A inizio 2019 l’oro di Bankitalia è tornato prepotentemente sotto i riflettori, in seguito alle voci che vorrebbero il governo guidato da Lega e Cinque Stelle intenzionato a valutare la possibilità di vendere una parte delle cospicue riserve auree nazionali. Tutto ciò è avvenuto nei giorni in cui il World Gold Council rilasciava il suo report annuale, attestando il grande appetito da parte delle banche centrali per l’oro. Nel 2018, infatti, la richiesta di metallo prezioso degli istituti centrali è schizzata a 651,5 tonnellate, con un incremento del 74% rispetto al 2017 (Figura 1). Il dato del 2018, inoltre, è il secondo assoluto ed il maggiore dal 1971, quando l’incertezza sui cambi – per la fine di Bretton Woods – spinse le banche a cercare rifugio in questo bene.

L’ipotesi di vendere parte dell’oro italiano si pone dunque in netta controtendenza con quelle che sono le mosse di numerose altre banche centrali, prime fra tutte Russia, Kazakistan, Turchia e Cina. Va poi sottolineato come dal 2010 in poi il saldo complessivo dei movimenti degli istituti centrali sia tornato in netto attivo. La principale ragione che spinge le banche centrali all’acquisto di oro è la funzione di riserva del metallo prezioso. Con riserva monetaria si intende infatti la quantità di metallo, o altro bene, detenuta dalle banche centrali a garanzia del denaro stampato e immesso nel sistema economico. Il metallo di riserva può essere utilizzato per coniare monete, che assumono un valore tangibile, oppure, come spesso accade, essere conservato in lingotti nei caveaux delle banche centrali.
Le questioni legate alle 2.452 tonnellate di riserve auree italiane sono molteplici e meritano un’analisi più approfondita, partendo proprio da quella legata alla proprietà di questo oro: è degli italiani o di Bankitalia? A questa domanda potremmo rispondere affermando che la proprietà è formalmente intestata a Bankitalia. L’oro è quindi anche, in linea teorica, degli italiani (in quanto Bankitalia organo pubblico), ma è chiaramente inaccessibile ai cittadini, così come lo sono gli altri beni statali.

Breve storia dell’oro di Bankitalia

Ma com’è arrivata l’Italia ad essere il terzo paese al mondo per riserve auree (Figura 2)? La storia parte da molto lontano, precisamente dal 1893, quando nacque la Banca d’Italia, in un tentativo di riordino degli istituti di emissione facente seguito allo scandalo della Banca Romana. La Banca ereditò, dalla fusione dei tre istituti da cui trasse origine (la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito), le loro riserve di prezioso, con una dotazione iniziale di 78 tonnellate, per l’86% proveniente dalla Banca Nazionale nel Regno. La cifra crebbe nel 1926, con l’attribuzione del monopolio esclusivo delle emissioni alla Banca d’Italia, che portò il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia a cedere le proprie riserve auree all’Istituto Centrale, pari a circa 70 tonnellate. All’inizio degli anni Trenta l’oro della Banca d’Italia arrivò a superare le 500 tonnellate, ma le spese per l’avvio delle campagne belliche lo ridussero dell’80%, portandolo a poco più di 100 tonnellate ad inizio anni Quaranta. Le drammatiche vicende legate alla Seconda Guerra Mondiale videro un’ulteriore discesa delle riserve, fino al minimo storico toccato nel 1944 ( 22 tonnellate), anche per via delle asportazioni naziste (Salvatore Rossi, "Oro", 2018), soltanto in parte recuperate dopo il conflitto dalla Banca d'Italia. In estrema sintesi, al termine degli eventi bellici le riserve auree erano quasi nulle. L’Italia del dopoguerra, però, riuscì ben presto a divenire un Paese esportatore, accaparrandosi grandi quantitativi di valuta estera, spesso convertiti in oro, anche per il rispetto degli accordi di Bretton Woods, tanto che l’oro della Banca d’Italia raggiunse le 200 tonnellate nel 1958. In quegli anni, però, anche l’UIC, l’Ufficio Italiano Cambi, comprava oro. Fra il 1951 e il 1960 arrivò ad accumulare quasi 2.000 tonnellate di oro, poi trasferiti nel 1960 e nel 1965 d’ufficio alle riserve della Banca d’Italia. Sul finire degli anni Sessanta questo valore crebbe ulteriormente, arrivando poi a 2.565 tonnellate nel 1973.
Dei difficili anni Settanta sono le vicende legate ad un’operazione di credito con la Bundesbank (500 tonnellate di oro vennero date a garanzia), con il prezioso che rientrò nei decenni seguenti. Le ultime variazioni quantitative avvennero nel 1999, portando appunto le riserve alla cifra attuale di 2.451,8 tonnellate, in gran parte frutto del surplus della bilancia commerciale registrato negli anni Cinquanta e Sessanta.

Quanto vale l'oro di Bankitalia?

Procediamo ora con un calcolo indicativo del valore delle riserve, che rappresentano oltre l'1,2% di tutto l'oro estratto sin qui a livello mondiale ed occupano circa 127 metri cubi. Prendiamo come riferimento un prezzo di 1.300 dollari l'oncia ed un cambio euro/dollaro di 1,14 (Figura 3). Ogni oncia troy vale 31,1035 grammi, in altre parole ogni tonnellata corrisponde pertanto a 32.150 once (1.000.000/31,1035). Dividiamo il totale di oro italiano (2.451.800.000 grammi) per 31,1035, ottenendo il totale della detenzione aurea italiana in once: 78.827.141,64. Si tratta ovviamente del medesimo valore che avremmo ottenuto moltiplicando le tonnellate di oro della Banca d’Italia (2.451,8) per il numero di once contenute in una tonnellata (32.150). A questo punto possiamo moltiplicare 78.827.141,64 x 1.300 $ ottenendo 102.475.284.000 $, appunto il valore in dollari delle riserve italiane. Dividendolo per 1,14 (€/$) otteniamo 89.890.600.115 €, appunto il valore in euro delle riserve, che sfiora i 90 miliardi di euro. Un valore che equivale a poco più del 5% del PIL annuale italiano, oppure pari a quello della sessantesima economia mondiale.

Dov'è custodito l'oro italiano?

Anche le tematiche legate alla custodia del prezioso sono molto dibattute, in quanto il 55% dell'oro italiano è custodito al di fuori dei confini nazionali (Figura 4). La quota maggiore è naturalmentequella dei forzieri di Palazzo Koch, in Via Nazionale 91, a Roma, con 1.100 tonnellate, pari a poco meno del 45% del totale. Un ammontare simile risulta detenuto presso la Federal Reserve (1.061 tonnellate), mentre sono inferiori le quote detenute in Svizzera (a Berna) e nel Regno Unito (a Londra), entrambe inferiori alle 150 tonnellate e nell'ordine del 6%.
L'ammontare complessivo di oro custodito nella blindatissima sagrestia di Palazzo Koch sfiora le 1.200 tonnellate (ci sono quindi quasi 100 tonnellate in più rispetto a quelle di proprietà di Bankitalia), con lingotti variabili fra i 4,2 ed i 19,7 kg, cui si sommano 871.713 monete (oro monetario), il cui peso è comunque residuale, appena superiore alle 4 tonnellate. Le verifiche relative alla consistenza delle riserve sono tenute una volta l'anno, così come l'aggiornamento dei bilanci, prendendo a riferimento il Fixing londinese del 31 dicembre e seguendo logiche ampiamente prudenziali.

Come può essere utilizzato questo oro?

Nella pratica, l'utilizzo delle riserve è soggetto a forti restrizioni. Ogni eventuale tentativo volto ad una vendita dovrebbe in primo luogo attendere la fine dell'attuale "Central Banks Gold Agreement 4" (ad ottobre 2019), un accordo sottoscritto da numerose banche centrali, fra cui quella italiana, che limita la possibilità di vendere il prezioso. Ma dovrebbe soprattutto vedersela con la BCE (che già impose ai tempi di Tremonti forti limitazioni sull'utilizzo delle plusvalenze), per poi considerare l'impatto che questo potrebbe avere sui mercati in merito alla fiducia verso il nostro Paese, che perderebbe parte della sua ancora di salvataggio. Sarebbe invece maggiormente verosimile un utilizzo delle riserve come forma di garanzia nel caso in cui venisse chiesto un prestito al FMI al fine di lanciare un piano di rilancio del paese. L'operazione, però, dovrebbe chiaramente essere svolta in armonia con lo stesso FMI e con la BCE, al fine di evitare turbolenze sui mercati.

 

Carlo Alberto De Casa è autore di "I segreti per investire con l'oro", Hoepli (2014 e 2018)

 

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