Il virus COVID-19 si sta propagando rapidamente e inesorabilmente in tutto il mondo e in Europa in particolare, mettendo in discussione tutte le nostre categorie mentali e dunque anche gli indicatori economici fino a pochi giorni fa dati per acquisiti. Se negli altri Paesi la situazione è ancora da decifrare, in Italia sono proprio le regioni più ricche e competitive a essere colpite nel modo più duro.
La competitività regionale, secondo la definizione della Commissione Europea, è la capacità di una regione di offrire un ambiente attraente e sostenibile alle imprese e ai suoi cittadini per vivere e lavorare.

Da 10 anni, l'indice di competitività regionale (Regional Competitiveness Index, o RCI) misura i principali fattori di competitività in tutte le regioni dell'Unione Europea. Composto da 11 componenti diverse e calcolato ogni tre anni, l’RCI è uno strumento unico che può aiutare i decision maker ad ogni livello territoriale (nazionale, regionale e locale) a trovare spunti rilevanti per lo sviluppo sostenibile, la produttività e il benessere in ogni regione europea. Esso mette a risalto le opportunità e le sfide che le regioni europee stanno affrontando: un grave periodo di cambiamento, a maggior ragione con l'attuale pandemia in corso, con un forte un impatto sui posti di lavoro, sui settori industriali, sui modelli di business, insomma sull'economia e sulla società nel suo complesso.
Cosa ci mostra l’RCI 2019?
L'RCI adotta un approccio ampio sulla competitività e considera numerose dimensioni socio-economiche, non tutte strettamente correlate alla produttività e all'efficienza delle imprese di una regione, ma anche al benessere dei suoi cittadini. Si discosta quindi dall'approccio tradizionale secondo il quale le prestazioni economiche regionali dipendono solo dal contesto imprenditoriale.
L'ultima edizione, lanciata a Bruxelles a ottobre del 2019, conferma un modello policentrico della competitività europea, con profonde variazioni sia tra paesi sia tra le regioni al loro interno (I risultati del 2019 sono illustrati con mappe e strumenti web interattivi). Le scorecard permettono di confrontare ognuna delle 268 regioni europee con la media UE e con le altre regioni con un livello simile di PIL.
Dieci anni dopo la crisi finanziaria globale, la linea di demarcazione tra il nord-ovest e il sud-est dell'Unione Europea rimane chiara e visibile (Figura 1).


La regione più competitiva in questa edizione dell'RCI è Stoccolma, seguita da Utrecht e Londra con la sua ampia zona di pendolarismo (Figura 2).
In generale, nessuna regione europea ha compiuto grandi salti di posizioni dal 2010 ad oggi. Molte non hanno ancora recuperato la perdita di posti di lavoro legate al declino delle industrie tradizionali. Ciò riguarda soprattutto regioni con un forte patrimonio di industrie ad alta intensità di carbone e che oggi si ritrovano senza una base appropriata di competenze e capacità, con alto costo del lavoro e processi di deindustrializzazione compiuti o in corso. Per queste regioni è difficile sfruttare appieno i benefici del cambiamento tecnologico: devono prima riadattare le loro economie alle sfide della quarta rivoluzione industriale con il suo complesso sistema di produzione, digitale e personalizzato.

Il ruolo primario delle regioni capitale
Come in tutte le precedenti edizioni dell’RCI, la maggior parte delle regioni più competitive ospita capitali o grandi aree metropolitane il cui agglomerato e connettività di attività economiche e capitale umano le rendono motori di crescita e competitività (Figura 3). All'altra estremità della scala, troviamo cinque regioni greche, una rumena, una bulgara e la città autonoma spagnola di Melilla, sulla costa settentrionale dell'Africa, oltre alle regioni ultra periferiche francesi di Mayotte e Guyana.
Sin dalla sua prima edizione, l'RCI ha sempre mostrato un notevole divario tra le regioni metropolitane e il resto del territorio. Questo gap non è stato ancora colmato, sebbene alcune regioni svedesi e francesi abbiano recuperato terreno negli ultimi anni.
Ci sono comunque tre eccezioni a questa regola, osservabili sin dalla creazione dell’RCI nel 2010. Una di queste è l'Italia, dove la Lombardia (e non il Lazio) è la regione con il più alto indice di competitività; le altre due sono la Germania (Berlino è superata da Francoforte e Monaco) e i Paesi Bassi, dove la regione di Utrecht si conferma la più competitiva.
Il monitoraggio dell'evoluzione del divario capitali/area metropolitana e il resto del paese è particolarmente importante per la politica europea di coesione, su cui viene speso circa un terzo di tutto il budget dell’UE e la cui missione principale è aiutare lo sviluppo regionale e a ridurre le disparità territoriali.

L’ RCI non è il PIL, ma può aiutarlo a crescere
Il confronto tra RCI e PIL pro capite (che non è un componente dell’RCI) indica una relazione chiara tra i due indici (Figura 4). Tuttavia, a qualsiasi livello di performance economica le regioni hanno margini di opportunità per migliorare la loro competitività, oppure corrono rischi di diminuirla. Livelli più elevati del PIL corrispondono a livelli più elevati di competitività, ma questa relazione si allenta all'aumentare del PIL. Per le regioni meno sviluppate, la relazione è forte: un leggero aumento del PIL pro capite è collegato a un netto aumento della competitività. Nelle regioni più sviluppate, ogni euro in più di PIL pro capite acquista sempre meno competitività.
Partendo dal presupposto che livelli elevati di PIL pro capite possano facilitare maggiori investimenti per aumentare la competitività, possiamo identificare regioni virtuose e meno virtuose confrontando l'RCI con il PIL pro capite. Se una regione si trova sopra la curva stimata RCI-PIL della Figura 4, possiamo supporre che superi il suo potenziale economico; si può dire il contrario per le regioni al di sotto della curva. Delle prime 10 regioni nella classifica della competitività, Stoccolma, Utrecht, le tre regioni britanniche e la regione di Helsinki sono andate oltre il loro livello economico, in quanto hanno un punteggio significativamente più alto del loro PIL pro capite. Invece in Grecia, Spagna, Italia e Irlanda, la maggior parte delle regioni ha una performance inferiore a quanto i loro livelli di ricchezza farebbe supporre.
Per fare un esempio nostrano, il Veneto, pur essendo tra le regioni più ricche d’Europa in termini di PIL pro capite, presenta punteggi inferiori in tutte le componenti della competitività rispetto alle altre regioni europee con uguali livelli di reddito. Ciò costituisce un rischio nel lungo termine. La qualità delle istituzioni, la stabilità macroeconomica, la salute, l'istruzione di base, l'efficienza del mercato del lavoro, la disponibilità delle tecnologie e il livello di sofisticazione del business (per citare solo alcune delle componenti dell’RCI) sono quindi tutti aspetti in cui queste regioni dovrebbero agire per migliorare il loro sviluppo economico.

Bassa competitività regionale porta alle disuguaglianze di reddito
Come detto prima, l’RCI va oltre l'analisi tradizionale della competitività come misura puramente economica e include componenti sociali che influiscono sul benessere e la qualità della vita dei residenti di una regione. In questo senso, la disuguaglianza di reddito è un indicatore importante di equità e integrazione sociale, nell'UE come altrove.
Ampie disparità nella distribuzione del reddito tra i paesi dell'UE persistono: nel 2016, il 20% della popolazione con il reddito più elevato ha avuto un reddito 5,2 volte maggiore del 20% inferiore.
Ebbene, confrontando la competitività regionale con le disparità di reddito si nota un legame particolarmente forte (Figura 5): le regioni con un RCI basso tendono ad avere una distribuzione del reddito più irregolare. È interessante notare che le regioni svedesi presentano generalmente alti livelli di competitività con bassi livelli di disuguaglianza: il “meglio” dei due mondi. Ad esempio, la regione di Stoccolma (SE11 in Figura 5) è altamente competitiva (anzi, la più competitiva nel 2019) e allo stesso tempo altamente equa; mentre Londra e la sua area di pendolarismo (UK00 in Figura 5) è altamente competitiva, ma altamente diseguale. All'altra estremità della scala, le regioni bulgare, rumene e alcune regioni italiane (Figura 6) combinano una bassa competitività con un'elevata disparità di reddito.
Identificare le potenzialità regionali, rafforzare la loro vocazione produttiva e al contempo ridurre le disuguaglianze saranno quindi priorità decisive per affrontare la globalizzazione, sfruttare le nuove tecnologie e gradualmente sviluppare un’economia circolare e a zero impatto sul clima.
Se i benefici della globalizzazione sono largamente diffusi, è altrettanto vero infatti che i suoi costi sono per lo più sostenuti a livello locale. I processi di transizione sono dolorosi: si percepisce che un nuovo corso economico sta per nascere, ma ancora non è a pieno regime e non apporta tutti benefici attesi; e al contempo i settori tradizionali soffrono le conseguenze più pesanti del cambiamento.
Per questo la Commissione europea sta puntando in maniera decisa su un sostegno alla transizione verso un’economia verde e sostenibile e il recente lancio del Green deal e del Just Transition Fund lo dimostrano. Da un lato gli investimenti nelle nuove tecnologie verdi, nel settore manifatturiero avanzato, nelle competenze professionali, nella creazione di talento, cosi come nella ricerca ed innovazione; dall’altro le misure per mitigare l’impatto della perdita di posti di lavoro dei settori in declino, promuovere la riqualificazione dei lavoratori per il reinserimento nel mercato del lavoro e il recupero di aree naturali per la lotta contro il cambiamento climatico.

Quanto questo scenario, più o meno positivo, potrà variare una volta superata l'attuale emergenza sanitaria è impossibile dirlo al momento. La prossima edizione del RCI ci mostrerà se saranno le regioni più ricche a dover pagare il prezzo maggiore e se quelle più povere saranno trascinate ulteriormente verso il basso o sapranno cogliere qualche occasione per migliorare il loro attuale status.

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