Curiosamente, i due Paesi con economie avanzate investiti dalle più vaste e dure proteste popolari nel corso dell’ultimo anno sono stati Hong Kong e Francia: il primo da sempre ai vertici della classifica delle libertà economiche stilata dal Fraser Institute (Figura 1), il secondo guidato dal presidente Macron, paladino di un liberismo disinibito in salsa europea.
Qualcosa non sta funzionando? Perché le attuali politiche economiche sembrano collidere sempre più con le libertà individuali?
Dal 31 marzo 2019 Hong Kong è teatro di una serie ininterrotta di manifestazioni contro il disegno di legge sull'estradizione di latitanti verso paesi dove non vi sono accordi di estradizione (Fugitive Offenders amendment bill).
Le proteste sono sorte soprattutto per i timori che tale legislazione avrebbe violato la linea di demarcazione tra i sistemi giuridici di Hong Kong e Cina, con il concreto rischio per i cittadini di Hong Kong di poter essere sottoposti alla giurisdizione di tribunali controllati dal Partito Comunista Cinese. esponendosi a processi iniqui e trattamenti violenti.

Il movimento ha acquisito rapidamente slancio e già una seconda manifestazione popolare (il 28 aprile) ha attirato circa 130 000 persone, culminando poi in imponenti proteste in giugno con oltre un milione di persone coinvolte, secondo gli organizzatori (cifre che paiono realistiche viste le immagini, per quanto puntualmente smentite dalle autorità).
Il 12 giugno 2018 in particolare, giorno in cui il governo ha tentato di presentare il disegno di legge per la sua seconda lettura, le contestazioni fuori dal quartier generale dell’esecutivo si sono trasformate in violenti scontri con le forze dell’ordine, la cui brutalità è presto diventata oggetto delle successive proteste dei manifestanti, il cui numero sarebbe addirittura salito a quasi 2 milioni di persone il 16 giugno 2019. Conseguentemente, anche le rivendicazioni si sono fatte più ampie, arrivando a includere la libertà civili, una reale democrazia (le riforme ristagnano, malgrado le promesse seguite alla Rivoluzione degli ombrelli del 2014) e una maggiore autonomia della regione, oltre a indagini sulla condotta delle forze dell’ordine.

Ancora più che in Francia, le manifestazioni si sono così trasformate in insurrezione, con centinaia di giovani che hanno preso d'assalto il Consiglio legislativo e hanno deturpato i simboli associati alla Repubblica popolare cinese fuori e dentro l'edificio.
Il 9 luglio, il contestato capo dell’esecutivo Carrie Lam ha dichiarato "morto" il disegno di legge sull'estradizione, ma non ne ha assicurato il ritiro definitivo né ha accennato a prendere in considerazione nessun’altra richiesta dei manifestanti, che hanno quindi continuato ad alimentare l'ondata di proteste, ormai trasformate in scontri permanenti con polizia, attivisti pro-governativi, pro-Pechino, residenti locali e finanche non meglio precisate gang della Triade cinese (il 21 luglio un centinaio di uomini armati e vestiti di bianco hanno assaltato indiscriminatamente manifestanti e civili nelle strade).
Il governo centrale cinese ha descritto le proteste come "la peggiore crisi di Hong Kong" dopo il trasferimento della sovranità dal Regno Unito nel 1997 e ha più volte dato segni di nervosismo per la situazione in essere.


Carrie Lam, da parte sua, continua a rifiutare ogni concessione, dal rilascio dei manifestanti arrestati alla ritrattazione della denominazione ufficiale delle proteste come "sommosse", comprese le sue dimissioni e l'introduzione del suffragio universale per l'elezione del Consiglio legislativo e del capo dell’esecutivo.
Manifestazioni su larga scala sono così proseguite per tutta l’estate e, in occasione del 70° anniversario della Repubblica popolare cinese (1 ottobre), uno studente di 18 anni che protestava è stato colpito con un proiettile dalla polizia. Tentando di frenare le proteste, il direttore generale del Consiglio ha invocato l'ordinanza sui regolamenti di emergenza, il 4 ottobre, per attuare una “legge anti-maschera”.

Le manifestazioni di Hong Kong sono state quasi subito confrontate con quelle dei gilet gialli in Francia. Le somiglianze, effettivamente, non mancano: sono due movimenti spontanei di cittadini, fuori dai partiti, fuori dai sindacati e organizzati in gran parte sui social network.
In entrambi i casi lo scontro frontale è con il governo, la cui stessa legittimità è messa in discussione, e si traduce in uno scontro spesso violento con la polizia nelle strade, con numerosi feriti che diventano il fulcro della comunicazione dei manifestanti, venendo presentati come “martiri per la causa” a ulteriore prova della disumanità delle istituzioni e quindi della fondatezza delle rivendicazioni.
Entrambi i movimenti non hanno né vogliono avere alcun leader e si basano su un’ostentata democrazia interna, che può prevedere anche voti online (su Facebook in Francia, su Telegram a Hong Kong), per quanto questa soluzione non sia paragonabile alla più strutturata piattaforma Rousseau del M5S in Italia.
Ma i punti in comune si fermano qui e le differenze sono numerose. Gli obiettivi e i metodi, infatti, non sono gli stessi e i contesti divergono sensibilmente.
Innanzitutto, il movimento battezzato anti-ELAB (Anti-Extradition Law Amendment Bill) non ha leader non per scelta ma per necessità. I leader della cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli” del 2014 sono stati tutti incarcerati (Benny Tai, Nathan Law e soprattutto Joshua Wong, liberato poco prima dell’attuale rivolta e prontamente rispedito in prigione per le sue posizioni). Coloro che parlano apertamente lo fanno a volto mascherato, ad eccezione di Brian Leung, che ha parlato mostrando il volto all'interno del Parlamento occupato, ma ha poi rapidamente lasciato il Paese per proseguire il suo dottorato negli Stati Uniti.
I gilet gialli, da parte loro, sono sì un movimento senza leader, ma è indubbio che alcune personalità abbiano avuto una forte influenza sul movimento stesso e lo hanno spesso rappresentato nei rapporti con i media.

I gilet gialli, inoltre, sono ostili alla politica in generale e al principio stesso della democrazia rappresentativa, nella sua attuale evoluzione all’interno dei Paesi più avanzati.
I manifestanti di Hong Kong sono ostili in primo luogo alle politiche pro-Pechino in vigore nel loro Paese, in un sistema in cui la metà dei deputati e il capo del governo non sono eletti a suffragio universale (né diretto né indiretto) e sognano dunque una vera democrazia rappresentativa che da loro non è ancora mai stata in essere.
Due dati illustrano bene questa differenza: a Hong Kong la gente si ribella a un premier, Carrie Lam, che ha ricevuto 777 voti. In Francia si contesta il presidente della Repubblica Emmanuel Macron che ha ricevuto circa 20 milioni di voti.
I manifestanti in Francia sono stati e sono tuttora assai ostili nei confronti dei giornalisti con alcune eccezioni per i media indipendenti, mentre i manifestanti a Hong Kong sono in genere grati ai giornalisti, escludendo i media statali cinesi e quelli filo-cinesi di Hong Kong .
Paradossalmente, i gilet gialli sono stati abbastanza presenti nei media francesi e invitati su diversi canali, il che non è il caso dei manifestanti di Hong Kong, i quali cercano a tutti i costi di nascondere la propria identità e quindi rifuggono dalle telecamere, dato che le proteste a Hong Kong, come detto, sono ufficialmente etichettate come rivolte e la semplice partecipazione a una rivolta (pur senza commettere violenze) è punibile con 10 anni di carcere.
Alcuni gruppi hanno peraltro preso l'iniziativa di organizzare conferenze stampa, mostrando il volto, in cinese, inglese e persino nella lingua dei segni per cercare di contrastare la propaganda ufficiale del governo.

Dal punto di vista sociologico, i manifestanti presentano ulteriori differenze. In Francia la grande maggioranza lamenta la propria precaria condizione economica e la imputa alla globalizzazione, mentre a Hong Kong tra i dimostranti prevale una classe media generalmente benestante che si batte per le libertà individuali e per la democrazia ma non per il potere d'acquisto.
A differenza dei gilet gialli, i manifestanti di Hong Kong non sono contro il libero scambio e la globalizzazione. Hong Kong è un paradiso fiscale le cui uniche ragioni di esistenza sono la finanza, il libero scambio e la globalizzazione stessa (Figura 2). L'idea di vivere in autarchia e di consumare locale è assurda a Hong Kong, che non produce quasi nulla e non è autonoma in cibo, acqua o elettricità (Figura 3 e Figura 4).
La richiesta di aumentare la tassazione per i ricchi e di abbassarla per la classe media in Francia è totalmente assente a Hong Kong, dove non vi è alcuna imposta sul patrimonio o sul capitale. L'aliquota massima dell'imposta sulle società e dell'imposta sul reddito è del 16%. Naturalmente ci sono grandi disuguaglianze anche a Hong Kong e un certo numero di manifestanti è in difficoltà, soprattutto per l'accesso a immobili costosi, ma il concetto di welfare statale e la cultura della ridistribuzione non esistono e questi problemi sono completamente assenti dalle rivendicazioni (Figura 5 e Figura 6).

Uno studio rivela che il 46% dei contestatori di Hong Kong sono donne, ben il 78% laureati, il 50% giovani fra i 20-29 anni e, per l’appunto, il 59% proviene dalla classe media (Figura 7); i gilet gialli sono meno istruiti, più anziani, meno abbienti e spesso abitano in zone rurali. Mentre poi in Francia le proteste presero origine dall’aumento dei costi legati all’automobile, quasi nessuno dei manifestanti di Hong Kong ha un’auto, in una città in cui solo il 10% dei residenti ne possiede una e le tasse sull'acquisto di un veicolo sono del 130% per evitare la congestione in una città densamente popolata (quasi tutti gli spostamenti vengono effettuati con i mezzi pubblici, grazie a uno dei migliori sistemi al mondo).
Le cinque richieste emerse a Hong Kong (revoca della legge incriminata, indagine indipendente sulla violenza della polizia, revoca del voto antisommossa, liberazione di manifestanti e suffragio universale) così come quelle francesi, pur nelle loro sensibili differenze, non hanno portato sostanzialmente a nulla, se non a qualche blanda concessione di facciata oltralpe.
Gli scontri con la polizia sono un leit motiv in entrambi i casi, ma il livello di violenza è stato molto più elevato, su entrambi i fronti, in Francia e così il numero di arresti: in generale, dalle immagini che è stato possibile osservare, le sommosse di Hong Kong mostrano atteggiamenti più naif nelle proteste come nella repressione, il che pare naturale data la diversa storia passata e recente delle due nazioni.

Il movimento di Hong Kong è molto più di massa rispetto a quello transalpino, dove i sostenitori erano più dei manifestanti. Se infatti le cifre ufficiali più alte in Francia ( peraltro poco attendibili e più volte smentite) riportavano 287.500 partecipanti su 65 milioni (0,4%), le più alte a Hong Kong sono di 2 milioni su 7.5 milioni (26%), ma questi dati sono assai poco confrontabili, dati i contesti così diversi. Le marce dei gilet gialli nel mentre, pur fra alti e bassi, hanno ormai raggiunto il 50° sabato consecutivo e si apprestano a festeggiare la ricorrenza della prima discesa in strada; riuscirà il Paese asiatico a eguagliare questo record o, addirittura, a cambiare prima il sistema vigente?

 

 

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