Non è stato un anno facile per la salute delle acque nel mondo. Il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel golfo del Messico prima e il rilascio in mare di materiali radioattivi dalla centrale nucleare di Fukushima poi, mostrano come la sopravvivenza degli ecosistemi del pianeta siano sempre più appesi a un filo.

Per quanto le conseguenze di eventi di tale portata andranno meglio valutate nel futuro, sembra che, ad un anno di distanza, le coste del golfo del Messico abbiano fortunatamente patito danni meno catastrofici di quanto si poteva prevedere, grazie anche all’assenza di tempeste e all’aiuto di correnti marine che hanno disperso il petrolio mitigandone l’impatto su molte zone. Destano forse maggiori preoccupazioni i possibili effetti delle radiazioni nel mare intorno al Giappone, ma su questa vicenda i contorni sono purtroppo ancora molto oscuri.

Sembrano più rassicuranti le condizioni dei mari della vecchia Europa, se dobbiamo dare credito al recente Bathing water report 2011 pubblicato ogni anno dall'Agenzia europea dell'Ambiente (Aea) e dalla Commissione europea.
Il rapporto prende in esame la qualità delle acque di oltre 21mila zone di balneazione (Figura 1), sia costiere che interne, dei 27 stati dell'Ue, nella stagione 2010, classificandole come "conformi ai valori obbligatori", "conformi ai valori guida più rigorosi" o "non conformi". La più alta concentrazione di aree di balneazione costiere è in Italia, Grecia, Francia, Spagna e Danimarca, quelle interne sono più numerose in Germania e Francia.

I dati analizzati (Figura 2) premiano l’isola di Cipro, dove il 100% delle zone balneari rispetta i valori guida imposti dall'Ue; seguono la Croazia (97,3%), Malta (95,4%), la Grecia (94,2%) e l'Irlanda (90,1%). L'Italia si ferma all'85,3% delle acque di balneazione a livello costiero, in leggero calo rispetto alle rilevazione dello scorso anno, mentre per le acque interne il dato positivo dell'Ue è stato  pari al 72,7%, in aumento rispetto al 2009.
Nel Mediterraneo va peggio la Francia con un 68,1% di siti che rispettano i requisiti piu' rigorosi.

Bisogna subito precisare che la qualità delle acque di balneazione in Europa, pur elevata, parrebbe leggermente diminuita tra il 2009 e il 2010 (Figura 3).
Nel 2010, complessivamente, il 92,1% delle acque di balneazione costiere e il 90,2% delle acque di balneazione interne in era conforme agli standard qualitativi minimi. Malgrado il leggero deterioramento, più di 9 zone balneari su 10 sono quindi di buona qualità, con un forte progresso rispetto agli anni ’90 (circa l’8%).

Inoltre, secondo l'Ue, il numero di corpi idrici che risulta conforme ai valori obbligatori è sceso del 3,5%, mentre quelli conformi ai valori guida sono diminuiti del 9,5%. Qualche perplessità la può destare l’aumento dei siti non monitorati, a sufficienza o del tutto, che inspiegabilmente sono saliti ben del 6,4% (siti costieri) e del 5,4% (siti interni).

Meno confortante la qualita' delle acque in riva a fiumi o laghi (Figura 4), con una diminuzione del 10,2% per quanto riguarda le regole piu' rigide, anche se il rispetto dei valori obbligatori e' rimasto stabile; particolarmente problematica, invece, resta la situazione dei fiumi, con solo il 25% delle acque che hanno superato l'esame piu' rigido.

 

Sviluppi positivi per i mari europei potranno arrivare grazie alla nuova direttiva, avviata nel 2006, che abrogherà entro il 2014 la "vecchia" direttiva del 1976 sulle acque di balneazione, allo scopo di preservare, proteggere e migliorare la qualità dell'ambiente e tutelare la salute umana. Ne derivano una serie di obblighi per gli Stati membri in tal senso, fra i quali la creazione di loghi che informino i bagnanti riguardo alla qualità delle acque di balneazione delle spiagge e sugli eventuali divieti.

Il nostro Paese, come avevamo già evidenziato nella nostra scheda dello scorso anno, conta di gran lunga il maggior numero di aree balneabili rispetto a tutti gli altri paesi europei, superando i cinquemila siti.
Secondo le tabelle pubblicate, in Italia 57 siti balneari non sono risultati conformi ai requisiti minimi (1,2% del totale), ma in Italia il rapporto tiene conto di tutta la costa, comprese quindi le aree industriali e quelle portuali, mentre negli altri Stati il monitoraggio interessa solo le spiagge per i bagnanti. Inoltre, nel 2010 solo 33 siti balneabili costieri sono stati chiusi temporaneamente, a conferma di una buona salute complessiva delle nostre acque (Figura 5).

Grazie alle politiche dell’UE e degli Stati membri, pare insomma superato il periodo difficile per i mari europei, che ha toccato il suo picco fra i 20 e i 40 anni fa, anni caratterizzati dall’incosciente sversamento in mare di ogni tipo di sostanze inquinanti, urbane e industriali, senza controlli e con pochi o nessun trattamento.

Acque pulite e non inquinate sono essenziali per gli ecosistemi e le attività economiche come il turismo e la flora e la fauna marina sono estremamente sensibili ai mutamenti nella qualità del loro habitat; è quindi importante uno sviluppo sostenibile per i mari regolamentato con criteri ancora più stringenti degli attuali.

Le minacce future non dipendono solo dall’inquinamento chimico e organico. Non ancora abbastanza approfonditi sono gli effetti delle emissioni di anidride carbonica sui mari, ma gli studi finora svolti hanno dimostrato che le acque marine hanno assorbito il 30% di CO2 emessa dall’uomo negli ultimi due secoli, con effetti benefici per la terra, ma non per la vita marina.
L’assorbimento provoca infatti l’acidificazione progressiva dei mari con conseguenti seri danni per organismi, biodiversità, zone di pesca e scogliere coralline, con possibili futuri scenari, da scongiurare, di tappeti di alghe al posto dell’ambiente attuale.

A tal proposito, meno rassicuranti sono le conclusioni di un recente rapporto redatto da 27 specialisti dell’IPSO (Programma internazionale sullo stato degli oceani), nel quale si denuncia come il riscaldamento climatico, l'inquinamento chimico, la pesca e l'acidificazione delle acque minaccino gli oceani al punto di riscontrare ormai gli stessi sintomi presenti in tutte le precedenti fasi di estinzione conosciute dalla Terra.
La vita marina rischierebbe insomma "un'estinzione di massa" nel giro di una generazione…

                                                   Luca Deaglio

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