Di fronte agli importanti flussi di migranti provenienti dal continente africano e da altri paesi in via di sviluppo degli ultimi anni (Figura 1) – per quanto in netto calo - , una delle possibili soluzioni di contenimento del fenomeno annunciata da diverse forze politiche, in Italia e non solo, è stata quella di offrire aiuti economici agli stati di provenienza.
Quell’idea che viene espressa spesso con le parole del noto slogan “Aiutiamoli a casa loro”.

Tuttavia non è un intervento così semplice come potrebbe sembrare.
Innanzitutto, lo slogan fa quasi pensare che l’Italia e con lei l’Unione Europea non siano già impegnate in intensi progetti di cooperazione con i paesi in via di sviluppo da cui provengono i flussi migratori. Eppure l’Italia è il sesto paese tra i membri OCSE per generosità dei cosiddetti ODA – Official development assistance -, cioè gli aiuti internazionali.
Dal 2012 in poi gli aiuti sono aumentati quasi tutti gli anni, fino a più che raddoppiare nel 2017, anno in cui, come ricordavamo in un precedente articolo, l’Italia ha speso 5,6 miliardi di dollari. In particolare, proprio gli ultimi anni hanno già visto un forte incremento: del 26% dal 2015 al 2016 e del 10% dal 2016 al 2017 (Figura 2).
Se guardiamo alla percentuale rispetto al PIL dedicata agli aiuti internazionali poi, vediamo che la generosità degli aiuti ha risentito semplicemente delle variazioni del PIL, ma la quota – scelta politica – assegnata a questo tipo di spesa ha avuto un trend decisamente positivo negli ultimi anni (Figura 3).
Non si può dire dunque che l’Italia non dia già un importante contributo alla cooperazione con i paesi in via di sviluppo.
Forse la domanda da porsi non è tanto quanto venga speso in cooperazione, ma come questi fondi vengano impiegati e con quale efficacia.

È opportuno aggiungere che, oltre agli aiuti internazionali, ci sono altre risorse che dall’Italia arrivano ai paesi in via di sviluppo (Figura 4). Un esempio sono i crediti all’esportazione: si tratta di linee di credito che favoriscono l’esportazione di beni e servizi attraverso apposite agenzie governative o semigovernative. Quella italiana è una società per azioni che si chiama SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) e fa parte del gruppo Cassa Depositi e Prestiti. Nel 2016 i crediti all’esportazione per l’Italia ammontavano a due miliardi e mezzo di dollari.
Un’altra voce importante è quella delle rimesse, che sono trasferimenti di privati cittadini. Spesso provengono da immigrati che mandano denaro alle rispettive famiglie. Nel 2016 i flussi di rimesse in uscita ammontavano a quasi 9 miliardi di dollari, una cifra certamente considerevole.
Infine, la voce più consistente tra i flussi in uscita di risorse che menzioniamo è quella degli investimenti diretti: i flussi di capitale dall’Italia ai paesi in via di sviluppo nel 2016 a scopo di investimento hanno raggiunto i 10 miliardi. Di fatto, gli investimenti sono quasi il doppio degli aiuti.

Un secondo aspetto da analizzare è il rapporto tra emigrazione e povertà. Bisogna innanzitutto sottolineare il fatto che per emigrare occorre sostenere dei costi. Emigrare illegalmente attraverso la Libia, poi, è particolarmente dispendioso. Chi riesce ad arrivare sulle coste italiane, dunque, non è quella parte di popolazione che sta davvero in fondo alla piramide. Spesso chi arriva proviene da contesti urbani, non rurali, e in molti casi fa parte della classe medio-bassa, non della fascia più povera e vulnerabile della popolazione.
Questa constatazione ha un’implicazione importante per quanto riguarda l’idea di contenere i flussi migratori attraverso gli aiuti. Se questi aiuti sono soltanto dei palliativi temporanei, probabilmente, invece di ridurre i flussi li gonfierebbero: aumenterebbero le persone con risorse sufficienti per partire, e alimenterebbero le aspirazioni a un maggior benessere senza porre le basi perché questo si concretizzi nei paesi in questione.

Se davvero si vogliono ridurre le migrazioni, i punti fondamentali da considerare nell’elaborazione di una strategia sarebbero in primis i seguenti. Da una parte, non si può semplicemente offrire un aiuto ma bisogna costruire prospettive: supportando le economie nazionali in modo sostenibile a lungo termine, offrendo politiche lungimiranti e non semplici palliativi.
In secondo luogo, rimangono fondamentali rapporti diplomatici costruttivi e seri: cosa non sempre semplice per quanto riguarda i paesi di origine delle persone che arrivano sulle coste italiane. Inoltre, esistono questioni fondamentali per quanto riguarda i diritti umani che non possono certo essere ignorate: in che modo i governi locali contrastano l’emigrazione?
E quali emigrazioni avrebbero però titolo ad un asilo politico (Figura 5)?

Il famoso “aiutiamoli a casa loro”, dunque, non è a priori una idea di policy impraticabile, ma esistono caveat molto importanti che ne limitano l’area di possibile intervento e da cui dipende l’efficacia dell’intervento stesso.

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