In questi mesi il Corno d’Africa è tornato sui giornali.
A febbraio 2020, dall'Etiopia e dalla Somalia sciami di locuste si sono riversati in Kenya: la velocità di diffusione e le dimensioni delle infestazioni mette a rischio l’agricoltura e la sicurezza alimentare già precaria di questi Paesi. Basti pensare che, in alcuni casi, questi parassiti coprono una superficie di poco inferiore alla Valle d’Aosta (circa 3.200 chilometri quadrati).
E lo scorso maggio, anche la notizia della liberazione della cooperante italiana Silvia Romano, rapita in Kenya e portata in Somalia dove è rimasta prigioniera per 18 mesi, si è rivelata l’ennesima occasione perduta per discutere di temi internazionali rilevanti.

I principali media e gli esponenti politici nazionali si sono azzuffati nella bagarre della polemica facile (la conversione all’Islam della ragazza, il presunto riscatto pagato dal governo italiano, etc), senza approfondire ad esempio le ragioni per cui un manipolo di guerriglieri somali di Al Shabaab sia entrato in Kenya, abbia rapito la ragazza e l’abbia trasferita a più di mille chilometri di distanza dopo aver superato un confine tra due stati. O senza spiegare quali questioni si agitino da anni tra due paesi africani, Kenya e Somalia, affacciati sull’oceano Indiano.
Si tratta di due paesi confinanti dall’estensione geografica simile, ma ben diversi sotto molti aspetti: per popolazione, il Kenya ha più del triplo degli abitanti della Somalia, per PIL, che nel 2018 ammontava a 89 miliardi di dollari per il Kenya contro 4 miliardi della Somalia (Figura 1), per aspettativa di vita alla nascita, che per il Kenya è di 10 anni più alta, secondo i dati della Banca Mondiale.
Pur con diversi problemi – ad esempio i dati FAO indicano che oltre il 30% della popolazione sotto i 5 anni presenta problemi di malnutrizione (Figura 2) - il Kenya ha mostrato negli ultimi 10 anni una crescita media del PIL superiore al 5% diventando uno hub economico, finanziario e dei trasporti dell’Africa orientale.
La Somalia di contro conta su un’economia perlopiù informale basata su allevamento, compagnie di money transfer e rimesse dall’estero, a stento monitorata da un Governo che non ha effettivo controllo del territorio.


La situazione in Somalia è complicatissima: dalla caduta del regime di Siad Barre nel 1991 il Paese non ha mai saputo esprimere un governo stabile, mentre ben presto sono sorte nel nord alcune entità territoriali autodichiaratesi autonome da Mogadiscio - Somaliland, Puntland e Galmudug. Dal 2006, inoltre, il movimento islamista Unione delle Corti Islamiche ha iniziato una lotta contro il Governo impadronendosi del sud del Paese (al confine con il Kenia). Dopo essere state ben presto sconfitte da un attacco combinato di forze governative, esercito etiope, peacekeeper dell’Unione Africana e il supporto aereo degli Stati Uniti, le Corti Islamiche si dividono in diverse fazioni: tra queste, il movimento Al Shabaab continua la sua lotta contro il Governo e la presenza militare straniera .Una presenza straniera che dal 2009 si concretizza nella missione di peacekeeping dell’Unione Africana AMISOM (African Union Mission in Somalia).

Dal 2011, il Kenya – dopo aver subito diversi attacchi e rapimenti nella contea di Lamu nel nord del Paese da parte degli islamisti di Al Shabaab – decide di inviare 3.600 soldati in Somalia per rafforzare il contingente di AMISOM (Figura 3). Dal 1998, anno dell’attacco all’Ambasciata USA a Nairobi rivendicato da Al Qaeda, era iniziata una collaborazione militare tra Stati Uniti e Kenya per rafforzare la sicurezza. Dall’ingresso dell’esercito keniota in Somalia nel 2011 inizia una vera e propria guerra tra Al Shabaab e il Kenya, che porta il movimento islamista ad attaccare nel 2013 il centro commerciale Westgate di Nairobi (67 morti), a dirottare nel 2014 un bus in viaggio nel nord del Paese e a uccidere i 28 passeggeri non musulmani, ad attaccare nel 2015 l’Università keniota di Garissa uccidendo 148 persone, a colpire nel 2016 una base militare AMISOM gestita da forze keniote nel sud della Somalia, ad attaccare un hotel di Nairobi nel 2019 uccidendo 21 civili.
È proprio in questo quadro di conflitto che si inserisce il rapimento di Silvia Romano, chiamando in causa un’Italia che in realtà è già presente nelle dinamiche somalo-keniote. Innanzitutto energetiche.

Nel 2014 il Governo somalo ha portato all’attenzione della Corte Internazionale di Giustizia all’Aja la disputa sui confini marittimi tra i due Paesi, contestando i confini dichiarati dal Kenya nel 1979. (Figura 4). Si tratta di un particolare di non poco conto, poiché nel tratto di Oceano Indiano conteso, che misura più di 100 mila chilometri quadrati, sono presenti giacimenti offshore di petrolio e gas. E proprio in questo tratto di Oceano il Kenya progetta di costruire tre terminal marittimi collegati al porto di Lamu, città al confine con la Somalia, per trasformarlo in un hub energetico che collegherà la rete di trasporto petrolifero proveniente dal Sud Sudan con Paesi di esportazione vicini, quali l’Etiopia e l’Uganda.
Dei 20 blocchi petroliferi offshore identificati nelle acque di pertinenza del Kenya, Nairobi ha assegnato nel 2012 3 blocchi alla compagnia italiana ENI per attività di esplorazione: i blocchi si trovano proprio nel tratto di Oceano conteso con la Somalia (Figura 5). Da qui le proteste di Mogadiscio, che chiede che i blocchi siano assegnati dopo che la Corte Internazionale di Giustizia si sia espressa. Un verdetto che, previsto inizialmente per il 2019, è stato rimandato due volte e al momento è fissato per marzo 2021: quasi 10 anni dopo l’affidamento dei blocchi.
Si tratta di un quadro complesso, quello dei rapporti tra i due Paesi, che coinvolge dispute tra governi, guerre asimmetriche di eserciti nazionali contro movimenti armati, competizione per le risorse energetiche, e la presenza di 400.000 profughi somali in Kenya.
A ben vedere, l’abbigliamento di Silvia Romano al suo rientro a Ciampino diventa un dettaglio piccolo piccolo.

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