Al 3 maggio 2020, i casi COVID-19 erano in Iraq 2.219, con 95 morti su circa 38 milioni di abitanti. Numeri che sarebbero l’invidia di molti Paesi occidentali; tuttavia il governo ha introdotto il coprifuoco e attivato restrizioni sugli spostamenti per prevenire un’ulteriore diffusione del virus all’interno della nazione. Il dilagare del contagio complicherebbe ulteriormente le condizioni già difficili del Paese.
Infatti, al di là del virus, l’Iraq si trova nel mezzo di sfide di grande portata politica, istituzionale ed economica.

Sono passati solo un paio di anni da quando l’Iraq ha affrontato con successo una terribile minaccia alla sua stessa sopravvivenza come stato sovrano. Il sedicente Stato Islamico, tra il 2015 e il 2017, aveva infatti conquistato l’intera parte nord-occidentale del paese e la seconda citta’ piu’ grande, Mosul, arrivando a lambire persino Baghdad. Il governo centrale era poi riuscito a sconfiggere l’ISIS nell’autunno del 2017. Tale successo era il risultato dell’azione combinata dell’esercito nazionale, dell’aiuto militare statunintense, e dell’azione delle cosiddette ‘milizie popolari’, gruppi paramilitari sciiti legati a Tehran. Già soltanto considerando l’eterogeneità del fronte anti-ISIS si puo’ notare la complessità di una situazione geopolitica con pochi uguali al mondo: il paese ‘democratizzato’ dagli americani - che sono tutt’ora presenti con un contingente militare di 5400 uomini - è anche quello dove l’influenza iraniana nella regione si palesa piu’ chiaramente.
E’ a queste tensioni di fondo, risalenti al progetto del nuovo Iraq post-Saddam del 2003, che dobbiamo far riferimento per spiegare le proteste di piazza che continuano nel Paese dall’ottobre 2019. Migliaia di dimostranti, c’e’ di chi dice addirittura centinaia di migliaia in tutto il territorio nazionale, ad esclusione delle regioni curde del nord est (Figura 1), hanno dato vita ad un fenomeno che non ha eguali nella storia irachena. Persino la primavera araba del 2011 non vide proteste cosi’ massicce ed estese.

Che cosa sta succedendo in Iraq? E’ necessario ricostruire appunto a grande linee l’assetto politico-istituzionale ed economico creatosi dopo l’invasione americana del 2003. Cio’ che sta sconvolgendo il paese mediorientale da mesi è, infatti, una questione legata a quel progetto politico ed alla peculiare posizione internazionale sopra accennata.
Queste proteste, represse in modo sanguinoso nelle prime e piu’ vaste manifestazioni (oltre 500 morti e 30.000 feriti), offrono uno spaccato della crisi ad un tempo politica, economica e sociale dell’Iraq, il tutto appunto nel contesto della rivalita’ USA-Iran. E sottolineano pure, paradossalmente, la resilienza del sistema politico emerso dopo il 2003. Infatti, anche dopo mesi di proteste con le quali i manifestanti chiedono la totale revisione delle istituzioni fondanti del regime attuale, è altamente improbabile che riescano ad ottenere cio’ che chiedono. L’Iraq, nell’assetto attuale, ha in fondo resistito ad una occupazione militare americana di 8 anni (2003-2011), ad una terribile guerra civile (2006-7), alle primavere arabe (2011), e infine all’ISIS (2014-17).
Di che assetto politico parliamo dunque? E cosa ha scatenato proteste che, specie nel sud del paese, sono ancora vive? In primo luogo il sistema politico iracheno e’ un regime nominalmente democratico, con assemblee popolari regolarmente elette tramite procedure per lo piu’ competitive ed eque (‘free and fair’ nel gergo anglofono). Tuttavia, il sistema e’ anche imperniato sul principio di muhasasa, ovvero una spartizione a livello confessionale delle cariche politiche e dei posti nell’apparato burocratico statale, cosi’ come nelle imprese e nelle compagnie pubbliche. In una situazione in qualche modo simile al Libano, i tre principali gruppi etnico-religiosi del paese, tramite notabili, uomini forti delle istituzioni della sicurezza, leader tribali, uomini d’affari, e alti burocrati, si sono insediati nei gangli del potere senza permettere un vero ricambio al vertice. Si badi che questo sistema fu incoraggiato dagli statunitensi una volta rimosso Saddam; Joe Biden, al tempo membro della comissione esteri del Congresso, era tra i principali esponenti di un piano, addirittura, per la partizione l’Iraq secondo linee etnico-confessionali.
Sta di fatto che da allora, per esempio, il presidente e’ sempre stato un curdo (quest’etnìa costituisce circa il 25% della popolazione), il primo ministro uno sciita (il 55-60%), e il presidente del parlamento un sunnita (il 20% - Figura 2). Questo ha impedito la formazione di partiti politici su base ideologica che potessero sviluppare un sistema di vera alternanza di governo. Quel che si e’ invece cristallizato e’ una dominanza sciita che, per mantenersi tale, si accorda via via per concessioni e spartizioni varie con le altre due comunita’.

Il secondo elemento che dobbiamo tenere presente e’ la componente economico-politica. Com’e’ noto, l’Iraq ha enormi riserve di idrocarburi e una estesa rete di condotte (Figura 3). Quando il nuovo regime venne alla luce, il prezzo del petrolio era in costante crescita (Figura 4 – si guardi l’aumento costante negli anni 2000), assicurando al paese entrate considerevoli. L’Iraq poteva dunque contare di nuovo sull’accesso a mercati internazionali per esportare idrocarburi con prospettive quanto mai favorevoli; e l’appoggio politico di Washington poteva agevolare nel medio periodo una crescente produzione di petrolio (l’industra petrolifera fu supporata immediatamente dall’esercito americano durante e dopo l’invasione: la produzione passo’ da circa un milione di barili al giorno nel 2003 a oltre 4 nel 2015 - Figura 5). Il paese quindi impiego’ i proventi del petrolio per espandere ancor di piu’ un vastissimo settore pubblico. Lo stato è a tutt’oggi il primo datore di lavoro.
Tuttavia, dopo i fasti degli anni 2000, la crisi globale del 2008-9 ha per prima causato uno serio shock al mercato del petrolio (si veda ancora la Figura 4); nel 2014 un altro shock, con prezzi a picco (da oltre 100 dollari al barile si e’ passati a 40-50); ed e’ da alcuni anni ormai che il prezzo al barile e’ in discesa, specie dopo che l’Arabia Saudita, nel 2018, ha scatenato una guerra sui prezzi per contenere le aspirazioni di acquisizione di quote di mercato da parte di altri paesi esportatori, causando un abbassamento ulteriore dei prezzi (ora nettamente al disotto dei 30 dollari al barile).

Il budget previsto per il 2020 era di 135 miliardi di dollari con un deficit di 40 miliardi: ma si basava su di un prezzo del petrolio di 56 dollari al barile. Ora appunto si e’ più che dimezzato, portando al dimezzamento della capacita’ di spesa del governo, in quanto questa, al 93 per cento, dipende appunto dall’esportazione di petrolio. Conseguentemente, i posti nella pubblica ammnistrazione, nelle compagnie e industrie di proprieta’ o a partecipazione statale, nei servizi gestiti dallo stato, un tempo capaci di assorbire la domanda di impiego di un paese giovanissimo (il 40% della popolazione ha meno di vent’anni) non sono piu’ disponibili: il governo ha annunciato un blocco delle assunzioni a tempo indefinito. La percezione diffusa di una corruzione estrema (Figura 6), in un regime appunto imperniato su spartizioni etnico-confessionali, ha fatto il resto: le proteste sono esplose, e il sistema che le ha generate non sembra avere i meccanismi e istituzioni per lanciare una vera riforma.
Vi sono tre elementi importanti da notare rispetto a questi moti popolari. Per prima cosa, come accennato, sono i giovani che, non sorprendentemente, sono scesi in strada: il blocco delle assunzioni li colpisce in maniera piu’ diretta. In secondo luogo, sono moti fondamentalmente a-partitici e a-confessionali: sviluppi, questi, estremamente significativi. Nel rifiutare in toto il sistema, i dimostranti non cercano appunto un accomodamento con o delle riforme tramite le forze politiche esistenti; vogliono invece un cambiamento radicale. E dunque, rifiutano la logica confessionale e settaria, segno questo che le nuove generazioni sono meno legate a tali dinamiche, spesso erroneamente considerate ataviche e immutabili (ed ancora, il confronto con il Libano e’ significativo, dove pure proteste di piazza hanno manifestato contro la logica del muhasasa). Terzo, i dimostranti non hanno memoria diretta del regime di Saddam. Sono figli, a ben vedere, di un sistema nominalmente e apparentemente democratico che pero’ non e’ riuscito – o non puo’, nel suo assetto attuale – essere veramente tale.

La frustrazione per questa situazione si è trasformata in rabbia quando le forze di sicurezza irachene hanno represso con ferocia le proteste. Questo non ha fatto che ingigantirle; e ha causato le dimissioni, nel novembre del 2019, del primo ministro Adil Abdul Mahdi. Tuttavia, i dimostranti hanno gia’ rifiutato un nome proposto dal parlamento, Mohammad Tawfiq Allawi, lo scorso marzo; e il nuovo candidato, Adnan al-Zurfi, già funzionario dell'Autorità Provvisoria di Coalizione insediata dopo l'occupazione dell'Iraq e la destituzione di Saddam Hussein nel 2003, non conoscerà probabilmente sorte migliore.
Le macchinazioni dei partiti per la designazione di un nuovo primo ministro hanno sempre dovuto tenere conto dell’affiliazione settaria cosi’ come della posizione del candidato verso Iran e Stati Uniti – in una situazione che da gennaio, con l’uccisione del generale iraniano Soleimani e del leader delle milizie popolari Al-Muhandis, non ha fatto che diventare piu’ complessa.
Rimane anche il problema che le proteste non hanno un leader o capo riconosciuto che possa trasformare il movimento in un attore politico capace di imbastire una trattativa vera per una riforma radicale del sistema. Infine, recenti operazioni di guerriglia avvenute nelle ultime settimane - portate avanti da gruppi di varia estrazione – e l’emergenza coronavirus cui si e’ accennato in principio rendono il quadro non solo ancor piu’ complesso, ma anche piu’ favorevole a soluzioni di forza del governo.
In queste condizioni, e’ possibile che per l’appunto il regime post-Saddam si riveli tanto corrotto quanto immutabile: quasi una vendetta postuma del dittatore

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