Oggigiorno, in Italia, il 35,7% delle donne con almeno un figlio non lavora. E questa percentuale raggiunge persino quota 50% se si considerano le donne tra i 25 e i 64 anni che hanno due o più figli. Stando a una nota Istat del giugno 2019, in una coppia su tre con figli è l’uomo l’unico a lavorare; proporzione che sale a quattro su dieci in Meridione e scende leggermente al 25% e al 27% al rispettivamente al nord e al centro Italia.

Purtroppo però i dati italiani non sono gli unici a essere allarmanti: il problema dell’inattività della popolazione femminile, dovuto alle responsabilità familiari, riguarda infatti la maggior parte dei paesi europei, come si può dedurre dalla Figura 1 che riporta i dati Istat relativi al 2018. Le uniche eccezioni a questo trend europeo sono rappresentate, come prevedibile, dai paesi scandinavi: Danimarca, Svezia e Norvegia, nazioni in cui non solo la percentuale di inattività della popolazione femminile è inferiore al 10% ma dove vi è anche il minor gap di genere. A seguire vi sono paesi come Germania, Francia, Austria e Portogallo, dove il valore è tra il 20 e il 30%; per poi arrivare a Italia, Regno Unito, Bulgaria, Repubblica Ceca in cui la percentuale è tra il 35 e il 40% e infine chiudere con Spagna, Estonia Irlanda dove si supera il 40% o, come nel caso di Cipro, addirittura il 50%. Complessivamente, il trend italiano è in linea con la media europea, come si può vedere agevolmente dalla Figura 2, in cui le linee sono pressoché sovrapposte.

In Italia, nelle coppie con figli, la combinazione più diffusa rimane quella del padre che lavora full time e la madre casalinga; la soluzione è più frequente nelle coppie più giovani (21-49 anni), dove la percentuale raggiunge il 19,2. Nelle coppie più giovani senza figli la situazione è significativamente diversa: nel 45,9% dei casi entrambi i partner sono occupati a tempo pieno e la percentuale relativa alla combinazione uomo full time – donna part time è pari al 14,8% (Figura 3).
Le percentuali non variano unicamente in base all’età ma anche in base alla zona geografica: la tipologia di coppia padre a tempo pieno e madre part time è infatti più diffusa al Centro nord (24,6%) rispetto al Mezzogiorno (9,7%), dove prevale la coppia con solo il padre occupato full-time (45,3%). Questo risultato è un’ulteriore conferma del fatto che sia sbagliato pensare che laddove le donne lavorano di meno si facciano più figli, in quanto il tasso di natalità del Mezzogiorno è inferiore a quello del Centro-Nord nonostante le basse percentuali di occupazione femminile.


Le quote di entrambi i genitori occupati aumentano in presenza di madri che hanno conseguito un alto titolo di studio, anche con carichi familiari impegnativi. Se la madre è laureata, infatti, la quota di coppie in cui entrambi lavorano full-time è pari al 50,4% (contro il 14,5% di donne con al massimo la licenza media e il 28,6% di diplomate). Quelle in cui il padre lavora a tempo pieno e la madre part time si attesta al 20,0% in presenza di un figlio e al 23,9% in presenza di due figli o più. A lavorare di meno sono le donne meno istruite e quelle che hanno due o più figli. L’unica crescita che riguarda il lavoro femminile è proprio quella inerente al lavoro part-time, che oggi riguarda il 20% delle donne con un figlio e il 23% di quelle con più figli.
A livello generale non vi è dunque solamente un gap di occupazione tra donne con o senza figli ma anche tra laureate e non. Queste sono state molto favorite dalla ripresa, ma solo se senza prole. L’occupazione delle laureate senza figli è cresciuta del 4,9%, quella di chi ha a carico un minore solo del 0,6%, se ne ha due dell’1% (Figura 4). Se si prendono invece in considerazione le donne che hanno un solo figlio di 6 anni o meno i dati sono ancora più allarmanti: per queste donne, che siano laureate o meno, dal 2014 vi è stato addirittura un calo del tasso di occupazione, del 2,2% in generale, del 1,6% per le più istruite.

Dal momento che è innegabile che il lavoro incoraggi le nascite e che il raggiungimento di un più elevato livello di istruzione aiuti il lavoro, viene naturale trarre la conclusione che sia decisamente tutt’altro che positivo che il segmento di donne che hanno studiato di più, e che dunque potrebbero ottenere stipendi più alti così da poter crescere dei figli, sia quello che più fatichi ad accrescere l’occupazione. Non è infatti pensabile di emancipare le famiglie dalla povertà e aumentare il tasso di natalità se avere dei figli implica che la donna debba rinunciare del tutto o in parte al suo lavoro.
A tal proposito, secondo quanto riportato dai dati Istat, le donne con meno di 49 che hanno figli sono addirittura meno indipendenti delle loro colleghe più anziane e meno di un terzo di loro può permettersi di pagare servizi di accudimento.
Se non migliorano le prospettive lavorative pare dunque impensabile immaginare un allargamento della famiglia. È anche per questo motivo che si rivelerebbe dunque importante un’attenzione legislativa alle politiche a favore della famiglia e un’implementazione del sistema di welfare aziendale che preveda ad esempio asili nido aziendali, assicurazioni e incentivi economici per pagare servizi di baby sitting e scolastici. Questo sistema consentirebbe infatti da un lato di ridurre il gender gap occupazionale nelle coppie e dall’altro incoraggerebbe le nascite: anche se si tratta di problemi diversi, non è detto che la soluzione per risolverli non possa essere comune.

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