Un vecchio adagio sostiene che il tempo sia in grado di fornire ogni risposta. La Brexit, nei primi due anni dopo il voto del 23 giugno 2016, non ha invece ancora sciolto i suoi dubbi. Anzi le questioni aperte, soprattutto per i britannici, paiono essere aumentate, mentre le domande che gli analisti si ponevano all’indomani del referendum non trovano ancora valide risposte. Il Regno Unito e l’Unione Europea hanno superato lo stallo su alcuni punti, a fronte di ingenti concessioni da parte del governo di Theresa May a Bruxelles, anche dal punto di vista finanziario, uno dei nodi cruciali del tema. Le maggiori divergenze, al momento, paiono riscontrarsi sulle questioni legate al confine dell’Irlanda del Nord.

Il Regno Unito, per di più, si trova ad affrontare una delle fasi più delicate della sua storia recente sotto la guida di un debole governo di minoranza, che riesce a stare in piedi soltanto grazie al sostegno degli unionisti nordirlandesi, dopo il clamoroso esito del voto del giugno 2017. Le elezioni anticipate furono convocate da Theresa May ad inizio primavera, quando i sondaggi assegnavano al suo partito un margine di vantaggio prossimo al 20% nei confronti dei laburisti. Nel giro di poche settimane, però, la situazione mutò radicalmente, portando i conservatori a perdere la maggioranza assoluta. Di fatto si trattò di un evidente autogoal per i Tories, sempre più logorati da lotte intestine. L’ala più “conservatrice”, infatti, ritiene eccessive le concessioni della May all’Unione Europea, mentre queste, a detta dei più, sarebbero state l’unica maniera per evitare l’arenarsi delle trattative (ed una conseguente very hard Brexit).
Sul piano politico, però, va sottolineato anche l’incerto quadro europeo, con l’avanzata dei partiti populisti che lascia aperti ulteriori dilemmi anche per il Vecchio Continente. Nonostante ciò l’UE si è sin qui mostrata molto compatta nelle negoziazioni Brexit, ottenendo la quasi totalità di quanto richiesto.
A fronte di uno scenario politico estremamente confuso, i dati economici forniscono alcuni numeri di fatto inoppugnabili. Fra questi vi sono il rallentamento della crescita economica britannica ed il deprezzamento della sterlina nei confronti di tutte le principali valute.

Per quanto riguarda il primo punto, la crescita economica del Regno Unito nel primo trimestre del 2018 è stata la più bassa da oltre cinque anni, facendo registrare un modesto +0,2% (Figura 1). L’economia britannica, che negli ultimi anni era stata in grado di correre ad un passo ben più sostenuto rispetto all’Europa, ha perso smalto. Numerose aziende sono costrette ad atteggiarsi in modo più guardingo, non conoscendo ancora quello che sarà il destino post Brexit dell’Isola di Albione. Verosimilmente il passaporto per i servizi finanziari non sarà mantenuto, ossia risulterà più complicato poter esportare servizi finanziari, uno dei punti forti dell’economia britannica. Questo potrebbe determinare, nella migliore delle ipotesi, l’apertura di nuovi uffici nel continente, oppure un fuggi fuggi generale dalla City londinese nello scenario più drastico, con una riduzione nell’ordine del 5-10% del personale impiegato fra la City e Canary Wharf. Sarebbero pertanto notevoli anche i danni derivanti dai mancati introiti anche per tutto l’indotto che ne consegue.

Sul fronte valutario, nella notte del voto della Brexit, la sterlina quotava in area 1,50 nei confronti del dollaro (Figura 2). La divisa di Sua Maestà è immediatamente crollata del 10% nelle ore seguenti, per poi proseguire il declino sino a scendere sotto quota 1,20 sul finire del 2016. L’anno successivo è stato caratterizzato da un dollaro debole, con il pound che ha lentamente ma costantemente ripreso forza. Il trend è proseguito anche nei primi mesi del 2018, salvo bruscamente interrompersi nell’aprile 2018 dopo dei massimi in area 1,437 che hanno segnato una brusca inversione. Il cambio GBP/USD, denominato in gergo “cable”, commemorando l’antico cavo transoceanico che un tempo trasmetteva le quotazioni, è sceso dapprima sotto quota 1,40, per poi crollare a ridosso di 1,30.

Lo scenario è leggermente differente nei confronti dell’euro (Figura 3). Nell’estate 2015 il cross EUR/GBP arrivò sotto quota 0,70. In altre parole, con una sterlina si ottenevano 1,44 euro. La Brexit segnò una rapida discesa verso 1,20 (ossia 0,83 sull’inverso EUR/GBP), poi proseguita nei mesi seguenti sino a sfiorare la parità fra le due valute. Negli ultimi dodici mesi il rapporto fra euro e sterlina pare aver trovare un suo equilibrio fra 0,865 e 0,895, con il pound che vale dunque 1,12-1,16 euro, quasi il 15% in meno rispetto ai valori pre-Brexit.
L’aspetto valutario assume un ruolo chiave per il Regno Unito, paese tradizionalmente importatore netto di beni. La discesa del pound, infatti, già nel 2017 ha determinato una prima accelerazione dell’inflazione (Figura 4), arrivata a toccare il 3%, prima di scendere al 2,5% nella prima fase del 2018. La debolezza della moneta non ha inoltre determinato alcun miglioramento della bilancia commerciale (Figura 5), né una ripresa del settore manifatturiero. Va inoltre sottolineato come la gran parte della componentistica utilizzata per la produzione di beni provenga da altri paesi. Si prenda come esempio l’assemblaggio di auto effettuato in numerose fabbriche nel Regno Unito: la parte di componentistica importata si aggira intorno al 65%. Questo rende più costosa la produzione per via della svalutazione della divisa.

In tutto ciò, la Bank of England sin dalle prime battute si è mostrata molto critica nei confronti della Brexit e continua regolarmente a monitorare la situazione con estrema attenzione. L’Istituto guidato da Mark Carney si trova di fronte ad un inevitabile dilemma, l’ennesimo in questa storia. Da un lato la BoE vorrebbe alzare i tassi di interesse (Figura 6), al fine di rafforzare la divisa, riportando il cambio su valori più accettabili, per frenare eventuali spinte inflazionistiche che tendono ad abbassare il potere d’acquisto della popolazione. Dall’altra Carney sa benissimo che una serie di rialzi dei tassi potrebbe determinare effetti pericolosissimi nel settore immobiliare, una delle roccaforti del piccolo boom economico del Regno Unito negli anni passati, che rischia di divenire un gigante dai piedi d’argilla.

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