la provenienza (62%) e i rischi di tossicità (61%) contro rispettivamente il 53% e il 50% europei. In particolare, ad esempio, ben il 44% degli italiani è preoccupato per i residui di antibiotici, steroidi e ormoni nella carne; a seguire, altri fattori di preoccupazione sono costituiti dalla presenza di fattori inquinanti nel pesce e nei prodotti lattiero caseari; le reazioni allergiche a cibi e/o bevande, tracce di materiali che entrano a contatto con gli alimenti (vedasi plastica e alluminio) e, infine, gli OGM (24%). Per quanto riguarda invece sapore, valori nutrizionali e principi etici, i dati italiani sono in linea con quelli europei. Al contrario, sorprendentemente, il fattore “costo” sembra non incidere in modo discriminante sull’acquisto dei prodotti alimentari. (Figura 3).

Nonostante i risultati del sondaggio appena citati, risultati da cui emerge un’attenzione particolare degli italiani relativa ad ambiti come la provenienza e la potenziale tossicità degli alimenti, solamente un italiano su quattro ha dichiarato di aver cambiato le proprie abitudini alimentari dopo essersi informato in materia di sicurezza alimentare. Da questo dato emerge dunque chiaramente come, sebbene vi sia la consapevolezza del rischio, questa non sia tuttavia sufficiente a incentivare le persone a rivedere le proprie abitudini di acquisto per guadagnare in sicurezza alimentare. Il quadro europeo è lievemente più roseo in quanto in media un intervistato su tre ha affermato di aver cambiato permanentemente le proprie abitudini alimentari con lo scopo di mangiare prodotti più sicuri e il 33% ha dichiarato di aver modificato almeno temporaneamente i propri acquisti per lo stesso scopo (Figura 4). Il 9% del campione europeo sostiene invece di comportarsi casualmente e infine, solamente il 4%, afferma di non essere né preoccupato né intenzionato a modificare i propri acquisti.

I risultati emersi dal rapporto dell’ESFA suggeriscono dunque che non sia solo importante stimolare e accrescere la sensibilità dei cittadini (Figura 5) in materia di sicurezza alimentare ma anche incentivarli a modificare le proprie abitudini d’acquisto cosicchè siano da un lato più consapevoli e dall’altro più in salute perché vi è un minor rischio di ingerire sostanze dannose. La cultura del buon cibo e della buona tavola non dipende solo dalle ricette della tradizione bensì anche dalla sicurezza degli alimenti che cuciniamo e mangiamo.

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