Sebbene la percentuale di giovani appartenenti alla categoria dei NEET (Not in Employment, Education or Training) in Italia sia diminuita di quasi il 2% in questi anni post crisi, attestandosi al 32,7% a marzo del 2018, questo valore rimane tuttavia una delle più alte percentuali dell’Unione Europea dal momento che la media di NEET nel vecchio continente è pari circa al 15,6%. Questo dato relativo alla disoccupazione giovanile non è di certo incoraggiante specialmente se si considera che una delle più immediate e dirette conseguenze è il rischio di esclusione sociale.

È proprio per questo motivo che l’Eurofound, fondazione europea istituita con lo scopo di fornire le conoscenze adeguate per contribuire allo sviluppo di migliori politiche sociali, occupazionali e relative al lavoro, ha deciso di concentrarsi sulle misure di autoimprenditorialità rivolte ai giovani con lo studio “Start-up support for young people in the EU: From implementation to evaluation”. Le iniziative rivolte ai giovani che sono state concepite con lo scopo di favorire la creazione di impresa hanno infatti avuto un duplice impatto positivo: non solo hanno contribuito a ridurre la disoccupazione giovanile e con questa l’esclusione sociale che ne può derivare, ma hanno anche stimolato la creazione di nuovi posti di lavoro.

Le misure europee adotatte in proposito, specialmente quelle legate al progetto Garanzia Giovani, da un lato avevano, e hanno tutt’ora, come principale obiettivo quello di eliminare i due fattori che influenzano negativamente la scelta di intraprendere un percorso di autoimprenditorialità, ovvero la mancanza di risorse necessarie e di esperienza, attraverso la creazione di specifici programmi di supporto finalizzati all’integrazione tra servizi di assistenza e supporto con le agevolazioni per accedere alle risorse finanziarie necessarie per l'avviamento; dall’altro sono focalizzate in particolare su cinque più ampie aree strategiche di intervento, ovvero stimolare lo spirito imprenditoriale, incoraggiare più persone ad avviare un’attività, favorire un tessuto economico volto ad aiutare la crescita e la competitività; creare un quadro normativo e amministrativo favorevole; migliorare il sistema dei finanziamenti, ad esempio attraverso l’accesso alla microfinanza.

L’economia del nostro Paese sembra aver beneficiato dall’avvio di tali iniziative e offre segnali incoraggianti per i giovani che vogliono intraprendere un’attività in proprio. I dati emersi relativamente all’avvio di nuove attività sottolineano come molti giovani guardano infatti con grande attenzione al settore del commercio attraverso l’avvio di nuove startup: aziende solitamente di piccole dimensioni che vengono lanciate sul mercato sull’onda di un’idea innovativa, imprese che in Italia, all’inizio del 2017, erano già più di 10.000.
Il numero delle start up italiane è in continua, e decisamente molto rapida, crescita (Figura 1). Ad oggi, almeno il 70,5% di queste è nata con lo scopo di fornire servizi alle imprese, come ad esempio la produzione di software, la consulenza informatica, l’attività di ricerca e sviluppo e i servizi di informazione. Un 20% delle start up italiane opera nel settore industriale, specialmente nella fabbricazione di computer, prodotti elettronici e ottici; il 4,5% opera invece nel commercio. Le regioni italiane con la maggiore concentrazione di start up sono la Lombardia, che da sola ne conta ben il 22% del totale, con a seguire l’Emilia Romagna, il Veneto, la Campania e il Lazio. Si trovano invece in coda alla classifica la Basilicata, il Molise e la Valle d’Aosta.

Se per start up si intende una qualunque attività imprenditoriale di piccole dimensioni che si sta avviando, più specifica è invece la definizione di start up innovativa, così come sono più stringenti le caratteristiche necessarie per esserlo, come stabilito dal decreto di legge numero 179 del 18 ottobre 2012, meglio conosciuto come Decreto Sviluppo 2.0. In Italia, i requisiti che una start up innovativa deve soddisfare sono dunque i seguenti:
• Avere come oggetto esclusivo o prevalente la produzione, lo sviluppo o la commercializzazione di servizi innovativi ad alto valore tecnologico;
• Essere un’attività imprenditoriale allo stato nascente, ovvero essere stata costituita ed essere in attività di impresa da non più di due anni;
• Avere la propria sede principale in Italia;
• Avere un valore della produzione totale non superiore ai 5 milioni di euro;
Non essere stata creata attraverso una fusione, una cessione o una scissione di un’azienda preesistente;
Destinare almeno il 20% delle spese in ricerca e sviluppo oppure avere una parte dei dipendenti e/o collaboratori altamente qualificata (persone che hanno conseguito un dottorato di ricerca, ad esempio) preposta ad attività di ricerca oppure, in alternativa, possedere almeno un brevetto sul proprio prodotto o servizio.
A proposito di start up innovative, uno dei settori in cui questa realtà si sta sviluppando attraverso la commercializzazione esclusiva di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico è quello energetico, settore in cui, ad ora, queste rappresentano circa il 14% delle imprese totali (Figura 2).
Le regioni italiane che vantano il maggior numero di start up innovative (Figura 3), sono le stesse di cui prima si è fatta menzione per concentrazione geografica. A questo proposito, è doveroso fare una menzione speciale per la Campania, prima regione del Mezzogiorno per numero start up innovative: queste sono infatti ben 569 e rappresentano il 7,4% del totale nazionale. Il dinamismo dei giovani e delle università del territorio trova un valido aiuto, incoraggiamento e sostegno in iniziative e bandi emanati ad esempio da enti locali come “Campania Start up Innovativa” ed “Erasmus per Startup”.

Si è spesso fatto riferimento ai giovani, sottolineando come le start up rappresentino per loro una grande opportunità per sviluppare l’imprenditorialità. È quindi ora doveroso analizzare la composizione delle start up italiane in termini di età: la distinzione sarà fatta tra quattro diverse categorie start up a prevalenza esclusiva, forte, maggioritaria o “no” di giovani; dove con esclusiva si intende un numero di giovani pari alla totalità dei collaboratori e/o dipendenti, con forte almeno il 66%, con maggioritaria almeno la metà delle persone e con “no” qualsiasi percentuale inferiore al 50%. In Figura 4 si può notare come purtroppo il 79% delle start up non abbia affatto dei giovani o ne abbia un numero estremamente ridotto e come solo il 9% di tutte le start up italiane sia esclusivamente composto da under 35.
Se in generale il numero di giovani è basso, quello delle donne che collaborano e lavorano nelle start up nostrane è addirittura inferiore: nell’86% delle start up meno della metà del personale appartiene infatti al genere femminile (Figura 5).
Le start up italiane brillano ancora meno per la presenza di stranieri: solo il 3% di queste ha più della metà dei dipendentinon proveniente da un comune italiano (Figura 6).
Sebbene i fondi stanziati per progetti volti ad incentivare l’autoimprenditorialità giovanile abbiano contribuito a ridurre il tasso di disoccupazione degli under 35 e abbiano creato non solo nuovi posti di lavoro ma anche un mercato più dinamico e competitivo; se sonoconsiderati i dati presentati nei grafici delle Figure 4, 5 e 6, si rivela tuttavia necessario da un lato perfezionare e implementare le politiche rivolte agli under 35, così da fornire loro più risorse e supplire alla potenziale mancanza di esperienza; dall’altro proporre strumenti che incentivino e aumentino la presenza femminile e di personale straniero nelle start up, come ad esempio l’istituzione di quote rosa e la stipula di convenzioni con importanti hub dell’innovazione a livello internazionale.
L’incoraggiamento all’autoimprenditorialità e le grandi opportunità che la realtà delle start up fornisce devono essere accessibili a tutti i giovani, indipendentemente dal loro sesso o dalla loro provenienza.

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