La chiamano OPEC Plus, ed è la versione 4.0 dell'organizzazione di paesi produttori che negli anni '70 sconvolse il mercato mondiale del petrolio. Con un obiettivo, oggi, apparentemente opposto: stabilizzare i prezzi dell'oro nero attraverso il controllo delle quote di produzione.
OPEC/Non-OPEC Joint Ministerial Monitoring Committee (JMMC), questo il suo nome ufficiale, nasce nel dicembre del 2016 in occasione dell'incontro ministeriale tra i paesi produttori già membri dell'OPEC e alcuni non membri, durante il quale si arriva a una Dichiarazione di Cooperazione, che mira a diminuire la produzione totale di 1,8 milioni di barili al giorno. Entrata in vigore il 1 gennaio 2017, la prima Dichiarazione aveva un limite temporale di soli sei mesi; viene però rinnovata a maggio 2017 per altri 9 mesi e prolungata a novembre 2017 per tutto il 2018.

Se l'obiettivo dichiarato - la stabilizzazione dei prezzi - può sembrare simile a quello della “vecchia” OPEC, la novità di OPEC Plus è il coinvolgimento di un numero quasi doppio di paesi: JMMC comprende infatti i 14 membri dell'OPEC (Algeria, Angola, Arabia Saudita, Ecuador, Emirati Arabi Uniti, Gabon, Guinea Equatoriale, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Venezuela) e i produttori Non-OPEC Azerbaijan, Bahrein, Brunei, Kazakhstan, Malaysia, Messico, Oman, Russia, Sudan, Sud Sudan (Figura 1).
Si tratta di una squadra che insieme produce il 71% del petrolio mondiale e che pertanto può influire in maniera più incisiva sul mercato internazionale rispetto alla sola OPEC (Figura 2).
Ma ciò che forse la rende più importante è il contesto economico, politico, temporale in cui nasce. In primo luogo, i suoi genitori, ossia Arabia Saudita e Russia: i due paesi rappresentano un punto di riferimento rispettivamente per i paesi OPEC e quelli Non-OPEC (Figura 3). Due paesi che fino a pochi mesi prima dell'accordo nutrivano a vicenda una malcelata ostilità a causa della collaborazione della Russia con l'Iran, nemico di Riad, nel teatro siriano.
Da qui, la "guerra dei prezzi" intrapresa dall'Arabia Saudita dalla fine del 2014, che ha promosso un aumento della produzione, causando un drastico calo delle quotazioni sul mercato (il Brent scende da 98,97 dollari a barile del 2014 a 52,32 nel 2015) con l'obiettivo di danneggiare le economie di alcuni paesi geopoliticamente scomodi, quali Iran, Iraq e la stessa Russia.

Nel 2016, tuttavia, la politica saudita cambia: in quell'anno il bilancio dello Stato chiude con un saldo di -24 miliardi di dollari (nel 2010 era di +66 miliardi), a causa del calo degli introiti petroliferi, dell’ aumento del consumo interno di energia e di una guerra in Yemen dispendiosa quanto prolungata. L'accordo promosso in seno all'OPEC con Russia e paesi Non-OPEC nel dicembre del 2016 si inserisce in questo cambio di rotta.
A seguire, la visita storica dell'anziano re saudita Salman bin Abdelaziz a Mosca, nell'ottobre del 2017, la successiva decisione di prolungare JMMC per tutto il 2018, le "purghe" del principe saudita Mohammad bin Salman nel novembre 2017 che portano all'arresto di 11 principi, 4 ministri e decine di ex ministri per corruzione, sono segnali di una volontà di imporre al paese un cambio di passo.
Tutto ciò mentre sullo sfondo emerge un nuovo gigante nella produzione del petrolio: gli Stati Uniti che con l'amministrazione Obama hanno dato il via a una "fracking revolution", una rivoluzione energetica basata sulla tecnica della fratturazione idraulica per aumentare la produzione di petrolio e diventare in pochi anni da storico importatore a esportatore (Figura 4).
L'ultimo colpo di scena in questa vicenda, tuttavia, avviene a marzo 2018, quando il principe ereditario Mohammad bin Salman, figlio dell’attuale Re Salman, annuncia, proprio in occasione di un suo viaggio negli Stati Uniti, la volontà di Riad e Mosca di prolungare l'accordo OPEC Plus per 10-20 anni.
Se così fosse, assisteremmo a una sorta di patto con il diavolo tra il secondo e il terzo produttore al mondo per contrastare il primo produttore, gli Stati Uniti, che negli ultimi anni ha scalzato dal primo posto proprio l'Arabia Saudita (Figura 5). Un primato perso, quello di Riad, che segue di pochi anni l'altro grande primato, quello delle riserve di petrolio, passato al Venezuela (Figura 6).

Malgrado l'OPEC annunci pubblicamente che i paesi del JMMC stanno collaborando attivamente nella diminuzione delle quantità prodotte, restano alcune incognite sulla reale volontà e capacità di alcuni paesi di prolungare sul lungo periodo questo accordo.
In particolare, destano preoccupazioni l'Iraq post-ISIS, desideroso di riprendere la rincorsa verso i livelli di produzione dell'Arabia Saudita, il Venezuela , che secondo i dati OPEC basa il 95% delle sue esportazioni sul petrolio., ma la cui produzione è in declino, la Libia e la Nigeria al momento esentate dalla riduzione di produzione prevista dall'accordo JMMC, ma bisognose di introiti da petrolio, e il Kazakhstan.
Il Ministro dell'Energia di quest'ultimo paese, Kanat Bozumbayev, ha dichiarato nel maggio 2017, dopo aver ratificato l'accordo JMMC per altri 9 mesi, di aver previsto un piano di deviazione dalle quote previste: a suo dire, non si tratterebbe di una violazione del trattato, poiché le condizioni verranno negoziate con i paesi partner.
Arabia Saudita e Russia sono avvertite.

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