Le recenti elezioni in Sudafrica, Paese che produce un terzo del PIL dell'intero continente africano, sono metafora dei timori e delle speranze che affliggono le popolazioni e gli stati in questa parte del mondo, in bilico tra uomini forti e sistemi democratici.

A Pretoria il partito al governo, l'African National Congress (ANC), si conferma essere il partito più votato: benché in percentuale acquisisca meno voti delle precedenti elezioni del 2004 (passando dal 70% al 66%), in valori assoluti questa è la migliore performance elettorale dell'ANC dalle prime elezioni post-apartheid del 1994, grazie anche ad un'alta affluenza alle urne (77%).

Tuttavia l'ANC non riesce ad ottenere i due terzi dei voti, che gli avrebbero consentito di cambiare da solo la costituzione, a causa soprattutto dei consensi (peraltro inferiori alle attese) registrati dal nuovo partito separatosi dall'ANC, il Congresso del Popolo (COPE), che ha preso il 7% dei voti, e del successo elettorale dell'Alleanza Democratica (AD), il movimento di opposizione guidato da Helen Zille (il sindaco di Città del Capo ed ora anche leader della provincia del Capo occidentale), che sale al 17% dal 12% di cinque anni fa.

Unanimemente considerate libere e corrette (e questo già rappresenta una straordinaria conferma di vitalità per un Paese passato alla storia per la sua esemplare transizione democratica), le elezioni hanno tuttavia evidenziato la permanenza del voto secondo linee di divisione razziale.

Mentre infatti l'ANC e il COPE (formato da ex-membri dell'ANC legati all'ex-presidente Thabo Mbeki, la cui accusa di corruzione all'élite governativa è apparsa a molti come strumentale) raccolgono il voto dei neri, l'AD è essenzialmente il partito della minoranza bianca e indiana (che insieme rappresenta un quinto della popolazione).
Molti osservatori hanno evidenziato il rischio, negli ultimi anni, che lo strapotere dell'ANC stia trasformando il Sudafrica in uno Stato a partito unico, guidato da una classe di burocrati-imprenditori che accentra in sé sempre più poteri e privilegi, in una crescente mancanza di rispetto verso le istituzioni di garanzia previste dalla costituzione democratica.

Questi timori sono presenti in maggior misura dopo l'elezione a presidente della repubblica, da parte del parlamento, del leader dell'ANC Jacob Zuma, abile politico populista con un passato di scandali e polemiche. Di umili origini, già leader della lotta contro l'apartheid e dei servizi di intelligence dell'ANC, compagno di prigionia di Mandela, autodidatta, poligamo, Jacob Zuma è stato assolto da un'accusa di stupro, e appena prima delle elezioni la procura ha abbandonato tutte le accuse di frode, di ricatto e di riciclaggio di denaro che erano state mosse nei suoi confronti, dopo la condanna del suo consulente finanziario (e finanziatore).
Per questo si teme che le corti stiano subendo pressioni politiche e siano sempre meno indipendenti.

Non è chiaro se il COPE potrà sopravvivere alla débacle elettorale, ma in ogni caso la presenza di una rafforzata opposizione dovrebbe riuscire a evitare che l'elezione popolare di un uomo forte in Sudafrica degeneri nel ridimensionamento, nello svuotamento e in'ultima analisi nello smantellamento delle istituzioni democratiche.

Jacob Zuma è atteso alla prova dei fatti, in un Paese in cui la criminalità e l'economia sono i principali problemi da affrontare. Malgrado il tasso di omicidi sia diminuito negli ultimi anni, la permanenza della violenza è uno dei motivi dell'abbandono del Paese da parte di 800,000 bianchi dal 1994, mentre il calo dei prezzi delle materie prime contribuisce alla diminuzione del tasso di crescita (Figura 1).

La lotta tra due uomini forti è all'origine del colpo di stato incruento in Madagascar, un Paese di venti milioni di abitanti tra i più poveri al mondo (Figura 2).
Il 17 marzo 2009 il presidente Marc Ravalomanana (proprietario della maggiore industria alimentare del paese) annuncia le sue dimissioni, trasferendo il potere a un triumvirato militare. I Triumviri vengono immediatamente arrestati e costretti a trasferire il comando al trentaquattrenne sindaco della capitale Antananarivo, Andry Rajoelina, leader molto popolare, ex-disc jockey e uomo d'affari. La mossa è convalidata dalla corte costituzionale, che riconosce la legittimità del nuovo presidente, al quale però viene intimato di indire nuove elezioni entro 24 mesi.

Da tempo era in corso un'aspra lotta tra i due leader, da quando nel 2007 Rajoelina vinse le elezioni amministrative nella capitale contro il candidato presidenziale. Nel mese di dicembre 2008 Ravalomanana chiuse il canale radio-televisivo del sindaco, che aveva iniziato a guidare una serie di proteste in cui si chiedevano le dimissioni del presidente. Le proteste erano degenerate in violenze, con atti di vandalismo, che avevano causato la morte di decine di persone. L'escalation fu rapida: in febbraio, il presidente licenziò il sindaco, e ci furono nuove proteste e uccisioni di manifestanti, accompagnate da un parziale ammutinamento dell'esercito, e del caos istituzionale.

Dopo aver preso il potere, Rajoelina dichiara quindi  l'esautoramento del presidente, del governo e del parlamento, e decide l'arresto di Ravalomanana, che si rifugia in Sudafrica. Quando i soldati ribelli entrano nei palazzi del governo, il presidente e gli uomini rimasti a lui fedeli se ne sono già andati. Il colpo di Stato è condannato dai Paesi donatori, e malumori si registrano all'interno della Comunità di Sviluppo dell'Africa meridionale e dell'Unione Africana (che sospende il Madagascar per sei mesi, ordinando il ritorno all'ordine costituzionale), ma non vengono comminate sanzioni anche se gli Stati Uniti sospendono l'aiuto non-umanitario. Rajoelina sostiene, a sua difesa, di non avere compiuto alcuna illegalità, perché quando ha assunto il potere il presidente aveva già dato le proprie dimissioni.

Questa posizione non è convincente, in quanto certamente il nuovo presidente-golpista aveva non poco contribuito a creare le condizioni di malessere politico-istituzionale che gli consentono di detronizzare il presidente in carica.
Intanto l'outlook del Paese, secondo Standard & Poor's, è passato da "stabile" a "negativo".

 

Se l'uomo forte si è indebolito negli anni, può vedersi costretto a condividere il potere, come avviene in Zimbabwe, dove il 13 febbraio viene siglato, grazie alle pressioni internazionali, l'accordo per un governo di unità nazionale tra il presidente-autocrate Robert Mugabe e Morgan Tsvangirai, leader del Movimento per il Cambiamento Democratico (MCD), che nel 2008 aveva vinto le elezioni parlamentari e il primo turno delle presidenziali, prima che Mugabe le annullasse.

L'accordo prevede che quindici ministri vengano assegnati allo ZANU-PF (il partito del presidente), e tredici al MCD, e che la nuova carica di primo ministro sia attribuita a Tsvangirai. Le speranze per una svolta nel Paese si infrangono però subito contro i sospetti di boicottaggio da parte di Mugabe del nuovo governo, o comunque contro l'evidenza della continuazione delle fallimentari ed economicamente irrazionali politiche precedenti, quali quella di requisizione delle ultime fattorie di proprietà dei bianchi rimasti. L'inflazione nel gennaio 2009 ha raggiunto livelli da record storico (231 milioni per cento su base annua): i prezzi raddoppiano ogni giorno e circola nel Paese una banconota da 100 trilioni di dollari dello Zimbabwe.
Secondo gli accordi comunque Mugabe rimane al comando delle forze armate. Per questo né gli USA né la Gran Bretagna intendono ritirare le sanzioni imposte fino alla prova dei fatti e senza il ritiro delle sanzioni anche un nuovo governo di transizione (e un ministero dell'economia guidato da un esponente del MCD) difficilmente riuscirà a risollevare le sorti dell'economia del Paese (Figura 3).

Se sconfitti alle elezioni, gli uomini forti possono farsi da parte, anche in Africa. John Atta Mills (avvocato ed ex vice-presidente) viene infatti eletto nuovo presidente del Ghana, con una vittoria di misura (50.2%) al ballottaggio contro Nana Akufo-Addo, candidato del partito al potere NPP (Nuovo Partito Patriottico).
La transizione avviene senza violenze (il perdente riconosce la sconfitta, che registra il minimo margine di scarto in un'elezione africana), e il Ghana è additato da tutti come esempio di democrazia africana (resiste dal 1992). Già il NPP aveva vinto le elezioni parlamentari del dicembre 2008, anche se non aveva ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi. Perciò il nuovo presidente dovrà cercare consenso tra i ranghi dell'opposizione per attuare le proprie politiche.

In Ghana, il PIL è cresciuto del 6% annuo negli ultimi anni. E' stato di recente scoperto un ricco giacimento di petrolio offshore, che già dal 2010 dovrebbe portare alle casse dello stato tre miliardi di dollari, metà di quelli che l'erario riceve ora, sempre che le entrate fiscali vengano utilizzate per lo sviluppo e non per corrompere le diverse clientele, come è già successo in Nigeria, con un corollario di violenze e rivendicazioni particolaristiche. Il presidente risiederà nel nuovo palazzo presidenziale, che ricorda la tradizionale architettura del popolo Ashanti, costruito con finanziamenti indiani.

Se un uomo forte muore, un nuovo uomo forte può già essere pronto a succedergli. Succede in Guinea, dove nel mese di dicembre 2008 muore Lansana Conte, il presidente del paese da ventiquattro anni. Un capitano dell'esercito, Moussa Camara, attua un veloce colpo di stato prima che il presidente dell'assemblea nazionale, secondo costituzione, possa assumere la presidenza e dichiarare nuove elezioni entro sessanta giorni.
Camara sfrutta abilmente il sentimento della popolazione, contenta, in ogni caso, di essersi liberata di un dittatore che ha dilapidato risorse (la Guinea è il maggior esportatore mondiale di bauxite, inoltre esporta ferro, oro e diamanti) e reso il paese uno dei più poveri dell'Africa.
La popolarità di Camara è aumentata con l'arresto del figlio del defunto presidente, accusato di corruzione, e con la conduzione, in prima persona, di talk-show televisivi in cui il presidente "intervista"  personaggi compromessi più o meno attivamente con il precedente regime.  Il nuovo presidente ha promesso nuove elezioni entro il 2010, e la rinegoziazione dei contratti minerari con le compagnie straniere. L'Unione Africana ha sospeso il paese fino alla ricostituzione dell'ordine costituzionale.

A causa della morte improvvisa del presidente Levy Mwanawasa, invece, si tengono elezioni presidenziali anticipate (30 ottobre 2008) in Zambia, registrando una lotta tra Rupiah Banda, il vicepresidente del partito principale che ha assunto la massima carica dopo la morte del presidente e Michael Sata (leader del Fronte Patriottico, conosciuto come "re cobra"), sconfitto alle precedenti elezioni del 2006. La vittoria del vicepresidente Banda conferma lo Zambia come uno dei Paesi più stabili del continente, governato dall'indipendenza del 1964 al 1991 da Kenneth Kaunda, ed in seguito democratico con pacifica alternanza di uomini al potere senza colpi di stato (ma dello stesso partito, il movimento per la democrazia multipartitica).

Lo Zambia è uno dei principali produttori al mondo di rame, e presenta grandi investimenti cinesi nel settore, ospitando anche una rilevante comunità di commercianti del Paese asiatico.
Nel 2006 Sata ha addirittura approfittato delle proteste anti-cinesi per soffiare sul fuoco anche se oggi, presentandosi in veste più moderata sostiene solo che tutti anche gli stranieri (leggi: i cinesi) devono rispettare le leggi. L'aumento dell'inflazione e il rilevante calo del prezzo del rame (Figura 4) sono i principali problemi economici da risolvere nell'immediato.

Infine, è da ricordare il continuo rinvio delle elezioni presidenziali in Costa d'avorio dove si dovrebbero sfidare Laurent Gbagbo (presidente in carica) e Alassane Ouattara (ex-funzionario del Fondo Monetario Internazionale). Le elezioni si potranno svolgere solo in seguito all'avvenuta ricompilazione dei registri elettorali, ma il processo registra continue difficoltà, che hanno costretto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad autorizzare la permanenza in carica dell'attuale governo. Dopo la guerra civile che ha insanguinato il paese nel 2002-03, e dopo l' accordo del 2007 tra il presidente e Guillaume Soro (leader dei ribelli del nord che diventa primo ministro) permane inoltre il problema delle milizie distinte e non unite sotto unico comando.
Il principale prodotto da export (un terzo del totale) è il cacao (Figura 5), per un valore di 1.5 miliardi di dollari l'anno.

                                            Giuseppe Gabusi

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