Chiusa, lo scorso 21 aprile, la parentesi delle elezioni presidenziali, la situazione ucraina non è affatto stabilizzata: si presenta, anzi, in uno sviluppo continuo caratterizzato da incertezza ed instabilità.
Sul piano politico le elezioni hanno visto confermata la mancanza complessiva di forze di orientamento socialdemocratico o socialista, una mancanza da ricondurre alla repressione totale messa in  atto - dalle organizzazioni neofasciste prima e dall'apparato ucraino poi – sin dalle mobilitazioni di piazza Maidan del 2013. Emblematica, da questo punto di vista, risulta l'esclusione del partito comunista ucraino, fuorilegge ormai da alcuni anni nonostante fosse una delle principali formazioni politiche dell'era pre-Maidan

L'alta astensione degli aventi diritto al voto – circa 40% al primo turno, circa 55% al ballottaggio - ha confermato una profonda sfiducia nei confronti delle forze politiche e del sistema politico in generale. L'atteggiamento istituzionale nei confronti della stampa – nazionale ed estera – ha confermato la volontà governativa di non dare accesso al paese ad osservatori critici e di limitare al massimo la diffusione di informazioni sgradite.
Nel primo turno (Figura 1)  Poroshenko è uscito sconfitto nella maggior parte delle regioni ucraine: 23 su 25, riuscendo ad imporsi solamente in due regioni dell'area occidentale – la regione di L'vov e quella di Ternopol -  in cui è tradizionalmente radicato il nazionalismo ucraino. Yulia Timoshenko, invece, è risultata la più votata solo nella regione limitrofa di Ivano-Frankovsk. Specularmente, Yurij Bojko del “Blocco d'opposizione” - formazione in cui sono confluiti vari elementi del vecchio “Partito delle regioni” di Viktor Yanukovich – è risultato il più votato soltanto nelle porzioni di territorio delle regioni di Donetsk e Lugansk sotto il controllo del governo di Kiev (Figura 2). La dinamica del ballottaggio ha riversato su Vladimir Zelenskij il voto di gran parte degli ucraini ostili o delusi da Poroshenko (Figura 3). In termini geografici, nelle zone del paese maggiormente legate alla lingua ed alla cultura russa – la parte orientale e la parte meridionale del Paese – in occasione del ballottaggio si sono registrati picchi di preferenza per l'avversario di Poroshenko che hanno superato addirittura l'80%.

Si è trattato dunque di un voto contro Poroshenko, più che di un voto a sostegno di Zelenskij. Chi ha tratto il massimo beneficio dal diffuso risentimento popolare nei confronti di Poroshenko è stato senza dubbio il suo arcinemico Igor Kolomoiskij.
Kolomoiskij è infatti il vero vincitore delle presidenziali. Nel costruire la figura di Zelenskij, l'oligarca Igor Kolomoiskij - che ne è il principale finanziatore - sembra aver tratto ispirazione da Beppe Grillo e dalla narrazione che in Italia ha caratterizzato gli albori del Movimento Cinque Stelle. Gli argomenti della campagna di Zelenskij hanno ricalcato quelli della cosiddetta Rivoluzione Arancione del 2003 e quelli del primo Maidan: lotta alla corruzione, trasparenza, legalità, occidentalizzazione del paese. Proprio in una delle regioni dove è maggiormente  radicato il sistema di potere di Kolomoiskij, quella di Dnepropetrovsk, si è registrato il picco di voti per il comico di origine ebraica Vladimir Zelenskij, circa il 45%.

Reso celebre dalla serie cinematografica “Sluga Naroda” (in italiano: “servo del popolo”) - trasmessa da Netflix ed anticamera della campagna elettorale vera e propria - Vladimir Zelenskij  condivide il sostegno di Kolomoskij con l'organizzazione neofascista Pravy Sektor ed di diversi battaglioni paramilitari. Anche L'atteggiamento del Ministro dell'Interno Arsen Avakov lascia intendere che una parte consistente – e probabilmente maggioritaria – degli apparati ucraini si sia progressivamente allontanata da Poroshenko avvicinandosi agli interessi di Igor Kolomoiskij.
Nella sua accattivante campagna elettorale Vladimir Zelenskij si è mostrato il più qualunquista possibile, cercando di strizzare l'occhio sia al nazionalismo ucraino sia ai milioni di ucraini insofferenti al corso politico inaugurato da Maidan (Figura 4). Rispetto al conflitto del Donbass, Zelenskij ha espresso apprezzamento esplicito per il cosiddetto “piano Volker”, proposto dagli Stati Uniti per la risoluzione del conflitto. Constatando l'inefficacia degli accordi di Minsk ha insistito sulla necessità di nuove consultazioni da estendere agli Stati Uniti ed alla Gran Bretagna.
Nonostante questo lo stesso Volker, rappresentante speciale degli Stati Uniti per l'Ucraina, ha messo in guardia il neopresidente Zelenskij dal compiere “passi sconsiderati”.

Ribadendo a più riprese il suo orientamento filoccidentale, Zelenskij si è detto pronto ad incontrare Vladimir Putin e ad organizzare un referendum sull'entrata dell'Ucraina nell'Unione Europa e nella Nato. Nel frattempo, il segretario generale della Nato Stoltenberg ha invitato Zelenskij a visitare il quartier generale dell'Alleanza Atlantica.
Una delle questioni pià delicate dell'agenda politica ucraina è quella di di Privat Bank. Il colosso bancario era stato sottratto da Poroshenko al controllo di Kolomoiskj nel 2016: adesso Kolomoiskij pretende dall'Ucraina ben 2 miliardi di dollari di compensazione per il danno subito. Del resto, appena tre giorni prima del ballottaggio, il tribunale amministrativo di Kiev ha decretato che la cosiddetta nazionalizzazione - in realtà, la presa in carico di un debito di oltre 5 miliardi di dollari da parte dello stato - di Privat Bank sia stata illegale: un fatto che conferma  i chiari intenti dell'oligarca e la sua volontà di riprendere il controllo di Privat Bank a spese degli ucraini e delle cancellerie occidentali, le quali saranno chiamate nuovamente a monetizzare il proprio sostegno all'Ucraina.
Nel 2016 BankItalia aveva imposto la chiusura della filiale italiana di Privat Bank per riciclaggio: ora una nuova inchiesta, questa volta dell'FBI, pende su Kolomoiskij per ragioni analoghe.

A tre giorni dal ballottaggio che ha confermato la prevedibile vittoria di Zelenski,j il Cremlino ha annunciato la decisione di interrompere le esportazioni di petrolio e di carbone verso l'Ucraina. Alla drastica scelta di Mosca - arrivata alcuni mesi dopo l'interruzione totale delle importazioni di prodotti alimentari ucraini - ha fatto seguito la decisione della Bielorussia, la quale che ha interrotto le vendite di petrolio - russo – all'Ucraina. Una mossa, quella del Cremlino, che ha il chiaro intento di dare un nuovo giro di vite al fronteggiamento economico con l'Ucraina.
A poche ore dalla vittoria di Zelenskij su Poroshenko, Vladimir Putin ha annunciato ufficialmente che i cittadini delle autoproclamate Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk potranno ottenere in modo più semplice la cittadinanza della Federazione Russa.
A Lugansk e Donetsk la notizia è stata accolta dalla popolazione con entusiasmo, mentre non sono mancate le prevedibili rimostranze del governo di Kiev. Sul piano politico la mossa del Cremlino porta con sé diverse implicazioni, le quali possono condurre ad un ampio ventaglio di possibilità: il momento in cui la decisione è stata resa pubblica indica chiaramente l'intento di mettere sotto pressione Zelenskij. Il rilascio facilitato dei passaporti della Federazione Russa renderà meno complessi sia i movimenti delle persone sia i movimenti delle merci, ed è possibile che seppur non nell'immediato possa produrre dei miglioramenti sul piano economico per la regione:  alcune stime valutano il sostegno economico di Mosca pari a circa il 60% dell'intero bilancio economico delle due Repubbliche Popolari.

Se un numero cospicuo dei residenti di Lugansk e Donetsk acquisirà la cittadinanza della Federazione Russa – come nei precedenti casi di Abcasia e Ossezia del Sud - questo darà al Cremlino piena legittimità a tutelare la loro sicurezza. Nuove provocazioni da parte delle forze armate ucraine o dei paramilitari neofascisti potrebbero dunque produrre una reazione diretta da parte di Mosca. Pochi giorni dopo l'annuncio del rilascio facilitato del passaporto della Federazione Russa ai possessori di quello delle autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Lugansk, il Cremlino ha addirittura ventilato l'ipotesi che in futuro il passaporto federale possa essere rilasciato in modo semplificato a tutti i possessori del passaporto ucraino. Un'ipotesi che potrebbe dimostrarsi più concreta di una semplice provocazione.
L'area neofascista ucraina ha accusato per anni Poroshenko di non essere abbastanza determinato nel voler riconquistare armi alla mano il Donbass e la Crimea: sul piano elettorale le formazioni neofasciste hanno dimostrato di avere un peso pressoché irrilevante. Tuttavia possono contare su di un buon livello organizzativo e su di un'ampia disponibilità di coperture, finanziamenti ed armi.
Il loro ruolo resta dunque centrale: Zelenskij non ha alcuna esperienza politica e Kolomoiskij lo controlla in modo pressoché diretto. Quest'ultimo potrebbe utilizzare la propria posizione per ritagliarsi spazi di agibilità propri, ma Kolomoiskij controlla in larga misura anche le principali minacce alla tenuta della nuova presidenza: se Zelenskij fa qualcosa che non deve Kolomoiskij può metterlo alle strette utilizzando le organizzazioni neofasciste. Se invece Zelenskij fosse fedele all'oligarca Kolomoiskij, potrebbero essere gli oligarchi in difficoltà - sia Poroshenko che Akhmetov  - a sostenere i gruppi neofascisti o qualunque elemento che possa svolgere una funzione destabilizzante.

Nuovi conflitti interni sembrano dunque attendere l'Ucraina, rischiando non solo di vanificare ogni minima possibilità di miglioramento complessivo, ma addirittura di far esplodere una nuova guerra civile. La volontà degli oligarchi ucraini - al netto di alcune eccezioni -  sembra continuare ad essere quella di lasciare irrisolta la guerra del Donbass (Figura 5 e Figura 6), facendo si che sul fronte si continui a sparare: del resto, senza una guerra in atto, le speranze di poter appropriarsi dei miliardi di dollari provenienti dal sostegno dell'Occidente si farebbero ben più sottili. Una volontà, quella degli oligarchi, che a dispetto del cosiddetto “piano Volker” sembra convergere con gli intenti statunitensi di tenere in piedi a tutti i costi lo scontro con la Federazione Russa.

 

 

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