L’ascesa politica, domestica prima e internazionale poi, della Turchia di Erdogan era fondata su una sostenuta crescita economica. Questa ascesa ha comportato una trasformazione forse paradossale: da democrazia con aspirazioni di unirsi all’UE, la Turchia è lentamente divenuta un sistema autoritario con tinte neo-patrimonialiste, votato ad una politica estera tanto aggressiva quanto spregiudicata. Ad oggi, assistiamo alla chiusura di questo ciclo e di un sistema politico dominato da un partito nazionalista, il quale mina lo stesso successo economico che ne ha consolidato il potere.

Questo, in estrema sintesi, è quanto emerge nell’osservare le convulsioni della Turchia negli ultimi due anni, da quando cioè Erdogan nel 2018 ottenne l’approvazione tramite referendum per fare del paese una repubblica presidenziale. La complessa relazione tra economia e sviluppo politico nella Turchia degli ultimi due decenni è dunque incentrata sul dominio del Partito di Giustizia e Sviluppo, al potere dal 2003 con il suo indiscusso leader, Recep Tayyip Erdogan.
Una relazione che si puo’ dividere in due chiare fasi, con lo spartiacque nel biennio 2016-2018. La prima fase racconta di un’economia turca in costante crescita, di un rinnovato entusiasmo per la candidatura europea e di incoraggianti sviluppi sul terreno della democrazia e dello stato di diritto. Tutti elementi legati l’uno all’altro. In un’epoca di forte espansione economica a livello globale, ovvero gli anni dal 2000 al 2008, duramte i quali la Turchia si pose come uno dei principali mercati emergenti. Agli occhi degli investitori vantava molti dei vantaggi di Paesi relativamente più poveri (ridotto costo del lavoro, crescita demografica, mercato interno con grandi possibilità di espansione) con alcuni tratti di economie già sviluppate (efficienza dell’apparato statale, forza lavoro qualificata, buone infrastrutture, specie nelle maggiori città). Ecco dunque che la Turchia riceve la notevole somma di 525 miliardi di dollari in finanziamenti esteri (sia in attività produttive che finanziarie, private come pubbliche) tra il 2003 e il 2018 (Figura 1). Se si eccettua la crisi globale del 2008-9, il PIL turco da inizio millennio non ha fatto dunque che crescere (Figura 2). Questo permette alla Turchia di stabilizzare la sua moneta, forte di rilevanti entrate di valuta estera; e dunque di partecipare più attivamente all’interscambio commerciale con i suoi vicini.

La posizione geografica privilegiata la rende naturalmente aperta sia alle economie europee come a quelle mediorientali. È questo il periodo in cui, a livello domestico, cresce una fiorente classe media che appoggia l’AKP: partito si’ di ispirazione islamista, ma fondamentalmente moderato e che puo’ vantare un successo economico indiscutibile. Sempre l’AKP si pone come referente politico per l’ammissione nella UE. Il percorso burocratico è iniziato, ma negli anni in cui l’Unione si espandeva a est – con Bulgaria e Romania – l’opposizione di alcuni attori fondamentali, in primo luogo la Francia, comporterà anni di anticamera per la Turchia e un costante rinvio di una decisione sul suo ingresso. Allo stesso tempo, Ankara inaugura una politica di ‘zero problemi con i vicini’ per quel che riguarda i suoi confini orientali. Dunque accomodamento e distensione con Siria, Iraq e Iran, e poi anche Arabia Saudita e Israele (da sempre, comunque, vicino ai Turchi).

Come si è accennato, questa situazione va a compromettersi nel momento in cui l’AKP, e in particolare il suo leader Erdogan, diventano vittime del proprio successo. In primo luogo, il sistema istituzionale turco mostra alcuni limiti di fondo: una soglia di sbarramento altissima al 10% non permette a vari partiti di entrare in parlamento, consegnando al già potente AKP sempre più seggi via premi di maggioranza e la possibilità di governi monocolore. Addirittura, per modifiche costituzionali che richiedono maggioranze qualificate (come i due terzi del parlamento), l’AKP si troverà in una condizione di assoluto dominio – da cui, appunto il progetto di legge, poi confermato al referendum, per la trasformazione della Turchia in un sistema presidenziale, accrescendo ovviamente i poteri dell’uomo forte Erdogan. In secondo luogo, il tradizionale garante della laicità dello stato e storico contrappeso all’egemonia politica dei partiti, l’esercito, viene affrontato a muso duro da Erdogan, forte ancora del vasto sostegno popolare di cui gode per via dell’espansione economica. Se da un lato questo non puo’ che essere apprezzato come correttivo per estromettere i militari dalla vita politica (responsabili di quattro colpi di stato dalla fondazione della Turchia moderna nel 1922), dall’altro elimina un argine allo strapotere dell’AKP.

Con il misterioso golpe militare fallito del 2016, Erdogan ha avuto il pretesto per muovere decisamente contro la casta militare, epurando gli alti comandi dell’esercito; e per far arrestare o processare altre attori percepiti come ostili (molti giudici, professori, capitani d’industria, sindacalisti, giornalisti, leader religiosi, etc...). In terzo luogo, lo sconvolgimento portato dalle primavere arabe nella regione, cosi’ come il fallimento del progetto americano in Iraq, dann0 il via ad una politica di interventismo in Medioriente. Con il mancato ingresso nell’UE, ormai quanto mai distante, ecco che la Turchia di Erdogan semplicemente decide di cambiare strategia e di intraprendere una strada dettata da un più risoluto – molti dicono miope – nazionalismo.
Non c’è infatti crisi nell’area mediterranea o mediorientale, e ora anche caucasica, dove la Turchia non sia intervenuta: il conflitto in Siria; quello in Libia; la crisi dei migranti; la disputa con Grecia e Cipro sulle acque territoriali; quella con Baghdad sulla città di Mosul e sui curdi iracheni; recentemente la guerra del Nagorno-Karabach tra Azerbaigian e Armenia. Le ripercussioni su altri fronti di questi conflitti – come per esempio sulle relazioni con Arabia Saudita ed Egitto, per via del supporto turco ai Fratelli Musulmani invisi ad entrambi i regimi – sono ancora più complesse. Come mettere ordine? Si è posto l’accento finora sulla stretta relazione tra andamento economico e percorso politico della Turchia. Seppur non esaustiva, questa prospettiva puo’ fornire elementi per meglio capire la svolta di Ankara. Crisi economica e spregiudicatezza in politica estera vanno di pari passo e si nutrono a vicenda.

Per prima cosa, il flusso di investimenti esteri si è progressivamente ridotto. Alcuni analisti hanno addirittura segnalato che la Turchia ha perso, al netto, 15 miliari di dollari negli ultimi due anni e mezzo. In un’economia integrata a livello globale, questa riduzione non è stata compensata da una corrispondente crescita dell’export per sopperire alla riduzione di riserve valutarie (Figura 3 – al momento intorno a soli 29 miliardi di USD). La Turchia, ancora dipendente dall’estero per vari prodotti finiti (automobili, per esempio) e materie prime (specie idrocarburi, di cui è povera), ha conosciuto una fortissima – e inevitabile – svalutazione della Lira, che ha perso circa metà del suo valore negli ultimi due anni (Figura 4). Con un tonfo a fine ottobre 2020, in concomitanza con le tensioni con la Francia e le decisioni della Banca centrale turca sui tassi di interesse (invariati) e l'alta inflazione. Perchè gli investitori esteri si sono ritirati? Semplicemente per una perdita di fiducia nel sistema-paese turco: l’ormai ventennale dominio dell’AKP ha comportato un’aumento della corruzione di pubblici ufficiali, episodi di nepotismo e malversazione, riduzione delle garanzie per gli investitori. Le reazioni, spesso scomposte e violente, di Erdogan di fronte a questa situazione non hanno fatto altro che accelerare i timori degli investitori e la conseguente fuga di capitali e l’avventurismo in politica estera ha esacerbato questa situazione.
Alla ricerca di risorse energetiche a buon mercato, Erdogan ha infatti rivendicato sovranità sulle acque territoriali al largo della costa libica, dove si sospetta vi siano giacimenti rilevanti. Il problema è che, abbastanza chiaramente, tale rivendicazione andava a violare le acque territoriali di Cipro e Grecia (Figura 5). Minacciando l’uso della forza navale, Erdogan si è posto in rotta di collisione con l’UE, di cui Cipro e Grecia fanno ovviamente parte; senza considerare la paventata possibilità di uno scontro tra alleati NATO. Al Consiglio Europeo di inizio ottobre, l’UE, sotto spinta francese a compensare l’esitazione tedesca (la Germania ospita circa 7 milioni di turchi), ha rifiutato ogni rivendicazione turca e ventilato, in risposta, possibili sanzioni economiche. Sanzioni che al momento sarebbero appunto devastanti per la Turchia e che hanno indotto Erdogan a più miti consigli.

Un fenomeno simile si è visto per quanto riguarda le relazioni tra Turchia e mondo arabo. Come accennato, Ankara è intervenuta in tutta una serie di teatri: dalla Libia alla Siria, dall’Iraq al Qatar, alienandosi, nel mentre, i due principali stati arabi, Arabia Saudita ed Egitto. A ruota, l’intera Lega Araba, ad eccezione del Qatar, ha pure minacciato un boicottaggio dei prodotti turchi. L’export verso i paesi arabi rappresentava nel 2019 il 19% dei quasi 180 miliardi di dollari dell’export turco complessivo (Figura 6), cifra quindi tutt’altro che irrilevante. Infine, l’apertura delle ostilità in Nagorno-Karabach, e il conseguente sostegno ai turcofoni azeri contro gli storici nemici armeni, ha poi posto Ankara di nuovo in contrasto con Mosca, da sempre vicina agli ortodossi di Yerevan.
Ecco dunque che il pressochè totale isolamento internazionale della Turchia – invisa ad Europa, mondo arabo e Russia allo stesso tempo, ed ignorata dagli USA, che hanno scelto di non visitarla quando, a fine settembre, il Segretario di Stato Pompeo si è recato in Grecia e a Cipro – riflette la fuga di capitali, il crollo della Lira e la crisi economica, aggravata, come per tutti, dalla pandemia. L’aggressività di Erdogan, al di là delle apparenze, tradisce insicurezza e non forza.

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