Situata sul Corno d’Africa, l’Etiopia è lo Stato più popolato al mondo senza sbocco sul mare, contando circa 110 milioni di abitanti, e il secondo Stato africano più popoloso dopo la Nigeria. La bandiera etiope ha i colori dell’Africa: il verde simboleggia la terra, il giallo il mondo e l’amore ed il rosso la forza.
Al centro campeggia una stella dorata, il sigillo di Salomone, su sfondo azzurro che rappresenta l’unità e la volontà dei popoli etiopi di formare un unico Stato. Ispirazione e intendimenti nobili, che si sono scontrati con la realtà dei fatti (Figura 1).

L’Etiopia è infatti mosaico di etnie, religioni lingue e culture. Sono presenti (Figura 2) decine di gruppi etnici – se ne contano circa ottanta – di cui i maggioritari sono gli Oromo, gli Amhara, i Somali e i Tigrini. Questa frammentazione rende complicato amministrare lo Stato, come sa bene Abiy Ahmed Ali, l’attuale primo ministro. Vediamo perché.
Abiy Ahmed Ali è il volto nuovo dell’Etiopia, uomo di studi ma anche di azione. Da un lato ha conseguito due lauree, in ingegneria informatica ed in filosofia, un master a Londra in “Transformational leadership”, e un dottorato presso l’Istituto di studi sulla pace e sulla sicurezza ad Addis Abeba. Dall’altro lato è cresciuto professionalmente nell’esercito, facendo carriera fino al grado di tenente colonnello e ricoprendo ruoli nelle comunicazioni e nell’intelligence, distinguendosi per le proprie capacità di mediatore. Fin da giovanissimo, si è interessato alla politica, militando da adolescente per il partito democratico oromo, l’Odp. Eletto nel parlamento a ventiquattro anni nel 2010, e successivamente riconfermato nelle elezioni del 2015, fu nominato Ministro della Scienza e della Tecnologia diventando poi anche segretario del proprio partito. È stato eletto primo Ministro nell’aprile 2018. E da Primo Ministro è stato capace di portare il proprio Paese ad uno storico accordo di pace con l’Eritrea, con cui era in guerra da più di vent’anni. Questo successo, insieme agli sforzi profusi per raggiungere la pace internazionale e la cooperazione, gli sono valsi il Premio Nobel per la Pace 2019.
Quella tra Eritrea ed Etiopia è stata una guerra molto lunga, dura e sanguinosa che prende le mosse dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando l’Organizzazione delle Nazioni Unite stabilì che Eritrea fosse federata con l’Etiopia. Pochi anni dopo, l’Etiopia annesse l’Eritrea e da allora furono decenni di lotte sanguinose (decine di migliaia i morti) che portarono l’Eritrea all’indipendenza solo nel 1993, con un referendum che ottenne il 99,8% dei voti a favore di questa soluzione. Le lotte però continuarono: nel 1998 il conflitto si riaccese per una disputa territoriale relativa alla piana di Badme. Il resto è storia dei nostri giorni, con il Nobel al primo ministro etiope, ma ancora una inevitabile instabilità territoriale frutto dei decenni di lotte.
E se è instabile lo scacchiere territoriale esterno, non è da meno la governabilità nazionale. È infatti solo di un anno fa, giugno 2019, l’ultimo tentativo di golpe a Bahir Dar, capitale dello Stato di Amhara.


Se da un punto di vista politico e sociale, l’Etiopia è in cerca di stabilità sia interna che esterna, la situazione economica pare migliore (Figura 3 e Figura 4). Il Pil ha galoppato negli ultimi due decenni, tanto che - secondo le stime della World Bank – tra il 2000 e il 2018 quella etiope è stata la terza economia al mondo in termini di crescita (dopo Myanmar e Cina), con un tasso medio del pil reale di quasi il 9% annuo negli ultimi 20 anni.
Numeri che, però, estrapolati dal contesto dicono poco. In primis, il punto di partenza era (ed è tuttora) veramente critico, tanto che ancora oggi l’Etiopia resta uno dei Paesi al mondo con il reddito pro capite più basso, con grandi problemi di povertà, sanitari e di malnutrizione. L’età media della popolazione è 19,8 anni, con un tasso di crescita del 2,6% ed una aspettativa di vita alla nascita di 67 anni. Quest’ultimo dato in particolare è migliorato sensibilmente, dai circa 40 anni del 1990, grazie soprattutto alla riduzione dell’incidenza di alcune problematiche quali malattie neonatali ed infezioni gravi.

Così come in campo sanitario, anche in campo economico (e i due aspetti sono chiaramente correlati) negli ultimi 20 anni sono stati fatti passi avanti grazie soprattutto ad un massiccio piano di investimenti pubblici infrastrutturali che ha attirato investitori internazionali. È stato avviato negli anni, ed è ancora in corso, un vero e proprio piano di trasformazione che il Primo Ministro-premio Nobel sta accelerando.
Il governo ha avviato un ingente piano di privatizzazioni e liberalizzazioni che, a partire dal 2018, hanno consentito l’ingresso di privati in una serie di settori strategici in cui il ruolo pubblico era preponderante (telecomunicazioni, infrastrutture, trasporti, energia). La visione di Abiy Ahmed Ali ha consentito inoltre l’adesione dell’Etiopia all’area continentale di libero scambio, l’AfCFTA, considerato come uno dei più grandi accordi commerciali dalla creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).
Tra i progetti più importanti infrastrutturali, ricordiamo la costruzione della linea ferroviaria elettrificata lunga 750 chilometri, che collega la capitale Addis Abeba al porto di Gibuti e che ha permesso di giungere allo sbocco sul mare in 12 ore (dai circa tre giorni). Oltre a questo, il progetto relativo alla costruzione di un’autostrada lunga 200 chilometri per collegare Addis Abeba al parco industriale di Hawassa, e un generale piano di ammodernamento delle infrastrutture esistenti. Tra le aziende coinvolte nel piano infrastrutturale, ve ne sono alcune italiane di rilievo internazionale. Fra queste la Salini – Impregilo, incaricata della costruzione sul Nilo Azzurro della diga Gerd (Grand ethiopian renaissance), cominciata nel 2011. Al termine dei lavori, sarà la diga più grande dell’Africa e permetterà al Paese di diventare esportatore di energia elettrica nel resto della regione, malgrado le tensioni con l’Egitto e il Sudan sul funzionamento dell’opera, che fanno temere una vera e propria guerra per l’acqua.

Investitori, si diceva, e specialmente con gli occhi a mandorla, che negli ultimi anni stanno accrescendo i propri interessi attirati dalla forza lavoro locale a basso costo, dalle materie prime e dal piano governativo legato alle infrastrutture. Gli investitori cinesi stanno infatti finanziando l’installazione di complessi industriali e zone di livero scambio per la produzione di beni. L’Etiopia, grazie anche ai miliardi investiti dai cinesi, è divenuta importante produttore (specie nei settori tessile, dell’abbigliamento e del cuoio) sia per il mercato locale che – soprattutto – internazionale (Figura 5 e Figura 6), per quanto il peso delle importazioni rimanga tuttora massiccio (Figura 7).
A questo si aggiunge l’agricoltura, che ha nel caffè il simbolo e il principale prodotto esportato (circa un terzo delle esportazioni totali). In Etiopia infatti il caffè trae la propria origine ed è tuttora fonte di reddito per milioni di famiglie.
Queste famiglie sono le stesse che devono fare fronte al nuovo problema Coronavirus, che si è diffuso anche in Etiopia: un cittadino straniero è stato il primo ad essere risultato positivo ad inizio marzo 2020 ed i casi sono via via aumentati fino ad raggiungere circa gli 11.500 e i 188 decessi a fine luglio. Il Coronavirus attualmente non è certo l’epidemia più diffusa nel Paese: colera, morbillo e malaria incidono molto di più sulla popolazione. Ma, se non è la più diffusa, di certo è quella che ha un impatto maggiore, a causa del rallentamento che impone alle attività nel Paese, con i conseguenti danni all’economia. Le ultime stime per il 2020 hanno più che dimezzato le proiezioni del Prodotto Interno Lordo da +9% al 3.5% circa.

La popolazione che vive sotto la soglia della povertà - che era già circa il 30% prima dello sviluppo della pandemia - ha bisogno di assistenza, economica, sanitaria, sociale oggi ancora più di prima. Anche a tal fine il parlamento etiope ha stanziato un piano del controvalore di circa 1,5 miliardi di dollari USA, che sarà finanziato da prestiti esteri e nazionali. Ma è certo che un Paese ancora povero avrà forti difficoltà a superare questa ulteriore prova.
Evidentemente il compito di Abiy Ahmed Ali non è quindi ancora terminato. Lo aveva ben chiaro il Primo Ministro quanto nel suo discorso di insediamento ha citato come capisaldi per poter governare il Paese lo Sviluppo inclusivo e la riconciliazione. Lui, o chi sarà il suo successore al governo, dovranno necessariamente ripartire di qui.

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