In momenti di forte incertezza economica come quello che stiamo vivendo, anche per effetto del Coronavirus, sono molti gli strumenti a disposizione del Legislatore per intervenire nell’ambito del mercato del lavoro.
Dal rafforzamento dalla Cassa Integrazione – introdotto temporaneamente in Italia proprio in seguito all’emergenza Coronavirus - a strumenti di sostegno al reddito in caso di perdita del posto di lavoro, a misure volte a garantire un salario adeguato.
Tra queste forme di intervento pubblico figura anche il salario minimo.

Introdotto per la prima volta nel 1894 in Nuova Zelanda, il salario minimo è infatti oggi uno strumento di politica economica diffuso nella maggior parte dei Paesi OECD e in diversi Paesi in via di sviluppo, tra cui la Cina (1994), il Brazile (2005) e Cape Verde, in Africa (2014). Se inizialmente la misura aveva lo scopo di proteggere alcune categorie di lavoratori ritenute particolarmente deboli, come le donne e i bambini, oggi il salario minimo viene invece in modo più generalizzato utilizzato nell’ottica di ridurre le crescenti diseguaglianze tra gruppi di lavoratori, migliorando le condizioni salariali tra le fasce di reddito più basso.
Per quanto riguarda le modalità normative con cui questo strumento viene adottato, è possibile distinguere tra un salario minimo di tipo universale – rivolto per legge indistintamente a tutti i lavoratori – o di tipo settoriale, rivolto. tramite contrattazioni collettive, ad alcune specifiche categorie di occupati. La prima modalità è quella oggi più comune in Europa, scelta da ben 22 Paesi su 28; la seconda è invece stata scelta dai paesi nordici e dall’Italia, in entrambi i casi collegata a una “copertura” relativamente alta dei lavoratori mediante la contrattazione collettiva a livello di settore e di impresa. La grande eccezione è rappresentata dagli Stati Uniti, dove la situazione varia fortemente da uno stato all’altro.

A fronte di una diffusione così ampia del salario minimo, diversi studi scientifici hanno provato negli anni a valutarne gli effetti, principalmente sui livelli occupazionali e sulle dinamiche di prezzo. Considerando il primo aspetto, infatti, un incremento generalizzato del costo del lavoro potrebbe portare le imprese a ridurre il numero di occupati, diminuendo la produzione o aumentando invece gli investimenti in macchinari, secondo un processo di sostituzione tra lavoro e capitale particolarmente proficuo in un periodo di forte sviluppo tecnologico. L’introduzione o l’aumento del salario minimo andrebbe così a peggiorare la situazione occupazionale proprio dei lavoratori per i quali la misura era stata pensata, i quali vedrebbero un aumento della probabilità di perdere il proprio posto di lavoro.

In un recente studio pubblicato dall’American Economic Review, due economisti ungheresi Peter Harasztosi e Attila Lindner, si sono quindi focalizzati sull’incremento del salario minimo nel loro Paese– avvenuto tra il 2001 e il 2002 – come “caso di studio” per valutare gli effetti della misura in diversi ambiti del mercato del lavoro. In meno di un anno – tra il 2000 e il 2001 – il minimo livello salariale stabilito per legge nel Paese è infatti aumentato di circa il 55%, per poi salire ancora del 25% all’inizio del 2002. La Figura 1 mostra come il rapporto tra il salario minimo e il salario mediano nel Paese abbia in effetti conosciuto un aumento significativo e repentino, raggiungendo uno dei livelli più alti in Europa. L’incremento, inoltre, da un lato è stato deciso in maniera autonoma ed improvvisa dal Governo – in precedenza il livello minimo salariale veniva infatti corretto in base al tasso di inflazione, in accordo con i sindacati – e dall’altra ha avuto un carattere permanente, dal momento che il principale partito di opposizione (Fidesz, dell’attuale premier Viktor Orban) ha deciso di conservare la misura, una volta salito al Governo con le elezioni del maggio 2010

Come hanno quindi reagito le imprese? La Figura 2 mostra l’effetto dell’incremento del salario minimo sulle dinamiche occupazionali. In particolare, il grafico mostra la variazione percentuale dell’occupazione che si è registrata nelle imprese in cui tutti i lavoratori sono stati interessati dall’aumento salariale, rispetto alle imprese dove invece la totalità della forza lavoro aveva un reddito già in precedenza più alto rispetto al minimo richiesto dalla nuova legge, nel 2002. A distanza di tre anni dall’introduzione della misura, le imprese interessate dall’aumento hanno ridotto la propria forza lavoro di circa il 10% in più rispetto alle imprese non colpite dalla misura: su dieci persone che hanno perso il posto di lavoro, una di queste lo ha perso a causa dell’aumento del salario minimo.
Parallelamente, il costo del lavoro è salito di oltre il 50% nelle imprese del primo gruppo rispetto alle imprese dove invece l’aumento del salario minimo non ha interessato alcun lavoratore [Figura 3]. A fronte di tali dinamiche, è stato quindi possibile calcolare come varia, in media, l’occupazione a fronte di variazioni del salario. In particolare, gli autori hanno stimato come, a fronte di un aumento di un punto percentuale del reddito, l’occupazione in media sia diminuita dello 0.18%. Un effetto quindi negativo ma decisamente contenuto: le imprese hanno preferito assecondare l’aumento salariale piuttosto che ridurre in maniera consistente la propria forza lavoro.

Ma chi ha pagato tale aumento del costo del lavoro? A questo proposito lo studio mostra infatti come da un lato i prezzi finali dei beni prodotti dalle imprese in cui tutti i lavoratori sono stati interessati dalla misura siano aumentai rispetto alle imprese del secondo gruppo e come, dall’altro, i loro profitti siano leggermente calati. A partire da tale evidenza, è stato quindi possibile calcolare come il 75% dell’aumento del costo del lavoro dovuto all’incremento del salario minimo si sia riversato sui consumatori mediante un aumento del prezzi, e come solo il 25% di tale aumento sia stato invece assorbito dalle imprese mediante minori profitti. Per questo motivo, le imprese operanti in settori fortemente esposti alla competizione nazionale – nell’ambito dei quali è più difficile aumentare i prezzi – hanno ridotto i livelli occupazionali in maniera più consistente rispetto alle imprese operanti in settori meno competitivi, non potendo traslare sui consumatori l’aumento del costo del lavoro.

Il caso dell’Ungheria deve probabilmente ritenersi estremo per la rapidità e l’entità dell’aumento e non c’è dubbio che il salario minimo (Figura 4) sia un efficace correttivo per lavori con paghe estremamente basse e con scarsa innovazione tecnologica (a esempio i braccianti agricoli in molti paesi). Difficilmente i suoi benefici possono essere generalizzati; contro il Coronavirus la sua efficacia appare limitata anche nel tempo e migliore sembra essere una cassa integrazione speciale come quella introdotta in Italia. Più in generale, ogni misura di politica economica, indipendentemente dalle intenzioni con cui viene pensata e quindi introdotta, può avere ripercussioni non desiderate – in questo caso un leggero calo dell’occupazione e un aumento generalizzato dei prezzi. Per tale motivo, è più che mai necessario diffondere una sana cultura della valutazione di impatto delle politiche economiche, molto spesso carente nel nostro Paese.

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