Le ragioni del voto britannico e la questione migratoria

La questione migratoria, con la vicenda della nave Aquarius, è il primo tema venuto alla ribalta con il nuovo governo italiano. Esaminiamo perciò quale peso essa abbia avuto fra i diversi fattori che hanno determinato la Brexit. Tramite un’analisi fattoriale applicata ai dati ottenuti da un sondaggio longitudinale IPSOS-Mori, condotto tra il 2015 e il 2017, è stato possibile individuare la correlazione fra, da un lato, differenti gruppi di variabili e, dall’altro, l’esito del voto referendario del 23 giugno 2016 nel Regno Unito. La stessa base dati permette di indagare le opinioni dei cittadini britannici sul tema dell’immigrazione.

Come spiegare la Brexit? Leavers Vs Remainers
I risultati indicano che le variabili che sono state aggregate all’interno di un fattore “anti-immigrazione / pro-nativi” sono quelle che spiegano meglio il risultato (34%) finale del referendum (Figura 1). Seguono fattori quali “sfiducia negli esperti” (23%) e “opposizione alla political correctness” (12%). In altre parole, i numeri rivelano che fattori “culturali” e “valoriali” hanno giocato un ruolo più rilevante nella determinazione del voto, rispetto alle mere “condizioni economiche” dei votanti.

Allo stesso modo, è possibile osservare quali siano state le principali preoccupazioni degli elettori dei due fronti, dei cosìddetti “Leavers” e “Remainers” (Figura 2). L’impatto potenziale della Brexit sugli scenari economici del Regno Unito è il fattore più indicato da chi ha votato per una permanenza nell’Ue (71%), seguito dalla preoccupazione relativa alla possibilità di commerciare con altri Stati (60%) e di potersi spostare liberamente attraverso l’Europa (44%). Nel caso dei Leavers, le percentuali relative a questi fattori si attestano rispettivamente al 30% e sotto al 10% e 5%.
Al contrario, chi ha votato per uscire dall’Ue, ha indicato come prima preoccupazione quella di poter legiferare in autonomia (71%), seguita dall’arrivo degli immigrati e del costo che questi ultimi rappresentano per il sistema di welfare (68%) - viceversa soltanto il 14% dei Remainers hanno menzionato questa preoccupazione.

La questione migratoria nel Regno Unito: opinioni e contraddizioni
È altrettanto interessante notare come, a livello nazionale, le opinioni riguardo alla questione migratoria non siano cambiate molto tra il 2015 e il periodo successivo al voto referendario (Figura 3): la percentuale di persone a favore di una diminuzione dei flussi migratori in entrata è scesa dal 42% (pre-voto) al 37% (post-voto).
D’altra parte, i cittadini britannici continuano ad avere opinioni contrastanti riguardo a quali debbano essere gli obiettivi concreti delle politiche di contenimento degli stessi flussi, in funzione del loro posizionamento lungo lo spettro politico e del comportamento elettorale tenuto durante il referendum (Figura 4).



Soltanto il 16% di cittadini britannici, indipendentemente dal collocamento politico, pensa che un numero di immigrati tra i 100,000 e i 300,000 sia sostenibile per il Paese (si consideri che, tra il 2016 e il 2017, il numero di ingressi al netto delle partenze dallo UK, è stato pari a 273,000 unità). Allo stesso tempo, dati del maggio 2017, hanno indicato come solo una minoranza crede che le promesse fatte dal Primo ministro, Theresa May (ovvero, di diminuire a 100,000 il numero di immigrati per anno nel Paese) sia realistica (Figura 5).
Infine, la Figura 6 mostra le percentuali di supporto dei cittadini UK nei confronti dell’assegnazione dei permessi di ingresso (VISA), in funzione delle categorie professionali: dottori e infermiere - due dei comparti più a rischio a causa della Brexit - sono estremamente ben visti da una maggioranza della popolazione.
Questi dati dimostrano un comportamento che, in inglese, potrebbe essere definito con la locuzione “cherry-picking”, ovvero di discriminazione in funzione degli interessi specifici del sistema Paese in questione.

Brexit: rimorso e rischio “effetto domino”
I cittadini UK si sono pentiti della Brexit? Per capirlo, può essere innanzitutto interessante guardare all’opinione degli stessi cittadini britannici in merito alla possibilità di: ribaltare la Brexit, optare per un’uscita più leggera, oppure continuare lungo il percorso intrapreso nel 2016 (Figura 7, dati YouGov del settembre 2017). Se il 40% crede che si debba continuare sulla falsa riga di quanto stabilito dopo il referendum, un 32% ritiene che sia meglio abbandonare l’idea della Brexit (14%), oppure organizzare un secondo referendum (18%).
È importante notare che la somma di coloro che preferirebbero ribaltare la Brexit o organizzare un secondo referendum è comunque inferiore alla percentuale ottenuta dal fronte Remain il giorno del referendum (48%). Questo dato dimostra come, anche agli occhi di chi può essere definito europeista, il risultato elettorale vada rispettato.

Cosa si può dire invece in merito alla prospettiva dei cittadini degli altri Paesi europei? Uno sguardo ai dati del PEW Research Center’s Global Attitudes Survey - i quali fanno riferimento a una selezione di dieci Paesi membri dell’Ue - rivelano uno scenario interessante. La Brexit viene interpretata come qualcosa di “negativo” per l’Ue (Figura 8) da oltre il 70% degli intervistati.
Va notato che, in Francia e Italia, si riscontrano le percentuali più alte di voci critiche che definiscono lo scenario come “negativo” per l’Unione - rispettivamente il 36% dei francesi e il 26% degli italiani. Se, invece, si mettono al centro le potenziali conseguenze della Brexit per il Regno Unito stesso, in media, le percentuali di coloro che ritengono la Brexit “negativa” supera il 50% (Figura 9). Eppure ci sono forti differenze nazionali e le proporzioni appaiono sicuramente più equilibrate. Insomma, si può dire che, in termini relativi, l’uscita del Regno Unito dall’Ue sia considerata un evento negativo più per l’Unione che non per lo UK.

Opinioni cittadini Ue: no a un’uscita dall’Unione, sì al referendum
Per altro, sono gli stessi dati PEW a dirci qualcosa in merito al già menzionato rischio “domino” (Figura 10). Sebbene in quasi tutti i Paesi monitorati, esista una maggioranza solida a favore della permanenza nell’Ue, in alcuni casi ci si avvicina a un rapporto potenzialmente critico. È il caso della coppia Grecia-Italia, dove rispettivamente il 36% e il 34% dei cittadini si dicono favorevoli alle opzioni “Grexit” e “Italexit”.
Tutto ciò implica che il rischio di un’uscita dall’Ue da parte di altri Paesi sia scongiurato? Non esattamente. I dati che riguardano le opinioni dei cittadini europei in merito alla potenziale organizzazione di un referendum sull’uscita dall’Unione nei singoli Paesi (Figura 11), dimostrano che esiste, di fatto, molta voglia di esprimersi sul tema: in nove Paesi su dieci, la popolazione appoggerebbe un referendum sulla membership dell’Ue. Ancora una volta, l’Italia si trova nel binomio di testa (57% a favore di un referendum), al secondo posto, dietro alla Spagna (65% a favore).

Il caso del Belpaese
Abbiamo visto come, a fronte dei dati PEW, l’Italia compaia nei primi posti dei Paesi più aperti a un’uscita dall’Ue e all’organizzazione di un referendum simile a quello della Brexit.
Gli stessi dati, mostrano anche come l’Italia sia un caso particolare rispetto agli altri Paesi Ue, in termini di percentuali di soddisfazione nei confronti dell’Ue (Figura 12) e della situazione economica nazionale (Figura 13).
In particolare, il Belpaese è l’unico Membro Ue monitorato dal sondaggio PEW, caratterizzato da una variazione negativa tra il 2016 e il 2017 se si guarda ai tassi di approvazione dell’Unione. Allungando la prospettiva, se nel 2007, quasi l’80% degli italiani vedevano di buon occhio l’Unione, nel 2017 questi ultimi rappresentavano poco più del 55%.
Infine, la stessa particolarità italiana, può essere osservata se si guarda al numero di cittadini che valutano positivamente l’evoluzione dell’economia nazionale: tra il 2016 e il 2017 la percentuale di ottimisti è scesa da più del 30% al 15%, mentre in tutti gli altri Paesi è cresciuta, oppure rimasta invariata.

Conclusioni
I dati IPSOS-Mori e YouGov gettano luce sui motivi per cui i cittadini del Regno Unito hanno deciso di lasciare l’Unione europea. I fattori “culturali” e “valoriali” legati alla preferenza per politiche anti-immigrazione hanno determinato il risultato del 23 giugno 2016 e il successo del fronte “Leave”. Altri dati pubblicati da PEW mostrano come esista un forte desiderio dei cittadini di altri Paesi europei di esprimersi sul tema della membership dell’Ue. Allo stesso tempo, una maggioranza cospicua di cittadini in diversi Paesi si schiera a favore di una permanenza dell’Unione. I cittadini italiani sono quelli che vedono meno favorevolmente l’Ue e che esprimono giudizi più negativi sullo stato della propria economia nazionale.

 

 In collaborazione con

euvis

 

 

 

 

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