Nel corso del 2020 la Gran Bretagna non si è affatto distinta per la capacità di limitare i danni economici prodotti dalle misure anti-Covid né per la gestione sanitaria dell’emergenza: l’economia britannica ha infatti perso circa il 10% del proprio valore, facendo registrare uno dei peggiori risultati europei, se non globali. Un altro primato negativo del Regno Unito riguarda i morti per Covid, il cui numero ha superato la soglia dei 130mila.

Nonostante queste problematiche almeno per il momento la Brexit non ha portato con sé il disastro da cui, secondo alcuni osservatori, il Regno Unito non avrebbe potuto sottrarsi. Le problematiche economiche che Londra si trova ad affrontare sono infatti da ricondurre in larga misura alle conseguenze dell’emergenza Covid: questo è il motivo per cui il governo britannico ha scommesso sulla campagna vaccinale che, evidenziando una notevole capacità logistica ed organizzativa, sta procedendo a ritmi record. La vaccinazione di massa viene infatti ritenuta da Londra il prerequisito fondamentale per la ripresa economica.
Benché l’aumento dei prezzi e la tendenza inflattiva complichino il quadro economico, Londra è riuscita per il momento a contenere la disoccupazione favorendo le assunzioni e tamponando con sussidi le attività costrette alla chiusura anti-Covid.

Oltremanica, le problematiche legate all’identità non si esauriscono nella questione nordirlandese ed in quella scozzese. Secondo il sondaggio condotto dal “British Foreign Policy Group” la percentuale di cittadini britannici che rifiuta di considerarsi “cittadino globale” è passata dal 34% del 2019 al 46% del 2020. Un dato che, insieme a quello emerso con il referendum sulla Brexit, evidenzia l’atteggiamento di una larga parte di società britannica, poco propensa a rinunciare alla propria identità nazionale: questo il contesto con cui si rapporta l'élite britannica nelle sue ambizioni di dominio ed egemonia, sintetizzate per la prima volta nell’espressione “Gran Bretagna globale” dal primo ministro Teresa May già nel 2017.

Lo scorso novembre il Primo Ministro Boris Johnson ha anticipato in un discorso alla Camera dei Comuni le linee guida della strategia della nuova “Gran Bretagna globale”, dettagliatamente descritti nella “Rassegna integrata di Sicurezza, Difesa, Sviluppo e Politica Estera” pubblicato dal governo britannico (Figura 1). Nello stesso discorso Boris Johnson ha dichiarato che nel prossimo futuro la Gran Bretagna tornerà ad essere in possesso “della forza navale più potente d’Europa” (Figura 2).
Quella che sottende l’espressione “Gran Bretagna globale” è dunque la più ambiziosa strategia su cui Londra abbia scommesso sin dalla fine della seconda guerra mondiale (Figura 3).


Nonostante le relazioni economiche che legano Londra a Pechino e Mosca, tutta la strategia della “Global Britain” si impernia sul presupposto antirusso e anticinese. La tradizionale pulsione antirussa di Londra non potrà esimersi dal fare i conti con gli interessi dell’oligarchia russa di stanza a Londra e legata all’alta finanza britannica (Figura 4), nonché dalla parziale dipendenza energetica dal gigante post-sovietico. Considerando l’ostinazione antirussa a cui Londra sembra non voler rinunciare, si può ipotizzare che la Gran Bretagna possa voler minimizzare le importazioni di idrocarburi russi. Questa scelta porterebbe con sé la necessità fisiologica di altri approvvigionamenti, che potrebbero essere colmati sia da un aumento delle importazioni energetiche provenienti dagli Stati Uniti – in particolare il gas naturare liquefatto (LNG) - così come dai quei paesi del Vicino Oriente legati a doppio filo agli interessi britannici.

Uno degli obiettivi fondamentali della strategia post-Brexit di Londra riguarda il contrasto dell’espansione commerciale ed economica di Pechino, e la sua crescente influenza globale. L’interscambio commerciale tra Cina e Gran Bretagna nel 2020 ha raggiunto un valore superiore agli 80 miliardi di sterline, con una bilancia commerciale favorevole alla Cina per oltre 20 miliardi: un dato che si somma ad un’importante presenza cinese nell’economia britannica e nei settori strategici di questa, in particolare quello energetico. Nonostante ciò il primo ministro britannico Boris Johnson sembra voler continuare a far la voce grossa con la Cina, sostenendo, tra l’altro, di voler concedere la cittadinanza britannica ai cittadini di Hong Kong intenzionati a richiederla.
Nell’anno in cui è la Gran Bretagna a presiedere la presidenza del G7, le ambizioni post-Brexit di Lord Johnson sembrano essere viste con scetticismo e preoccupazione da importanti porzioni della società britannica. Tra le varie voci che hanno esplicitato questo punto di vista c’è quella del “Guardian”, che ha liquidato le scelte del governo britannico come una mancanza di strategia effettiva pur in presenza di un aumento significativo della spesa militare.
Durissima anche la presa di posizione dello Scottish National Party, che nelle parole del suo portavoce Stewart McDonald ha stigmatizzato la scelta di accrescere l’arsenale atomico britannico come “uno spreco di milioni di sterline per delle armi di distruzione di massa” e ancora “una decisione vergognosa e regressiva”.

Non trascurabile è il possibile risvolto antieuropeo con cui la “Gran Bretagna globale” potrebbe caratterizzarsi, intendendo scongiurare un miglioramento nei rapporti tra l’Europa occidentale e le due principali potenze dello spazio continentale, Mosca e Pechino.
Da un lato per ammortizzare i contraccolpi pandemici – così come quelli che potrebbero derivare dall’uscita dall’Unione Europea –, dall’altro per cercare di dare sostanza alle proprie ambizioni globali, Londra ha negoziato numerosi accordi commerciali bilaterali – ma anche multilaterali – con i paesi attorno ai quali sta filando la propria tela strategica (Figura 5).
Prima dell'ufficializzazione dell'accordo di libero scambio con la Turchia, la Gran Bretagna aveva già ufficializzato un accordo simile con l'Egitto, oltre che con Svizzera, Norvegia, Canada e Giappone. Ad un mese dalla firma dell’accordo tra Unione Europea e Gran Bretagna, il primo ministro britannico Boris Johnson ha formalizzato la richiesta di aderire all’accordo TPP, area di libero scambio alla quale aderiscono Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Perù, Nuova Zelanda, Singapore e Vietnam.
A risultare evidente è il risvolto anticinese di queste manovre: a confermare ciò ci sono le trattative con l’India, con la quale Londra sta negoziando un accordo di libero scambio ormai prossimo alla conclusione. Secondo le valutazioni britanniche il valore potenziale dell’accordo sarebbe stimabile nell’ordine di 100 miliardi di sterline: l’accordo potrebbe essere chiuso alla fine di aprile 2021 con la visita di Boris Johnson a Nuova Delhi.

La Gran Bretagna intende dunque costruire un rapporto privilegiato con l’India - così come con la Turchia - con il fine di ridurre al minimo la propria dipendenza dalle merci cinesi. E allontanarla il più possibile dalla Russia, con cui l’India ha stretto importanti accordi per la produzione del vaccino Sputnik V (200 milioni di dosi) e di carattere militare.
Nel 2018 e nel 2019 la Gran Bretagna ha vista confermata la sua preminenza nella vendita di armi nel mondo che, con un valore di circa 11 miliardi di sterline all’anno, è seconda solo a quella degli Stati Uniti. Ad essere seconda per capillarità (sempre dopo gli Stati Uniti) è anche la rete di basi ed infrastrutture militari di cui dispone la Gran Bretagna sul pianeta: la presenza militare britannica nel mondo si può infatti riassumere in 145 siti militari dislocati in ben 42 paesi o aree del pianeta. Londra mantiene una presenza militare in ben sette paesi africani - quali Mali, Nigeria, Sierra Leone, Malawi, Gibuti, Somalia e Kenya – e nelle monarchie arabe del Vicino Oriente, come Oman, Emirati Arabi, Qatar ed Arabia Saudita.  Sono presenti siti militari britannici in ben cinque paesi nelle zone terrestri e nelle acque a ridosso della Cina.
Nel quadro della nuova strategia adottata da Londra, le forze armate britanniche subiranno una sensibile riduzione dell’organico che verrà messa in atto insieme ad una forte scommessa sull’innovazione tecnologica: secondo il Capo di Stato Maggiore delle forze armate britanniche Nick Carter nel 2030 addirittura  il 25% dell’intero organico delle forze armate britanniche potrebbe essere costituito da robot: circa 30mila soldati-robot su un totale complessivo di circa 125mila effettivi.

Seguendo le linee strategiche antirusse, anticinesi e anti-iraniane, le aree che per la proiezione navale della Gran Bretagna post- Brexit si configurato come prioritarie sono quella indopacifica, quella del Mediterraneo allargato e quella artica (Figura 6). Nel solco della scommessa tecnologica di Londra si inserisce il progetto per la sorveglianza dei cavi oceanici – da cui dipende il traffico internet -  così come la creazione della Forza cibernetica nazionale”, gestita congiuntamente dal Ministero della Difesa e dall’Intelligence.
Insieme alla guerra mediatica e alla guerra cibernetica, il sanzionamento economico si profila come uno dei principali strumenti di guerra ibrida utilizzati dalla Gran Bretagna, reso possibile dal ruolo esercitato da Londra nelle dinamiche finanziarie globali.
Un interrogativo fondamentale che attiene la strategia della “Global Britain” riguarda il rapporto con gli Stati Uniti: in questo nuovo disegno Londra appare strategicamente complementare a Washington.  L’incertezza domina la politica statunitense sul piano interno così come sul piano internazionale: quella che il mondo ha sotto gli occhi è la più profonda crisi di identità della storia statunitense. Una crisi con cui la presidenza Biden-Harris non potrà esimersi dal fare i conti, nonostante le colossali immissioni di liquidità  messe a disposizione della società americana.
Malgrado la tradizionale vocazione globalista-dem, gli Stati Uniti potrebbero comunque trovarsi costretti ad aumentare il grado della propria introspezione politica, lasciando così spazio alle nuove pulsioni globali della “Perfida Albione”.

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