Poche rivalita’ sono tanto accese e profonde come quella che caratterizza le relazioni tra Iran e Stati Uniti. Si assiste da decenni ormai ad un braccio di ferro tra i due paesi, dove allo strapotere militare ed economico degli Stati Uniti non si e’ accompagnata una corrispondente capacita’ di imporre la propria volonta’ politica.
E questo e’ dovuto all’ostinazione e alla sorprendente robustezza del regime degli ayatollah quando si trova ad avere a che fare con sfide esterne (e infatti, la minaccia piu’ grave alla sua sopravvivenza e’ stata il ‘Movimento Verde’ del 2009, un fenomeno di ribellione popolare di massa totalmente interno). Non solo. Tehran e’ riuscita ad avviare anche un piano per una crescente espansione dei suoi interessi regionali (che nel lungo periodo non possono che essere di natura egemonica). Questo e’ avvenuto sia tramite la vicinanza a stati con cui l’Iran ha buone relazioni da tempo (come il regime siriano); sia tramite l’appoggio a vari gruppi militanti e partiti politici nella regione, di solito, ma non necessariamente, correligionari sciiti degli ayatollah (come in Libano, Yemen ed Iraq).

Tuttavia, e’ notizia delle ultime due settimane di novembre che si sono registrati violenti scontri in varie citta’ iraniane tra dimostranti e forze di sicurezza del regime. La causa scatenante e’ stato un incremento del prezzo della benzina del 300% deciso dal governo. La causa remota e’ invece il peso delle sanzioni americane sull’economia iraniana. L’Ammnistrazione Trump, che vuole piegare Tehran a piu’ miti consigli e raggiungere probabilmente un nuovo accordo bilaterale sullo spinoso dossier nucleare, non puo’ che guardare ai disordini (che han sin qui fatto oltre 100 morti, secondo Human Rights Watch) con favore.
Dove nasce questo conflitto? Le relazioni tra Washington e Tehran sono cambiate dopo la rivoluzione del 1979. Questa altero’ in modo repentino e totale quella che fino ad allora, sotto lo scia’ Muhammad Reza Pahlavi, era stata una relazione di stretta collaborazione e comunione di vedute. Con l’avvento del regime Khomeinista, il Medioriente prese atto della volonta’ di Tehran di riaffermarsi quale potenza regionale indipendente; e quindi della politica di contenimento – e di aperta ostilita’ - degli USA nei suoi confronti.
Gli ultimi avvenimenti non sono dunque nuovi in quest’ottica. Quello che e’ nuovo in questo scenario sono le ripercussioni, magari solo di breve e medio periodo, in seguito alla politica estera dell’attuale Amministrazione USA. Questa rappresenta invero una nuova variabile, in quanto sembra avere abbandonato parole d’ordine come ‘multilateralismo’, ‘cambio di regime’ e ‘promozione della democrazia’ per concentrarsi su una politica basata sulla realpolitik. Il problema non e’ tanto che tale politica non riesca a promuovere in modo efficace gli interessi americani a livello regionale (e internazionale). A volte capita. Il problema e’ che alla visione fondamentalmente realista e isolazionista di Trump non si associa una strategia coerente: non e’ possibile, in altre parole, prevedere e desumere quello che l’Amministrazione fara’ sulla base di quello che dichiara di perseguire. La volatilita’ della politica regionale, gia’ di per se’ notevole, non puo’ che venire ulteriormente amplificata.
Quali possono essere dunque le implicazioni nel medio-lungo periodo di questa situazione? Verranno qui esaminati tre temi che illustrano i recenti sviluppi delle relazioni USA-Iran e le ripercussioni a livello regionale: la questione curdo-turca in Siria; la creazione di una ‘NATO Araba’; e il problema delle sanzioni internazionali contro l’Iran nel contesto del suo programma nucleare.


Considerato quanto detto finora, non sorprende infatti che il confronto tra Iran e USA si giochi anche e soprattutto nei vari teatri mediorientali. Di particolare importanza e’ stato l’ormai celebre abbandono dei combattenti curdi delle YPG (‘Unita’ di Protezione’) da parte degli americani lo scorso 13 ottobre. Erdogan, in un’operazione che e’ difficile non caratterizzare come di pulizia etnica, necessitava del via libera USA per l’invasione del nord della Siria (in una fascia di 30 chilometri – Figura 1) per rimuovere da quel territorio i curdi, visti come terribile minaccia all’unita’ politica e territoriale della Turchia. Curdi che, fino ad allora, avevano combattuto con le truppe americane e fornito la maggior parte dei miliziani responsabili della sconfitta militare del sedicente Stato Islamico (ISIS).
Tehran ha subito colto la palla al balzo per denunciare quello che sembra a tutti gli effetti, se non un tradimento, di certo una mancanza di riconoscenza per quanto fatto dalle YPG. In molti hanno poi rilevato come ritirare truppe americane dal conflitto piu’ importante nel Medioriente contemporaneo, dove il regime siriano e’ per di piu’ alleato dell’Iran, non possa che configurarsi come un favore all’Iran stesso. L’Amministrazione Trump ha dichiarato, di fronte a queste osservazioni, di separare la questione del ritiro delle truppe in Siria dal contenimento dell’Iran tramite sanzioni e misure diplomatiche secondo la strategia della ‘maximum pressure policy’ (‘politica di massima pressione’). Ma questo sembra essere piu’ che altro un esercizio retorico. La presenza di truppe USA in Siria limitava, a tutti gli effetti, l’espansione iraniana nella regione.
Una simile dinamica, ma dalla portata e conseguenze ancor piu’ rilevanti, si puo’ notare anche sull’asse Washington-Riadh-Tehran. Donald Trump aveva ventilato l’idea di sponsorizzare una ‘NATO araba’ sotto l’acronimo di ‘MESA’ (Middle Eastern Strategic Alliance). Essa comprenderebbe i paesi del Golfo (Kuwait, Bahrein, Qatar, Oman), piu’ Egitto e Giordania. Il regno saudita ne sarebbe il leader. Un disegno in chiave chiaramente anti-Iraniana, se e’ vero che l’Arabia Saudita ha rapporti pessimi con l’Iran, anch’essa dalla rivoluzione, come gia’ evidenziato su queste pagine.

La velletarieta’ del progetto MESA e’ tuttavia subito rilevabile. Storicamente, una coordinazione efficace tra paesi arabi si e’ vista davvero raramente, persino durante le varie guerre contro Israele che in teoria avrebbero dovuto offrire un nemico comune contro cui coalizzarsi. Al momento la situazione non sembra indicare niente di diverso: troppi sono i problemi che affligono la comunita’ di stati arabi al di la’ dell’Iran (basti ricordare l’embargo di sauditi ed emirati contro il Qatar, le divergenze sulle guerre in Siria, Yemen e Libia, la cronica instabilita’ dell’Iraq che preoccupa il Kuwait, e la mai risolta questione Israelo-Palestinese per la Giordania; l’Oman, dal canto suo, mantiene da sempre una politica di neutralita’). Inoltre, e’ da dimostrare che un’alleanza militare sia effettivamente il miglior modo per contenere l’ingombrante vicino: Bahrein e Iraq sono stati a maggioranza sciita; il Kuwait e l’Arabia Saudita hanno tra il 15 e il 25% di sciiti (Figura 2). Cosa accadrebbe in caso di conflitto con l’Iran a livello interno per questi paesi? Considerazioni come queste hanno reso, per esempio, il Kuwait molto piu’ tiepido verso questa idea.
Il vero problema e’ che l’Amministrazione americana non ha dato segno di volersi impegnare nel creare e sostenere – a livello politico prima ancora che militare – una possibile NATO araba. Alcuni analisti hanno osservato come il fallimento di tale progetto sia stato sancito nel momento in cui Trump non ha dato nessun segnale di volersi impegnare nella difesa del Regno saudita dopo l’attacco portato con droni del 13 settembre 2019. In quella operazione, dieci droni hanno colpito due delle piu’ importanti raffinerie saudite, compromettendo la meta’ della produzione petrolifera nazionale. L’attacco e’ stato rivendicato dagli Houtis yemeniti, contro cui Riadh sta combattendo una disastrosa e sanguinosa guerra dal 2015. Gli Houtis sono tra i movimenti “foraggiati” e sostenuti da Tehran; ma si ritiene anche che non abbiano la capacita’ di colpire a circa 700 km di distanza dalle loro basi nel nord dello Yemen (Figura 3). E’ per questo che Riadh ha subito accusato l’Iran di essere il mandante – e fors’anche l’esecutore – dell’operazione. Un atto che avrebbe dovuto, secondo i sauditi, motivare una pronta, e durissima, risposta da parte di Washington. Che pero’, per l’appunto, non ha dato alcun segnale.
Gli sviluppi a livello regionale sono stati tanto repentini quanto significativi. Senza l’ombrello politico-militare americano, la minaccia di espansione iraniana non sembra un collante sufficiente per tenere insieme una possibile NATO araba. A parte facili e superficiali suggestioni, l’Iran non puo’ rappresentare per il Medioriente arabo quel che l’URSS ha rappresentato per l’Europa occidentale durante la Guerra Fredda.
Ma allora perche’ gli USA hanno suggerito tale patto militare? A ben vedere, esso non si collocava, come in Europa dopo la Second Guerra Mondiale, in un contesto di diretto impegno nella regione. Anzi: il MESA era concepito esattamente in relazione ad un progressivo disimpegno americano dal Medioriente. Washington intende concentrarsi su Cina e Russia, subappaltando, in qualche modo, la sicurezza nella regione del Golfo ad Israele ed Arabia Saudita, che avrebbe avuto appunto la leadership della MESA (sforzo congruo, tra l’altro, essendo il Regno saudita il terzo paese al mondo per l’acquisto di armi con 67 miliardi di dollari l’anno – Figura 4). Inoltre Trump, come evidenziato in rottura con i suoi predecessori, nutre ostilita’ verso il multilateralismo, e dunque verso istituzioni internazionali di qualsivoglia natura (si ricorderanno i suoi attacchi alle UE, alla NATO, al WTO e al Fondo Monetario).
Con il mancato intervento, politico prima ancora che militare, degli USA a fianco dei sauditi dopo l’attacco con i droni, si sono aperti scenari nuovi ed inaspettati. Riadh ha iniziato a contemplare un dialogo con Tehran. Il Pakistan si e’ proposto con Imran Khan quale mediatore. Entrambi i paesi hanno infatti riconosciuto i buoni uffici di Islamabad, e si son detti disposti a negoziare con l’aiuto della diplomazia pakistana. Non e’ ovviamente affatto detto che negoziati tra Iran e Arabia Saudita partano, ne’ tantomeno che possano avere buon fine. Ma quello che potrebbero produrre e’ la figura di un nuovo mediatore a livello regionale, che gode di buone relazioni (sebbene a volte complesse) con Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti. Il Pakistan dunque potrebbe essere percepito come neutrale da parte sia di Tehran che di Washington, nel caso i due vogliano effettivamente aprire ad un incontro ufficiale.

Per quel che riguarda il rapporto diretto tra Iran e USA, infatti, rimane in sospeso la piu’ importante questione di fondo: il programma nucleare iraniano e le sanzioni USA. Ma se, appunto, si ipotizza una mediazione pakistana, questa si deve all’ambiguita’ della politica estera americana cui si faceva riferimento. Da una parte, Trump persegue con il Segretario di Stato Pompeo la strategia di ‘massima pressione’ su Tehran. D’altra parte, Trump piu’ volte ha fatto intendere al presidente Rouhani che sarebbe pronto ad incontrarlo per redigere un nuovo accordo sul nucleare. Come e’ noto, Trump predilige accordi bilaterali condotti in prima persona (come si e’ visto con la Corea del Nord). Cosa tale accordo comporterebbe non e’ chiaro: in che termini sarebbe fondamentalmente diverso dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) siglato da Obama nel 2015 e che Trump ha denunciato nel 2018? Considerando inoltre quanto lavoro il JCPOA aveva comportato, l’improvviso e inguistificato ritiro americano a fronte delle rimostranze degli altri firmatari (Gran Bretagna, Francia, Cina, Russia e Germania), e linee guida della politica estera americana che rimangono legate al temperamento del loro volatile presidente, l’Iran non ha molti motivi per sedersi, ora, al tavolo negoziale. Posizione chiara, in quanto come prima condizione per aprire trattative Tehran ha posto la rimozione delle sanzioni piu’ dure imposte dagli USA, che hanno colpito in maniera pesante l’economia iraniana (con un crollo del tasso di cambio del Rial, un’impennata dell’inflazione e con un PIL che dovrebbe contrarsi ben del 9.5% nel 2019 – Figura 5, Figura 6 e Figura 7).
Proprio questa pressione ha infine generato le proteste di massa dell’autunno 2019. La strategia della ‘massima pressione’ dovrebbe portare, secondo le aspirazioni americane, ad una sorta di capitolazione senza condizioni degli ayatollah. Le dimostrazioni sarebbero uno dei primi e piu’ chiari segnali di indebolimento del regime. Ma questa prospettiva, anche di fronte a vaste dimostrazioni di piazza, sembra essere quanto mai improbabile. Vi e’ la risolutezza del regime degli ayatollah, che dispone di un efficacie apparato repressivo e vi e’ una certa capacita’, collaudata ormai da decenni di sanzioni, a convivere con esse. Rimarrebbe l’opzione militare. Ma con la partenza di Bolton, il super falco ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale, tale possibilita’, gia’ prima alquanto improbabile nel contesto della politica isolazionista di disimpegno di Trump, sembra ora definitivamente tramontata.
Si puo’ guardare con favore al ritiro politico-militare degli Stati Uniti dal Medioriente. Chi per anni, o decenni, ha accusato Washington di imperialismo nella regione non puo’ che provare, in qualche modo, un misto di sollievo e soddisfazione nell’osservare gli sviluppi sin qui descritti. Chi invece guarda agli USA come ad un attore egemone, ma comunque in grado di svolgere quell ruolo di garante di una certa stabilita’ - che non si ottiene certo facilmente in condizioni di marcato multipolarismo, come quelle del Medioriente negli ultimi 70 anni - non puo’ che essere deluso, o preoccupato, dalla politica estera di Trump.

A prescindere tuttavia da queste considerazioni, una cosa e’ certa: la perdita di credibilita’ e quindi di influenza degli USA non sara’ facile da recuperare. Gli alleati di Washington, per rimanere tali, devono sapere cosa gli Stati Uniti sono disposti a fare al di la’ di vari e bellicosi proclami. In questo senso, l’abbandono dei curdi e il rifiuto di assistere fermamente l’Arabia Saudita dopo l’attacco alle istallazioni petrolifere hanno indicato che, quand’anche si tratti di alleanze consolidate (come con Riadh) o efficaci per gli obiettivi di Washington (come con i curdi in funzione anti-ISIS), gli USA sono ora sempre con un piede metaforicamente fuori dalla porta. Israele, ovviamente, vanta rapporti diversi e di particolare robustezza con gli Stati Uniti, ma non puo’ non porsi esso stesso alcune domande su quanto questa Amministrazione sia pronta a schierarsi in sua difesa in situazioni di bisogno. Di tutto questo, e delle prospettive che questa situazione apre, l’Iran ha preso nota.

 

 

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