Domenica 24 giugno 2018 si e’ votato in Turchia sia per il rinnovo del parlamento che per l’elezione del Presidente della Repubblica. Si e’ trattato della prima elezione dopo la riforma costituzionale in senso presidenziale voluta dal presidente uscente Recep Tayyip Erdogan e approvata ad aprile 2017 tramite referendum. Queste elezioni erano programmate per il novembre del 2019, ma Erdogan ha deciso di anticiparle, scommettendo su una vittoria personale per la presidenza e una maggioranza per il suo partito in parlamento.
Erdogan viene eletto con oltre il 52% dei consensi, e il suo Partito di Sviluppo e Giustizia (AKP nell’acronimo turco) ottiene il 42% in parlamento: la sua strategia dimostra ancora una volta tanto il suo fiuto politico quanto la sua spregiudicatezza. La formazione di destra Partito di Azione Nazionale (MHP, erede dei Lupi Grigi e alleata con Erdogan,) ha guadagnato l’11%, permettendo all’AKP di formare una solida maggioranza parlamentare.

Al di la’ di una certa tracotanza che aveva portato Erdogan a sperare in un consenso verso la sua presidenza ancora piu’ ampio e a un AKP con oltre il 50% dei seggi, si puo’ dire che il presidente abbia ottenuto in entrambe le consultazioni un ampio e chiaro successo, con un’opposizione (in primo luogo il Partito Repubblicano del Popolo, formazione di centro-sinistra che ha conquistato solo il 22% dei voti) incapace di sfidare davvero lo strapotere dell’AKP.
E’ dunque tutto roseo il futuro per la Turchia di Erdogan? Qui di seguito si offrono alcune considerazioni, attinenti in special modo ai recenti problemi finanziari e geo-politici del Paese.
Al potere dal 2003, l’AKP di Erdogan ha impresso un marchio indelebile alla Turchia del XXI secolo. Possiamo grosso modo suddividere questo periodo in due fasi. Per tutto il primo decennio degli anni 2000, la Turchia di Erdogan ha rappresentato la possibilità democratica per i partiti islamisti, quale l’AKP fondamentalmente rimane. A ciò si è unita una politica estera fortemente europeista: Ankara cercava di accedere come membro a pieno titolo dell’Unione Europea quando questa si espandeva con velocità verso est. A quel tempo, per paradossale che possa ora sembrare, la Turchia si poneva come un paese con forti credenziali democratiche. Andava acquisendo tasselli di quell’acquis communitaire necessario per accedere all’UE (in questo senso, va per esempio ricordata l’abolizione della pena di morte).

La seconda fase si apre con un ri-orientamento della politica estera turca. Questo cambio avviene quando vari paesi europei (prima tra tutti la Francia di Sarkozy) pongono un veto all’ingresso nell’Unione Europea – in tempi brevi, ma fors’anche nel lungo periodo – di un paese di circa 80 milioni di abitanti, per di più a stragrande maggioranza musulmana. Specie dopo la crisi economica globale del 2008, la Turchia rivolge dunque la sua attenzione ai paesi confinanti a sud e ad est: Siria, Iran e Iraq. Una visione riassumibile nello slogan ‘zero problemi con i vicini.’ Questa politica estera manifestava però anche un neo-ottomanesimo nemmeno troppo mascherato: un approccio che, visto il fallimento dell’accesso allo spazio sovra- e multi-nazionale dell’UE, ha comportato un più acceso nazionalismo e una politica estera piu’ aggressiva; inoltre, ha sacrificato alcune delle caratteristiche democratiche del regime turco, come si evince da una libertà di stampa e di opinione sempre più compromesse.
Queste due fasi, qui tracciate a grandi linee, hanno due punti fermi in comune: la leadership di Erdogan e la costante e sostenuta crescita economica (Figura 1 e Figura 2). Ma è proprio in questa prima finestra del 2018 che i dubbi su entrambi questi punti si fanno più insistenti. Dubbi e domande che potrebbero far presagire scenari quanto mai turbolenti. È per esempio notizia recente il nuovo rating dei titoli di stato turchi da parte di Moody’s, che li ha relegati a Ba2, ovvero ‘titoli spazzatura’ (junk bonds). Ed è, secondo alcuni, proprio il presidente a essere tra i principali responsabili di una politica monetaria che potrebbe compromettere la stabilità macroeconomica turca, e con essa la crescita economica del paese. Analisti più pessimisti hanno parlato di una possibile crisi economica che potrebbe rivelarsi profondissima, se è vero che si paventano addirittura scenari di default simili a quelli dell’Argentina.

Dove si trova, dunque, la Turchia? Perchè ad una crescita economica del 7.4% nel 2017 (che fa impallidire qualsiasi economia occidentale – Figura 3 e Figura 4) si accompagnano tali lugubri scenari? Cercheremo di illustrare il complesso rapporto tra performance economica, investitori esteri, politica estera e una strisciante, ma ormai alquanto evidente, transizione da un regime democratico ad uno ibrido, con forti venature autoritarie.
Dopo il raffreddamento dei rapporti tra Turchia ed Unione Europea verso la fine del primo decennio degli anni Duemila, lo tsunami delle primavere arabe (2010-2014) ha offerto ad Ankara tante sfide quante possibilità. In particolare, è con la terribile crisi siriana e l’emergenza rifugiati che Erdogan gioca le sue carte in maniera alquanto spregiudicata. La guerra con la Siria (2012, dopo le proteste del 2011) lo vede prima contrapporsi al regime di Assad, cercandone la rimozione. Il sostegno (sempre ufficialmente negato) addirittura agli estremisti dell’ISIS in funzione anti-Ba’thista e anti curda viene interrotto quando gli incontrollabili jihadisti lanciano una campagna di attentati proprio in Turchia. Poi, dopo un acceso confronto con Putin per via di un jet russo abbattuto dalla contraerea turca (novembre 2015), la decisa svolta in senso filo-russo e quindi pro-Assad. Con la sconfitta militare dell’ISIS nel tardo 2017, la Turchia si concentra sui curdi dell’YPG, che hanno condotto la maggior parte degli scontri con le formazioni dell’ISIS nella Siria nord orientale. Lo YPG è legato al Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un gruppo separatista che opera nella zona orientale turca a maggioranza curda. Il PKK è considerato una formazione terrorista non solo dalla Turchia ma anche da parte dei governi occidentali. E dunque mentre lo YPG conduceva una campagna militare che li ha portati verso ovest, verso le enclavi curdo- siriane di Majib e Afrin, Ankara diveniva sempre più preoccupata. La prospettiva di un controllo curdo su tutto il suo confine meridionale con la Siria risulta inaccettabile per la Turchia, che teme il separatismo curdo come una delle principali minacce alla sua integrità territoriale. Tuttavia, lo YPG, proprio per la sua efficacia sul terreno, è presto diventato un prezioso alleato degli USA in funzione anti ISIS. Non solo armi americane hanno rifornito i curdi dell’YPG; ma forze speciali statunitensi li hanno addestrati e affiancati in molteplici operazioni. Mentre l’YPG si muove dunque per rafforzare il suo controllo sull’intero settore nord della Siria, c’è dunque la concreta, ed alquanto pericolosa, prospettiva di soldati dei due più grandi eserciti NATO (americano e turco) coinvolti in uno scontro.

È appunto in questa situazione che Erdogan, seppure mai rinnegando ufficialmente l’Alleanza Atlantica e la relazione con Washington in particolare, si è posto in maniera piuttosto evidente contro lo storico alleato americano. Non è solo il problema curdo a essere motivo di frizione: ma anche la mancata estradizione del predicatore Fetullah Gulen, residente in Pennsylvania e considerato da Erdogan l’ideatore del misterioso ‘colpo di stato’ sventato nel luglio 2016; poi, l’accusa da parte di vari membri del Congresso di estese violazioni dei diritti umani in Turchia, specie dopo il tentato golpe, appunto. Infine (dicembre 2017), l’acquisto di missili russi S-400 da parte dell’esercito turco, missili tra l’altro non compatibili con i sistemi NATO in dotazione alla Turchia. E non è tutto.
Sono detenuti in Turchia alcuni cittadini americani, accusati di spionaggio, fiancheggiamento a gruppi terroristici e collusione con il tentato golpe del 2016. Le accuse a loro carico, secondo le autorità americane, sono infondate. Si sono tenute manifestazioni di protesta da parte di attivisti di fronte all’ambasciata turca a Washington, considerate da Erdogan in qualche modo sobillate da parte degli USA.
In questo clima, in ultimo e più importante, è stata paventata da vari membri del Congresso l’idea di imporre sanzioni alla Turchia. In particolare, oltre agli arresti di cui sopra, due sono le motivazioni addotte: la regressione di Ankara per quanto riguarda i diritti umani e i forti legami commerciali ed economici con l’Iran, materia su cui Washington è quanto mai sensibile specie dopo l’uscita da parte dell’amministrazione Trump dal trattato sul nucleare iraniano firmato nel 2015.
Temendo queste sanzioni, e comunque in luce dei rapporti ormai piuttosto freddi con gli Stati Uniti, il governo di Erdogan ha deciso di convertire parte consistente delle proprie riserve valutarie di dollari in oro. I risultati sono stati subito evidenti: se nel 2011 le riserve in oro ammontavano a 116 tonnellate, a febbraio 2018 si è arrivati a 546.8. Durante gli ultimi sedici mesi, il valore di tali riserve è aumentato di oltre 10 miliardi di dollari (da circa 14 miliardi a fine 2016 a 25.2 ad aprile 2018).

L’obiettivo di rendersi meno vulnerabili a possibili sanzioni americane si accompagna ad un’azione volta a sostenere il valore della lira turca, uno dei principali problemi che il regime di Erdogan deve affrontare. La crescita economimca turca e’ stata trainata dalla domanda interna (Figura 5). Se è infatti plausibile che riserve in oro possano sostenere il valore della moneta nazionale sostituendo il biglietto verde, tale misura ha però scarso effetto quando la fiducia dei mercati finanziari internazionali vien progressivamente meno. E in questo senso, alcune dichiarazioni del presidente turco riguardo alcuni dei più basilari principi di economia politica hanno fatto danni cui una conversione delle riserve in oro non puo’ porre facile rimedio.
Parlando a Bloomberg TV lo scorso 14 maggio 2018 durante una visita di stato in Gran Bretagna, Erdogan si è dichiarato un ‘nemico’ degli alti tassi d’interesse, che ritiene la causa principale della svalutazione progressiva della lira turca e della conseguente inflazione a doppia cifra che affligge il paese da molti mesi a questa parte (Figura 6). Ritenere che alti tassi d’interesse provochino inflazione contraddice elementari principi macroeconomici, in quanto alti tassi tendono a ridurla. Non contento, Erdogan ha anche dichiarato che intende mantenere un più stretto controllo sulla Banca Centrale, che in ogni paese dovrebbe, almeno nominalmente, essere un’istituzione indipendente dal potere politico. In ultimo, ha poi pesantemente attaccato le agenzie di rating cui si accennava in precedenza, accusandole di scoraggiare investimenti in Turchia e comprometterne così la crescita economica.
Le dichiarazioni di Erdogan intendevano rassicurare i mercati rispetto alle prospettive di crescita dell’economia turca e alla sua stabilità macroeconomica. Non stupisce che abbiamo avuto l’effetto opposto, andando ad attaccare i basilari andamenti dei tassi d’interesse rispetto all’inflazione, le regole condivise per il funzionamento delle banche centrali e il lavoro cui le agenzie di rating sono preposte.

L’inflazione, dall’agosto 2017 costantemente sopra il 10%, ha reso la lira turca una delle peggiori monete a livello dei cosiddetti mercati emergenti. E non è qualcosa di recente: negli ultimi cinque anni la lira ha perso oltre il 60% del suo valore (Figura 7). I bassi tassi d’interesse avevano dunque da una parte sostenuto quella forte crescita economica di cui si è detto in apertura, ma anche (ovviamente, nonostante quel che sostiene Erdogan) innalzato l’inflazione, peggiorato la bilancia commerciale con l’estero (in chiaro deficit: da meno 32.6 miliardi nel 2016 a meno 47.1 nel 2017 – Figura 8) e conseguentemente aumentato il debito estero, ora a 453 miliardi di dollari. Non è forse una situazione grave come in Argentina, paese ormai famoso per cicliche crisi di insolvenza del debito; ma i meccanismi sono alquanto simili, e gli altissimi rendimenti dei buoni del tesoro turchi renderanno tutto fuorché più facile accedere al credito estero.
E’ da notare infatti che siamo in un momento in cui le misure ordinarie sembrano non bastare più a rassicurare i mercati. Lo scorso 25 aprile 2018 la Banca Centrale Turca aveva infatti innalzato, dopo molta resistenza da parte del governo, i tassi di interesse di 75 punti base. Immediatamente, la misura aveva dato un minimo di sollievo alla lira (che aveva perso oltre il 13% rispetto al dollaro da agosto) passando da 4.19 lire per dollaro (un minimo storico) a 4.08. Subito dopo, tuttavia, le dichiarazioni di Erdogan hanno eliminato i quel poco di respiro dato dai mercati alla lira, che si è assestata sui 4.15.
Erdogan si è mostrato fin qui un politico estremamente abile. Le elezioni gli daranno la possibilita’ di rinsaldare il dominio sul sistema politico turco, consolidando la sua base di potere elettorale radicata nei ceti rurali, nella piccola borghesia e nelle periferie delle grandi citta’. Inoltre, la potenza turca nello scacchiere mediorentale e’ riconosciuta. Tuttavia, Erdogan non puo’ controllare a suo piacimento quel che avviene in tale scacchiere, dove il suo neo-ottomanesimo si scontra necessariamente con ambizioni di potenze non meno determinate di quella turca. Le divergenze con Washington sono solo la piu’ evidente di una serie di problemi che da geo-politici, come si e’ notato, diventerebbero poi economico-finanziari. E le classi sociali sulle quali Erdogan fa affidamento a livello interno sono proprio quelle categorie che piu’ verrebbero colpite da una seria crisi economica, che andrebbe dunque ad erodere le basi di quell’ampio consenso di cui evidentemente puo’ ancora godere. Erdogan non puo’ controllare gli andamenti dei mercati, la fiducia nell’economia e nella moneta turca, e altri meccanismi finanziari. Rimane la sensazione che la sua ambizione lo porti a combattere battaglie che non puo’ affrontare con i semplici mezzi della propaganda, della repressione e della spavalderia. Come e’ noto, ‘it’s the economy, stupid.’

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