Il 13 agosto scorso, Israele e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno siglato un accordo per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Chiamata ‘Accordo di Abramo’ per sottolinearne la portata storica con un ovvio – e inconsueto – rimando religioso, questa intesa e’ stata descritta come un trattato di pace.
In quanto segue, si tracceranno alcuni possibili sviluppi nei rapporti bilaterali tra Israele ed Emirati; in secondo luogo, si cercherà di analizzare se, e in quali termini, si possa davvero parlare di accordo di pace; in ultimo, si evidenzieranno alcune implicazioni geopolitiche e geostrategiche nel Medioriente.

Innanzitutto, era risaputo che Israele ed Emirati mantenessero da tempo relazioni non ufficiali, ma comunque costanti e di un certo rilievo. Vi erano interessi convergenti sia per quanto riguarda la sicurezza e il coordinamento in funzione anti-iraniana, sia per via di forti motivazioni economiche.
Israele e’ ormai da decenni e di gran lunga l’economia piu’ avanzata della regione, vantando una posizione particolarmente forte in varie tecnologie d’avanguardia, come per esempio i sistemi cibernetici e informatici di sicurezza; ha un terziario diversificato e dinamico, un robusto sistema finanziario e offre dunque grandi possibilità di investimento a un Paese ricco di capitali. Proprio cio’ di cui e’ alla ricerca Abu Dhabi, ormai in piena trasformazione da economia fondata sull’export di idrocarburi a centro anche finanziario, logistico e tecnologico. Ovviamente, la ricchezza di petrolio, che rende ancora la federazione di emirati del Golfo il quinto esportatore al mondo (Figura 1 e Figura 2), non puo’ che rappresentare una grande opportunita’ di approvvigionamento energetico per Israele, che ha invece proprio in quel settore il suo tallone d’Achille. E’ forse presto per fare ulteriori previsioni, ma certo c’è da aspettarsi una maggiore integrazione delle due economie anche a livello turistico, commerciale e financo culturale e accademico.

Ma cosa comporta questo trattato piu’ in generale, a livello politico e regionale? Dalla data dalla sua fondazione (1948) ad oggi, solo due stati arabi avevano riconosciuto lo stato di Israele dopo la firma di un trattato da pace: l’Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994. L’accordo tra EAU e Israele e’ dunque invero storico, in quanto gli Emirati sono solo il terzo stato a fare altrettanto. Tuttavia, se appunto emiratini e israeliani hanno stabilito piene relazioni diplomatiche, e’ piu’ difficile capire perche’ lo si sia chiamato trattato di pace. A differenza dei menzionati Egitto e Giordania, che hanno combattuto rispettivamente quattro (1948-9, 1956, 1967 e 1973) e due (1948-9 e 1967) guerre contro Israele, gli EAU non hanno mai fatto altrettanto.


E’ dunque ipotizzabile che l’accordo faccia riferimento alla piu’ ampia pace in Medioriente, il cui punto fondamentale e’ la questione palestinese. In questo senso, si rileva come gli EAU abbiano voluto sottolineare questo sforzo in maniera decisa: ufficialmente, il riconoscimento di Israele e’ stato condizionato al blocco del progetto di annessione di circa un terzo della Cisgiordania che Netanyahu, rieletto nuovamente primo ministro, aveva sbandierato durante la campagna elettorale (Figura 3). Abu Dhabi ha presentato questo stop al piano isrealiano come un passo verso la soluzione della questione palestinese e un aiuto ai fratelli arabi di Palestina. Una mossa, quindi, che giustificava il riconoscimento di Israele.
Immediatamente pero’ i diretti interessati, ovvero i palestinesi, hanno espresso il piu’ vivo rifiuto per l’accordo. Un rifiuto che ha unito le varie anime palestinesi: il governo di Abu Mazen, i suoi rivali islamisti di Hamas che controllano Gaza, altre forze politiche e la societa’ civile tutta. Infatti, i palestinesi non sono mai stati interpellati riguardo a questo accordo che, presumibilmente, rappresenta un passo verso la soluzione del loro problema. Oltre a questo, da piu’ parti si e’ fatto notare che il blocco del piano puo’ essere solo temporaneo e che Netanyahu non ha preso un impegno politico chiaro in questo senso con gli EAU.
Inoltre, e’ legittimo chiedersi come il riconoscimento da parte di un ricchissimo stato arabo, di sicuro un bottino non indifferente per Israele, abbia potuto avere un costo così basso come una vaga promessa di non annettere territori i quali, e’ bene sottolinearlo, secondo varie risoluzioni dell’ONU sono occupati militarmente in maniera illegale dal 1967 e dovrebbero rappresentare il cuore di un futuro stato palestinese.
L’Accordo di Abramo segna anche, in maniera decisiva, il tramonto del principio del ‘land for peace’: ovvero, la rinuncia di Israele a territori conquistati nei vari conflitti con gli Arabi in cambio del riconoscimento diplomatico. Su questo principio si era giunti alla pace con l’Egitto (la restituzione del Sinai - Figura 4) e su questo principio faceva leva il piano della Lega Araba del 2002, dove ad un ristabilirsi dei confini di Israele precedenti la Guerra dei Sei Giorni corrispondeva un riconoscimento di Israele da parte della Lega stessa.

E’ evidente che la questione palestinese, pertanto, non figura tra le principali cause dell’accordo. Uno sguardo invece ad un’altra rivalita’, quella tra Iran da una parte e Israele, USA e Arabia Saudita dall’altra, puo’ fare chiarezza. L’Amministrazione USA ha provato a realizzare il famoso ‘Deal of the Century’ per risolvere la questione palestinese. Rifiutato prontamente dai palestinesi, gli americani si sono comunque mossi per rafforzare il fronte anti-Iraniano nella regione. L’Accordo di Abramo, fortemente sponsorizzato dalla Casa Bianca, e’ un primo, importante tassello in quel senso.
Gli EAU, da sempre vicinissimi ai cugini Sauditi, i principali nemici di Teheran dalla rivoluzione khomeinista del 1979, fanno da avanguardia ad un fronte che vuole includere Stati ostili all’Iran: dunque l’intesa con Israele. Non e’ infatti un caso che il primo gesto a suggello di tale intesa sia stato un volo da Tel Aviv ad Abu Dhabi che includeva una nutrita delegazione americana capitanata da Jared Kushner, genero di Trump con delega agli affari mediorientali e principale ispiratore del piano. Il volo, della compagnia di bandiera israeliana El Al, ha avuto il permesso di sorvolare lo spazio aereo saudita, un chiaro messaggio per un accordo in un futuro prossimo tra Riad e Tel Aviv che andra’ davvero a ridisegnare gli assetti regionali (Figura 5). E’ poi notizia del 15 settembre scorso che anche il Bahrein, il piu’ piccolo degli stati del Golfo, si unira’ agli EAU per firmare anch’esso, a Washington, un trattato con Israele.

Se dunque un fronte si mobilita in un senso, i Paesi piu’ vicini all’Iran si muovono nell’altro. Il Qatar innanzitutto, da oltre due anni sotto embargo dei vicini paesi arabi del Golfo, proprio per una politica di apertura verso l’Iran invisa ai Sauditi, ha condannato l’accordo; cosi’ come la Turchia. Entrambi i paesi si trovano, giova ricordarlo, su posizioni opposte rispetto all’asse USA-Arabia Saudita-Israele su tutti i principali conflitti tuttora in corso in Medioriente, in particolare in Libia, Siria e Yemen.
E’ vero, come e’ stato evidenziato da piu’ parti, che un trattato di pace e’ sempre una cosa positiva. Ma tale affermazione puo’ suonare come banalita’ se si osserva l’irrigidimento di blocchi contrapposti contestualmente a tale trattato. La pace sembra dunque, paradossalmente, piu’ lontana – per i palestinesi come per il Medioriente in generale.

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