La pandemia per Covid-19 ha innescato molti cambiamenti, sia organizzativi che operativi, richiedendo, a livello generalizzato, un rinnovato ed energico senso di responsabilità, anche ambientale. Sostenibilità ed accortezza nell’allocazione delle risorse, oltre che salvaguardia del capitale naturale sono concetti più che mai attuali e indifferibili. Affinché, però, possa avvenire un cambiamento duraturo nelle abitudini di consumo è necessario anzitutto un mutamento del modello economico in ottica green. Le imprese sono fondamentali: processi produttivi e prodotti ecosostenibili sono infatti il primo passo per un miglioramento della qualità ambientale. Tutto ciò si avvia anche con nuove politiche pubbliche, economiche e fiscali e ruoli più attivi delle istituzioni ai diversi livelli. Quanto sono green le aziende in Italia e quanto sono sostenute a livello legislativo? In questa scheda proviamo a fare il punto.

La green economy: eco-efficienza e eco-innovazione.
Secondo la definizione di Unep (il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), la green economy non è ascrivibile ad un mero settore economico ma è piuttosto un modello generale, capace di produrre un benessere di migliore qualità e più equamente esteso, migliorando la qualità dell’ambiente e salvaguardando il capitale naturale.
Se storicamente i sistemi di governance imprenditoriali hanno puntato a soddisfare i tre criteri di economicità (ricavi che coprono i costi e generano valore aggiunto), competitività (capacità di vendere beni e servizi sui mercati nazionali e esteri) e profittabilità (ottimizzazione dell’uso delle risorse e aumento della produttività del lavoro), dalla Conferenza di Rio sull’ambiente e sullo sviluppo (1992) si è avviato un percorso di sviluppo nuovo e più sostenibile, in cui le aziende hanno anche perseguito via via più alte performance ambientali, con un uso efficiente e oculato delle risorse naturali, per rispondere ad una domanda di beni e servizi più consapevole. I criteri di economicità, competitività e profittabilità sono stati così integrati, arricchiti e indirizzati con nuove parole chiave, tra cui eco-efficienza (un migliore utilizzo delle risorse) ed eco-innovazione (miglioramento della qualità dei prodotti), anche cercando nuovi sbocchi di mercato.


Le imprese green in Italia
In tutto ciò, secondo il Rapporto 2020 del Circular Economy Network (CEN), considerando le performance nazionali nei settori chiave: produzione; consumo; gestione di rifiuti e mercato delle materie; innovazione; investimenti, l’Italia si colloca al primo posto nella classifica europea (Figura 1). I punti di forza nazionali in tema green sono legati soprattutto alla produttività delle risorse: a parità di potere di acquisto, infatti per ogni chilogrammo di risorsa consumata qui si generano 3,5 euro di Pil, contro una media europea di 2,24. In più, in Italia, è superiore rispetto agli altri Paesi europei la quota di energia rinnovabile utilizzata rispetto al consumo totale di energia (17,8 per cento) e i risultati italiani in termini di benefici socio-economici totali (export, occupazione in eco-imprese e fatturato in eco-imprese) superano di 12 punti l’equivalente medio europeo.
Complessivamente, nonostante i buoni risultati, in Italia sembrano tuttora necessari degli interventi correttivi soprattutto riguardo i consumi di materie prime (500 milioni di tonnellate) e di energia (116 Tonnellate Equivalenti Petrolio) oltre che per l’innovazione e l’investimento profuso, ambiti in cui non si riscontrano a livello nazionale avanzamenti a dispetto delle performance migliorative di altri Paesi, tra cui la Germania (Figura 2 e Figura 3). In proposito, il punto debole italiano più preoccupante è sicuramente il numero contenuto di brevetti depositati: solo 15 in un anno.
Più in dettaglio, i dati Istat del censimento permanente delle imprese (su un campione rappresentativo delle aziende che producono l’84,4 per cento del valore aggiunto nazionale, impiegano il 76,7 per cento degli addetti e il 91,3 per cento dei dipendenti) mostrano che 7 aziende su 10 adottano azioni volte a ridurre l’impatto ambientale delle proprie attività (Figura 4 e Figura 5), soprattutto con iniziative per migliorare il benessere del personale (68,9 per cento) e il livello di sicurezza del territorio in cui operano (64,8 per cento). Considerando i vari settori economici, l’industria e le costruzioni sono più green dei servizi (con percentuali di impegno ambientale profuso rispettivamente pari a 71,6; 71,1 e 64,5 per cento) e primeggiano anche rispetto all’attenzione alla sicurezza dei territori in cui operano (74 per cento contro 61 per cento).

Per le comprensibili ragioni legate agli oneri e alle possibilità di spesa, i comportamenti sostenibili crescono all’aumentare delle dimensioni dell’impresa: nelle aziende con oltre 250 addetti, i valori superano fino a +20 punti percentuali la media nazionale e, quando il numero di addetti supera quota 500, le azioni riguardano soprattutto il finanziamento economico di iniziative sostenibili in modo autonomo (90,7 per cento). Questo andamento concorre a spiegare ad esempio il motivo per cui, nell’ultima classifica Classifica Knights Global 100 (che ogni anno sancisce le 100 aziende più green al mondo) per quanto riguarda l’Italia compaiono solo Enel, Erg, Intesa Sanpaolo e Assicurazioni Generali.
Se l’obiettivo di migliorare la reputazione aziendale è la motivazione prevalente tra le imprese che adottano azioni green (32,1 per cento), il Rapporto annuale Istat certifica anche altri vantaggi, tra cui un aumento dell’efficienza produttiva fino al 15 per cento e l’opportunità di attribuirsi una quota dei 31 trilioni di dollari stanziati a livello globale per gli investimenti sostenibili.

Green New Deal italiano
Affinché l’economia diventi sostenibile, oltre agli interventi delle singole imprese, è necessario anche un piano di investimenti e di misure sovra-ordinato, che in Europa ha avuto inizio da parte della Commissione Europea nel dicembre 2019, con l’obiettivo di divenire il primo continente climate-neutral entro il 2050, grazie ad un Piano di investimenti di 1.000 miliardi in un decennio. In Italia, con la Legge di Bilancio 2020, il Green New Deal prevede risorse pari a 33 miliardi, oltre a 4 miliardi in dotazione ai comuni per opere di edilizia pubblica, manutenzione e sicurezza ed efficientamento energetico e 5 miliardi e mezzo per le Regioni a statuto ordinario. A ciò è seguito il piano Transizione 4.0 finalizzato a favorire investimenti green nelle imprese, con 7 miliardi per le aziende che investono in beni strutturali, ricerca, innovazione e trasformazione tecnologica, digitale e sostenibile dei processi produttivi. In più, dal 10 dicembre 2020, è possibile per le imprese presentare le domande per accedere al Fondo per la ricerca sostenibile per i progetti di ricerca e sviluppo nell’ambito dell’economia circolare avviato dal Ministero dello Sviluppo Economico con decreto dell’11 giugno 2020. Tutto ciò potrebbe innescare anche un effetto positivo per il mercato del lavoro, che le stime Federmanager-Aiee (Associazione italiana economisti dell’energia) ascrivono a 500.000 nuovi posti di lavoro in 10 anni.
In proposito, un’altra leva non indifferente per innescare una transizione green nazionale è l’opinione pubblica che, secondo il sondaggio LegAmbiente-Ipsos (L’Economia circolare in Italia, 2020), è molto interessata ai temi ambientali (prioritari per il 32 per cento degli intervistati) oltre che consapevole dei concetti di sostenibilità e attenta al dibattito pubblico in tema (76 per cento). Tra gli strumenti intorno cui ruota il dibattito corrente risulta ad esempio che per 4 italiani su 10 il Recovery Fund è una buona occasione per il rilancio green dell’economia e 3 su 10 lo ritengono un obiettivo importante nelle scelte di investimento.

In conclusione, stabilire dove e come vogliamo crescere e con quali risorse
Secondo il vice presidente del Circular Economy Network, Luca Da Fabbro, “l’economia circolare è per l’Italia un’occasione irripetibile, perché ci salverà” (Professione Finanza, 3 novembre), paradossalmente infatti la povertà nazionale di materie prime pone in una situazione di vantaggio, perché, prima che in altri Paesi, ha avviato in Italia delle peculiarità uniche tra cui un’attitudine al risparmio e all’estensione di vita dei prodotti che preservano dal rischio di catene di fornitura troppo lunghe e oggetto di tracolli inaspettati in caso di crisi, come l’attuale pandemia per Covid-19. Le sedi produttive che riescono a disporre in situ di materie prime in caso di lock-down dei fornitori o di compromessa libertà di movimento delle merci, possono invece evitare stop alla produzione o chiusure degli stabilimenti proprio grazie all’avvenuta riduzione della dipendenza di approvvigionamento dall’esterno. Si tratta quindi di definire dove e come vogliamo crescere e con quali risorse.

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