Alberto Fernandez è il nuovo Presidente dell’Argentina: si è ufficialmente insediato il 10 dicembre 2019 ed ha giurato nella sede del parlamento a Buenos Aires.
Peronista, ha sbaragliato la concorrenza alle elezioni di ottobre ottenendo il 48% dei consensi contro il 41% ottenuto dal presidente liberale uscente Mauricio Macrì.
Non sarà di certo facile guidare l’Argentina (Figura 1), Paese attanagliato dal debito e da una profonda crisi strutturale in un contesto Regionale a dir poco instabile.

Difatti, se allarghiamo di poco l’orizzonte all’America Latina, scorgiamo Paesi in rivolta, malcontento diffuso, economie in crisi (Figura 2) con una crescita per il Sud America a “piccole cifre” per il 2018 (0,4%) e negativa per il 2019 (-0,2%), influenzata negativamente proprio dalla performance argentina (Figura 3). È una Regione a dir poco instabile: dal vicino Brasile di Bolsonaro che dopo la recessione del 2015 – 2016 non si è ancora ripreso ed è pervaso da lotte politiche e corruzione, allo “stato diffuso di emergenza” in Cile dichiarato dal presidente Pinera dopo le vittime in occasione delle violente proteste, tuttora in corso, contro l’aumento dei prezzi e le profonde diseguaglianze sociali. Non sono immuni ai disordini nemmeno l’Ecuador, dopo la decisione del Presidente di revocare i sussidi per il carburante, il Venezuela, da anni sull'orlo del baratro , ma anche il Messico e il Perù. Una vera e propria polveriera che in parte è già esplosa.

Il rallentamento delle economie regionali insieme alla complessiva instabilità politica, alla diseguaglianza sociale crescente e ad un aumento del prezzi (Figura 4 e Figura 5) hanno causato nei mesi scorsi in Argentina un malcontento diffuso sfociato in sommosse, molte delle quali con morti e feriti sul campo, 
Mettiamo metaforicamente a fuoco il Paese che ha dato i natali tra gli altri a Papa Bergoglio, Jorge Luis Borges, Astor Piazzolla, Ernesto “che” Guevara, Eva Peron, Messi e Maradona.


I numeri dell’economia con cui dovrà confrontarsi Fernandez sembrano prospettare una missione impossibile: debito estero pari a circa 330 miliardi di dollari (Figura 6), inflazione annua al 57%, valore del dollaro USA rispetto al peso cresciuto negli ultimi cinque anni di 7 volte (Figura 7). Quest’ultimo è un dato cruciale per comprendere la crisi del debito argentino: il Paese è difatti eccessivamente sbilanciato verso il debito estero in valuta ed è quindi enormemente esposto ad un mercato valutario che, come visto, non è stato favorevole. Un ampio deprezzamento del tasso di cambio ha causato una forte impennata del rapporto debito/Pil, che è passato dal 45% nel 2014 a una proiezione del 93% per il 2019.
Ed ancora, reddito pro capite in calo da 21.200 usd (2015) all’anno a 20.600 nel 2018 (Figura 8), un terzo della popolazione in povertà - parliamo di circa 15 milioni di argentini - e tasso di disoccupazione salito dal 7 al 10% (Figura 9). Non stupisce il dato relativo ai consumi privati: secondo l’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), i consumi privati sono stati in rallentamento nel 2019 del -4,1 contro il -2,1 del 2018.
A livello di interscambio con l’estero (Figura 10), se prendiamo in considerazione gli ultimi cinque anni c’è stato un forte rallentamento. Nel 2015 e nel 2016 il valore sia delle esportazioni che delle importazioni è sceso di circa il 15% per le prime, e del 10% per le seconde dai dati 2014. Ed il commercio internazionale nel 2018 non raggiunge complessivamente i livelli del 2014. I dazi imposti recentemente dal Presidente Trump sulle importazioni di acciaio e alluminio provenienti da Argentina e Brasile non aiuteranno.

Ce la farà Fernandez a risollevare il Paese?
Il neo Presidente è esperto di “cose politiche”: è stato uomo di fiducia e capo di Gabinetto prima durante le presidenze di Nestor e poi di Cristina Kirchner, i due coniugi che per quasi quindici anni hanno governato il Paese (tra il 2003 e il 2007 Nestor, e tra il 2007 e il 2015 Cristina). Sembra un déjà vu...
Fernandez è peronista, sì, ma moderato e propenso al dialogo: così viene descritto in ambito internazionale. Caratteristiche utili alle discussioni sul debito tra l’Argentina e il Fondo Monetario Internazionale. A proposito di debito, nel 2018 il Fondo Monetario Internazionale concesse all’Argentina dell’ex Presidente Macrì il prestito più alto mai ottenuto: 57 miliardi di usd. Gli obiettivi erano di sostenere l’economia da un lato e fermare l’ascesa del dollaro dall’altro, allontanando lo spettro di un nuovo default. Recentemente il Presidente Fernandez ha annunciato di voler operare in contro-tendenza rispetto al suo predecessore, di voler rinunciare ai restanti 11 miliardi di dollari (sui 57 di cui prima) che nel 2018 erano stati appunto messi a disposizione dal FMI.
Stop al debito quindi e rinegoziazione delle scadenze di quanto contratto sono i due pilastri che non possono non passare da un piano efficace di riattivazione dell’economia.
Durante il discorso di insediamento, il neo presidente ha fatto riferimento più volte ai principi cristiani, ringraziando la visione strategica della Chiesa e affermando che la povertà potrà essere sconfitta grazie alla solidarietà: è con il maggiore contributo di coloro che hanno di più che gli altri potranno migliorare la loro condizione disagiata. “Il segreto è iniziare con gli ultimi per raggiungere tutti”.

Fernandez ha toccato i principali punti del suo programma, facendo riferimento alla necessità di uno sviluppo sostenibile: sospensione del pagamento del debito per due anni, produzione rimessa in moto, rilancio del mercato interno. Il problema principale dell’Argentina in questo momento è la “necessità di pane” perché “senza pane non c’è presente né futuro, (…) non c’è né democrazia, né libertà”.
E, parafrasando Benedetto Croce, potremmo dire che gli argentini “non possono non dirsi bergogliani”: il Ministero dell’Ambiente potrà trarre ispirazione dall’Enciclica Laudato sì di Papa Francesco, che il Presidente ha chiamato "magna carta etica ed ecologica a livello universale". per dar vita a un modello improntato sulla difesa dei beni naturali.
Le prime decisioni dell’esecutivo vanno in questo senso: a dicembre 2019 il Senato argentino ha confermato l’emergenza pubblica fino al 31 dicembre 2020 e varato una serie di provvedimenti il cui obiettivo è provare a migliorare la navigazione dell’imbarcazione albiceleste.
Fernandez ha stabilito aumenti delle tasse per le classi medio alte e della spesa sociale, incentivi fiscali per stimolare i consumi interni ed il sistema produttivo, limitare il deprezzamento del peso argentino e la fuga di capitali anche con l’introduzione di una tassa del 30% sugli acquisti di valuta straniera ed il limite a 200 dollari al mese per persona.

La scarsa fiducia e la svalutazione continua del peso hanno portato infatti grandi e piccoli risparmiatori, nel corso degli anni, a cambiare la moneta locale in dollari – e magari a trasferirli all’estero - piuttosto che fare depositi in banca.
I proventi delle misure saranno destinati per il 70% al finanziamento di programmi di supporto sociale e per il 30% per infrastrutture e programmi di edilizia.
L’impressione è che queste misure siano una piccola goccia in un mare in tempesta. La partita si gioca principalmente sul debito (330 miliardi di dollari) e sulle conseguenze sull’economia del Paese per ripagarlo senza che le condizioni sociali ne soffrano ulteriormente: proprio a dicembre 2019 il Governo ha posticipato ad agosto 2020 il rimborso di 9 miliardi di dollari, dando un po’ di ossigeno all'economia
Basteranno per disinnescare quella che agli occhi di molti osservatori internazionali sembra una “bomba ad orologeria” pronta ad esplodere? In bocca al lupo, Presidente Fernandez.

 

Commenti