Buone notizie: secondo quanto rilevato da entrambi i rapporti del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), e dell'Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur).in Italia è aumentato il numero di studi scientifici pubblicati, di brevetti depositati e di giovani laureati.
Secondo i più recenti dati pubblicati da Eurostat, riferiti al 2019 (Figura 1), sono leggermente cresciute anche le risorse investite nel settore Ricerca e Sviluppo, che hanno raggiunto l’1,45% del Prodotto Interno Lordo (rispetto all’1,3% del 2017). Una percentuale tuttavia ancora decisamente bassa, che ci relega al tredicesimo posto tra le nazioni dell’Unione Europea, dove siamo preceduti anche da paesi come Repubblica Ceca, Estonia e Ungheria.

Benchè tra il 2000 e il 2019, a livello di finanziamenti, il rapporto tra spesa in ricerca e sviluppo e Pil italiano sia passato dall’1% all’1,45%, siamo ancora molto distanti da Francia e Germania, nostri “concorrenti diretti” in termini di numero di pubblicazioni e depositi di brevetti. Nel 2017, l’Italia ha infatti destinato alla ricerca e allo sviluppo 23,3 miliardi di euro, meno della metà dei soldi spesi dalla Francia (50,1 miliardi) e quasi tre quarti in meno di quanto investito dalla Germania (99 miliardi). Se si amplia lo spettro del confronto ad altre nazioni europee e non, si può inoltre vedere come gli investimenti italiani siano davvero esigui, se ad esempio confrontati con quelli dei paesi scandinavi e, cambiando continenti, degli Stati Uniti, del Giappone e della Corea del Sud (Figura 2). Complessivamente, infatti, la percentuale destinata al settore R&D dall’Italia supera comunque di poco la metà della media europea (Figura 3).
Tuttavia, a livello di finanziamenti, se si analizza più attentamente la composizione della spesa, emerge che governi e università, nel corso di questi anni, hanno o mantenuto stazionari oppure addirittura ridotto, i fondi destinati alla ricerca e allo sviluppo; nello specifico, la spesa finanziata dal Governo è rimasta costante attorno allo 0,5% del Prodotto Interno Lordo mentre gli stanziamenti del ministero per l'Istruzione, università e ricerca agli enti pubblici di ricerca sono scesi dai 1.857 milioni del 2002 ai 1.483 del 2015.

Lo stesso Cnr, di cui precedentemente è stato citato il rapporto, per esempio, ha subito una riduzione dei fondi pari a 149 milioni. Questa ingente riduzione potrebbe certo anche essere addebitata in parte alla crisi economica, crisi che ha colpito e ridotto in maniera consistente la liquidità e i fondi disponibili per istituti ed enti pubblici. È comunque importante sottolineare come negli anni di ripresa, quelli successivi alla crisi, gli aumenti nella spesa per la ricerca e lo sviluppo sono stati inferiori agli aumenti della ricchezza complessiva. Non troppo inaspettatamente, gli unici a credere negli studi di laboratorio e ad investire nella ricerca e nello sviluppo rimangono gli industriali: il mondo delle imprese commerciali continua a essere il principale in termini di finanziamenti (il 66% del totale del 2017), seguito dal settore dell’istruzione superiore (22%), dal settore pubblico (11%) e dal settore cosiddetto dei privati -profit (1%). Se dunque, rispetto al Prodotto Interno Lordo, la quota di risorse destinate a questo settore specifico (definita in gergo intensità), è aumentata, ciò si è verificato grazie all’incremento degli investimenti degli industriali (Figura 4): in Italia è ad esempio quintuplicato il valore della raccolta di fondi per investimenti di Venture Capital e Private Equity.

Secondo Claudio Roveda, il direttore generale della fondazione Cotec per l'Innovazione tecnologica, un ulteriore fattore che potrebbe essere potenzialmente collegato alla crisi economica degli anni scorsi, è la flessione significativa del numero di addetti alla R&D rispetto alla forza lavoro, da cui consegue una perdita non indifferente in termini di capitale umano.
Se si analizza invece nel complesso la totalità delle voci di spesa per gli stanziamenti destinati alla ricerca e allo sviluppo nel triennio 2015 – 2017 (Figura 5), si può invece notare come la voce principale di investimento sia quella relativa all’istruzione e alla formazione, settore che quasi quadruplica gli altri. A seguire, come emerge dall’istogramma in Figura 4, tra gli altri obiettivi socio-economici, le produzioni e le tecnologie industriali, l’esplorazione e l’utilizzazione dello spazio e dell’ambiente terrestre e, infine, protezione e promozione della salute umana, sono quelli a cui viene destinata la maggior parte dei fondi rimanenti.
Gli investimenti in istruzione e formazione hanno dato i loro frutti e “ricompensato” in quanto, nonostante la limitatezza complessiva dei fondi, i ricercatori italiani sono comunque riusciti ad aumentare il numero delle pubblicazioni sulle riviste scientifiche e dei brevetti depositati. Dal 2000 al 2016, il contributo italiano alle pubblicazioni scientifiche è infatti cresciuto dal 3,2% al 4% della quota mondiale, raggiungendo la Francia. Se si considera il fatto che i paesi occidentali hanno visto la propria quota ridursi a seguito dell'imporsi di paesi emergenti, come ad esempio la Cina, questo aumento rappresenta ancora di più un motivo di orgoglio.

Desta invece preoccupazione l’esigua crescita del personale di ricerca, e la netta diminuzione dei dottori di ricerca dagli oltre 10 mila del 2007 a meno di 8 mila nel 2016. Nell’ambito dei brevetti invece, quelli depositati da imprese e da autori italiani sono in continuo aumento (nel 2019 le domande di brevetto per invenzione industriale hanno superato - per la prima volta dal 2006 -  le diecimila unità), crescita tuttavia insufficiente a tenere il passo con la tendenza a proteggere di più le innovazioni industriali (Figura 6).
Il MISE ha messo a disposizione 43 milioni di euro di finanziamenti per il 2020, che potrebbero anche essre aumentati grazie al ricorso al Recovery Fund, oltre ad essere resi maggiormente accessibili.
Il settore trainante è l'ingegneria meccanica, che concentra il 42% delle domande di brevetto. Nei diritti di proprietà intellettuale sulle innovazioni di tipo non tecnologico, come progettazione o modelli ornamentali, l'Italia è seconda solo alla Germania. La specializzazione produttiva italiana rimane tutt’oggi in settori ad alto contenuto di conoscenza e collegati ai settori tipici del Made in Italy (quali ad esempio mobili e arredi, illuminazione, cucine), ambiti il cui punto di forza è ben distante dalla ricerca scientifica e tecnologica. Infine, a conferma di quanto appena evidenziato, nel commercio high-tech l'Italia resta invece sotto il 2% delle esportazioni ad alta tecnologia mondiali (meno della metà della quota francese e inglese e addirittura un quarto di quella tedesca).
Indubbiamente, sia l'analisi combinata dei dati italiani relativi alla spesa in ricerca e sviluppo, sia i risultati ottenuti con pubblicazioni scientifiche, brevetti, commercio hi tech, mostrano la necessità di valorizzare e moltiplicare meglio l'impatto delle limitate risorse. Per questo motivo diventa dunque fondamentale un’attiva collaborazione tra università, istituti di ricerca e imprese.

La sinergia di queste ultime con le università potrebbe inoltre rappresentare una chiave di volta anche per sfruttare al meglio il capitale umano di cui il nostro paese dispone: negli ultimi anni si è infatti verificata una ripresa nel numero dei laureati tra i 25 e 34 anni (numero cresciuto del 2,7% nell'ultimo triennio). Per quanto riguarda il tema delle competenze, altrimenti interpretabile come la capacità di utilizzare l’innovazione, l’Italia si colloca al penultimo posto in Europa per percentuale di laureati. Il nostro paese è tuttavia allineato alla media dell’Unione Europea per quanto riguarda le lauree in discipline ingegneristiche e scientifiche. L’auspicio per i prossimi anni è dunque duplice: da un lato aumenti la percentuale degli investimenti stanziati per la ricerca e lo sviluppo, o che quantomeno non diminuisca; dall’altro che le università, gli istituti di ricerca e le imprese intraprendano una proficua collaborazione cosicché si possa beneficiare al massimo dei fondi destinati alla ricerca e rendere in questo modo l’Italia più competitiva e all’avanguardia sul piano internazionale.

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