Sono ovviamente numerosi i settori dell’economia che stanno affrontando difficoltà dovute agli effetti della pandemia, ma il settore culturale è tra quelli che ne ha risentito e risentirà di più. Spettacoli cancellati, conferenze e mostre posticipate o annullate, cinema teatri e musei chiusi e, infine, produzioni televisive e cinematografiche sospese: è questo il drammatico bilancio della prima metà del 2020. Solo in Italia, ad esempio, si stima che l’emergenza sanitaria, con  il relativo lockdown che ha portato alla chiusura dei musei, abbia causato tra i mesi di marzo e maggio una mancata affluenza di circa 19 milioni di visitatori, per un incasso non pervenuto di circa 78 milioni.

L’Unione Europea sta intervenendo attivamente con misure volte a tutelare i posti di lavoro e gli eurodeputati hanno chiesto maggior sostegno alla cultura da parte dell’UE evidenziando le ripercussioni della pandemia sul settore e le difficoltà affrontate dagli artisti in questo periodo di crisi. La peculiarità del settore culturale di cui fanno parte artisti, piccole imprese e organizzazioni benefiche rende tuttavia molto più difficile per i lavoratori riuscire a qualificarsi per forme di sostegno. Proprio per questo motivo, la Commissione europea ha anche sostenuto l'avvio di una nuova piattaforma, chiamata "Creatives Unite”, uno spazio online apposito per condividere informazioni sulle iniziative in risposta alla crisi del coronavirus.
Al fine di disegnare un quadro più completo e dettagliato del vasto universo culturale, così da comprenderne appieno la sua importanza, è dunque doveroso analizzare soprattutto la situazione precedente alla pandemia.

Gli occupati nell’industria culturale globale , secondo lo studio “What is creativity worth to the world economy?” condotto da Ernst & Young e Unesco nel 2015, rappresentano l’1% dell’intera popolazione attiva (se si considerano i dati aggregati relativi a ben undici settori culturali quali arti visive, TV, editoria, pubblicità, architettura, riviste, performances, giochi, videografia, musica e radio). L’industria della cultura nel mondo, in base a quanto riportato da questa indagine, genera circa il 3% del PIL globale, valore che sorpassa, addirittura, quello generato dall’intera economia indiana (Figura 1). Nel 2015, secondo i dati del report, il numero di posti di lavoro generati era pari a 29,5 milioni (6,73 milioni nel campo delle arti visive)  e la maggior parte, ben 12,7 milioni, appartenevano all’area asiatica; l’Europa seguiva invece con 7,7 milioni di impiegati (Figura 2).
Secondo le rilevazioni Eurostat, tra il 2011 e il 2018, il numero di persone impiegate nel settore culturale è aumentato sia a livello europeo sia in Italia (Figura 3). In particolare, nel 2018, gli 8,7 milioni di addetti erano ripartiti tra le nazioni del Vecchio Continente come rappresentato in Figura 4, con una forte prevalenza di Germania e Regno Unito. Sebbene nel corso degli anni sia andato assottigliandosi, anche per quanto concerne il settore culturale si riscontra un divario di genere: il numero degli addetti è infatti decisamente maggiore di quello delle loro colleghe donne (Figura 5).

In Europa c’è una grande variabilità nelle dimensioni delle imprese che operano nel settore culturale( Figura 6). L’Italia, insieme alla Francia, è l’unico Paese  a vantarne oltre 150.000; la Germania e il Regno Unito annoverano viceversa le imprese culturali più grandi (6 addetti per azienda, contro i 3 della media europea). Le ridotte dimensioni delle imprese culturali rappresentano un fattore di debolezza perché, sebbene garantiscano una presenza capillare sul territorio, costituiscono comunque satelliti troppo piccoli, difficili da affermare e, soprattutto, da mantenere.
In Italia l’industria creativa e culturale ha registrato nel 2015 un valore economico complessivo di 47,9 miliardi di euro, pari al 2,96% del Pil nazionale, con un tasso di crescita rispetto all'anno precedente del 2,4% dei ricavi diretti (+951 milioni) .
È dunque possibile affermare che nel nostro Paese l’industria della cultura presenti un quadro positivo, al punto da collocarsi al terzo posto per numero di  occupati dopo il settore edile e quello della ristorazione e alberghiero. Il settore è infatti caratterizzato da un'alta concentrazione di capitale umano e ha superato, in termini di valore, l’industria delle telecomunicazioni (38 miliardi di euro) ed è di poco inferiore all’industria chimica (50 miliardi di euro).
Secondo il rapporto sopracitato di Ernst & Young, inoltre, quello culturale è un settore che potrebbe generare risultati ancora maggiori in Italia, addirittura superiori al 40%: a fronte di un valore potenziale di 72 miliardi di euro, se riuscisse a sfruttare le opportunità di crescita e a contrastare le minacce come la pirateria e il value gap, cioè il divario tra quanto viene generato dai contenuti creativi in rete e quanto viene restituito a chi ha creato quei contenuti. Il lavoro culturale c’è e potrebbe crescere, la difficoltà maggiore sta nel trovare le condizioni di una adeguata remunerazione e un’adeguata crescita professionale. Nel Regno Unito, ad esempio, pur essendoci la metà dei centri culturali, il valore reale generato, comprensivo della remunerazione dei soggetti autori, che si registra è pari al doppio di quello nostrano: 95 miliardi contro i nostri 48. La chiave risiede dunque nella strategia organizzativa che si applica nella gestione.

Sebbene l’Italia possa vantare un vastissimo patrimonio, pari a 4.588 strutture tra musei, gallerie, collezioni, aree e parchi archeologici, la pesantezza dell’organizzazione museale per enti civici, provinciali, regionali, nazionali e le numerose altre forme pubbliche e private di culture viewing ostacolano l’affermazione di centri culturali di riferimento, a vantaggio di centri più piccoli, anonimi e dispersivi che rendono meno funzionale e meno strategica la gestione delle risorse umane, culturali ed economiche versate negli stessi:
i fondi di supporto, sia pubblici sia privati, sono infatti decisamente limitati e pari a un terzo di quelli stanziati in paesi come la Francia e la Spagna. Inoltre, secondo quanto riportato da uno studio di Artribune,  “Perché i musei muoiono” dell’aprile 2018, in Italia vi è un centro culturale ogni 13 mila abitanti, per una densità totale pari a circa 1,5 centri culturali nel raggio di 100 chilometri quadrati. Molti di questi centri tuttavia chiudono o rimangono nel dimenticatoio, protetti da custodi locali e senza visitatori.
In questi anni si è cercato di stimolare il settore culturale reimmettendo in esso i ricavi derivati dalla gestione commerciale degli spazi dei musei e con misure di defiscalizzazione come l’Art Bonus, al fine di attrarre imprese e privati, così da incoraggiarne e incentivarne gli investimenti in ambito artistico culturale.

Il celebre scrittore francese Flaubert, nell’Appendice del suo “Dizionario dei luoghi comuni”, sotto la voce “Idee sull’arte”, osservava “La drogheria è rispettabile, è un ramo del commercio. L’esercito è ancora più rispettabile, perché è un’istituzione il cui fine ultimo è l’ordine. La drogheria è utile, l’esercito è necessario”. Apparentemente, nella società dell’Ottocento, non sembrava esserci spazio per le “vezzosità culturali”, in quanto non erano percepite né come redditizie né come necessarie. Oggigiorno, tuttavia, il valore economico potenziale del settore culturale è decisamente elevato, e forse, grazie a ciò, anche il valore culturale verrà finalmente considerato un’attività meritevole di attenzione.
Purtroppo, la pandemia di covid-19, con le drastiche misure che ha portato con sé (dal lockdown al distanziamento sociale, dalla cancellazione di tutti gli eventi alla chiusura di molti spazi culturali), ha inciso pesantemente sul settore culturale e creativo, insieme al turismo, con una percentuale di posti di lavoro a rischio stimato (nelle regioni OCSE)  tra lo 0.8 e il 5,5% dell’occupazione.
Eppure,  soprattutto in un momento così delicato come quello che stiamo vivendo, non è da trascurare il potenziale terapeutico dell’arte:  le forme, i colori e la musica, con le sensazioni che suscitano, possono infatti aiutarci a superare le difficoltà che stiamo attraversando.

 

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