Lo chiamavano così: Venezuela Saudita. Di cosa stiamo parlando? No, non è un nuovo Stato situato in Medio Oriente, il cui Presidente o i notabili indossano kefiah bianche come quelle che si possono vedere, ad esempio, nel film vincitore di sette premi oscar Lawrence d’Arabia o sui capi di qualche principe medio-orientale.
Siamo in Sud America ed il termine Saudita stava a rimarcare la centralità del petrolio nello sviluppo economico del Venezuela, Paese che veniva riconosciuto come quarto per ricchezza pro capite al mondo. Possibile visto quanto accade oggi, con il reddito pro capite in costante calo negli ultimi anni ed un tracollo (-36%) tra il 2015 e il 2018 quando si è passati da 17.300 usd a 11.000? Si, e nemmeno troppo tempo fa. Siamo negli anni Cinquanta, quando nel mondo riecheggiavano le sonorità rock and roll di Elvis Presley e quelle jazz pop di Frank Sinatra, e nel frattempo l’economia locale era davanti anche a colossi quali Giappone (29°) e Cina (44°). Ne sono cambiate di cose in pochi decenni.

Il Venezuela ha rappresentato un faro di sviluppo economico dell’area sudamericana. Un faro dalla luce intermittente, scostante e a volte flebile, ma comunque una speranza concreta. Questa prospettiva era basata soprattutto sul petrolio, purtroppo “solo” sul petrolio, che ha consentito anche di migliorare la situazione sociale locale. Negli ultimi trent’anni (Figura 1) si assiste a un calo della produzione continuo e costante, aggravato negli ultimi anni da un crollo deciso: da circa 2,4 milioni di barili al giorno di inizio 2016 a 900.000 barili al giorno a luglio 2019. Siamo ben lontani dai massimi di 22 anni fa, nel 1997, quando il valore era pari a 3,5 milioni.
Una serie di problemi - quali la corruzione, la gestione non ottimale di alcuni dirigenti e le sanzioni internazionali - hanno determinato un crollo della produzione. Anche se il Venezuela possiede ampie riserve petrolifere, buona parte del Paese soffre di penuria di petrolio. Oggi la produzione, come accennato, è ai minimi storici e le vendite vanno principalmente verso quei Paesi che sono anche tra i suoi principali creditori, Cina e Russia.
Le cose andavano discretamente fino a dieci – vent’anni fa, quando un alto livello di prezzo del greggio (Figura 2) consentiva, con i proventi della vendita, di mantenere il sistema messo in atto da Chavez nei primo anni del Duemila. Era un sistema che prevedeva alimentari, sanità ed istruzione gratis. Quando il prezzo del greggio cominciò a calare, il sistema implose, il faro si spense. Dopo la morte di Chavez nel 2013, il sottile equilibrio sociale si spezzò del tutto.

Oltre ai problemi del Paese quali la corruzione diffusa, la povertà, l’inflazione (che raggiunge in questi anni livelli incredibili (Figura 3), si sommano anche lotte intestine per il potere tra chavisti ed oppositori e le sanzioni commerciali da parte degli USA.
Il Venezuela ha avuto per un paio di mesi, tra gennaio e marzo del 2019, due Presidenti della Repubblica in contemporanea.
Il primo, Nicolas Maduro, indicato da Hugo Chavez come suo successore, salì al potere nel 2013. Prima ad interim, poi fu confermato dal popolo con elezioni a dir poco contestate. Al conteggio la differenza fu risicatissima: Maduro ottenne circa l’1,5% di voti in più rispetto al suo avversario Capriles. L’opposizione chiese il riconteggio dei voti, ma non fu concesso dalla commissione governativa. I sospetti di brogli elettorali trovarono quindi nuovo terreno fertile.
Peggio ancora andò nel maggio 2018 quando andarono a votare meno del 50% degli aventi diritto e fu confermato Maduro. Anche in questo caso non mancarono polemiche, repressioni, morti. Molti Stati non riconobbero Maduro come Presidente del Venezuela tra questi gli Stati Uniti.

Il “secondo Presidente della Repubblica” è il suo avversario di queste elezioni, il giovane Juan Guaidò (è nato nel 1983), autoproclamatosi nel gennaio 2019. Un Presidente in carica esiste e un secondo che si “eleva” a tale carica? Chi ha seguito poco le vicende sudamericane si potrà chiedere come sia possibile. Ebbene, la Costituzione venezuelana consente l’autoproclamazione al presidente dell’Assemblea Nazionale (proprio Guaidò) o del Congresso, qualora il Presidente in carica (Maduro in questo caso) non abbia adempiuto ai propri uffici. L’autoproclamazione è consentita solo ad interim e finalizzata alla indizione di elezioni entro un mese. Maduro a marzo 2019 ha revocato la carica di Presidente a Guaidò annunciandone l’ineleggibilità a ogni carica pubblica per 15 anni.
Da gennaio le cose nel Paese certo non sono migliorate: il Venezuela è uno Stato di fatto sull’orlo del fallimento.
La popolazione è sempre più povera (Figura 4) a causa della crisi: gli investitori scappano, le attività chiudono, la disoccupazione aumenta (Figura 5), chi ha un lavoro vede continuamente lo stipendio perdere potere d’acquisto a causa dell’inflazione che ha raggiunto livelli altissimi. Non è bastato introdurre una nuova moneta: Maduro ha lanciato nell’agosto 2018 il bolivar venezuelano sovrano, al fine di combattere l’iperinflazione: una nuova valuta ancorata ad una criptovaluta a sua volta legata all’andamento del petrolio. Il bolivar sovrano si trova in una condizione tale da aver perso quasi tutto il proprio valore (circa il 95%) rispetto al dollaro.

La bilancia del pagamenti è in peggioramento (Figura 6): sia le esportazioni (Figura 7) di petrolio che le importazioni (Figura 8) sono in calo costante dal 2014. La popolazione fugge dal Venezuela (Figura 9) tentando di raggiungere i Paesi vicini con ogni mezzo. Tutti gli indicatori mostrano una vera e propria emergenza umanitaria.
La violenza è in costante aumento: tra le prime dieci città al mondo per numero di omicidi rispetto alla popolazione, due sono venezuelane: Caracas, la capitale, e Guayana. Questo è quanto scrive la Farnesina (fonte Unità di Crisi): “alla luce delle continue tensioni e del grave deterioramento delle già critiche condizioni di sicurezza, si raccomanda di posticipare tutti i viaggi non strettamente necessari nel Paese”. Il Governo italiano mette quindi in guardia dalla precaria situazione generale di sicurezza, con episodi sempre più diffusi di rapine a mano armata e tentativi di sequestro finalizzati all’estorsione.
Viene inoltre ricordato che si sono susseguiti nel corso degli ultimi mesi episodi di malfunzionamento della rete elettrica (il governo venezuelano sostiene si tratti di attacchi terroristici, ma forse più banalmente è scarsa manutenzione …) ed idrica nazionale, e che non sempre è facile reperire benzina presso le stazioni di servizio. La Farnesina scrive ancora che le Strutture sanitarie hanno standard al di sotto di quelli europei e che vi è carenza di farmaci e supporti terapeutici.
Le prospettive del Paese (Figura 10) non sono certo rosee senza un cambio di rotta.

È una situazione non facile. Quale politico potrà guidare il Paese: Maduro o Guaidò, oppure un terzo? Anche la comunità internazionale è divisa. È evidente che il Venezuela è ricco di risorse petrolifere ed ha una posizione strategica nell’America Latina. Gli USA appoggiano Guaidò ed hanno emesso nel corso degli ultimi anni una serie di provvedimenti e sanzioni ai danni di individui ed imprese venezuelani ricollegabili al governo in essere. E Trump non è stato il primo a farlo. Già Barak Obama nel 2015 ha introdotto sanzioni, bollando il Venezuela come minaccia alla sicurezza nazionale americana. Poi Trump ha definitivamente “chiuso i ponti” con un embargo totale che è seguito prima al blocco dei conti corrente di decine di funzionari venezuelani ed delle principali istituzioni finanziarie, poi alla confisca di Citgo, società petrolifera sussidiaria della compagnia statale Pdvsa.
Sul versante opposto agli Stati Uniti, nella scacchiera internazionale, troviamo, tra gli altri, Cina, Russia, Iran e Cuba. Tra questi Paesi, i primi due, come detto, sono tra i principali creditori del Venezuela. Proviamo a fare i conti del debito internazionale venezuelano: se consideriamo i bond di Stato più i prestiti bilaterali. i debiti ammontano a circa 120/150 milioni di dollari.

Siamo in una situazione di empasse e servirebbe una soluzione nel brevissimo periodo. Una delle strade da percorrere potrebbe essere davvero quella delle elezioni politiche di modo da poter dirimere ogni dubbio e sospetto. Non sarà facile trovare l’equilibrio, in un Paese in cui sullo sfondo ci sono da un lato la possibilità dell’utilizzo delle armi (Guaidò non lo ha escluso solo pochi mesi fa), dall’altro la popolazione in estrema difficoltà. Ancora per quanto si potrà andare avanti così?

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