Il 31 Ottobre scorso la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7 miliardi, con la nascita di una bambina nell'Uttar Pradesh in India, titolo peraltro già contestato dalle autorità delle Filippine, che hanno inviato all'Organizzazione mondiale della Sanità la documentazione che certificherebbe come  l'onore di inaugurare il settimo miliardo spetti invece a una bambina di Manila.

Quasi negli stessi giorni l'UNFPA (United Nations Population Fund), l'agenzia internazionale per lo sviluppo delle Nazioni Unite che tutela i diritti alla salute e alle pari opportunità di ogni uomo, donna e bambino, ha pubblicato l'edizione del 2011 del suo annuale rapporto The State of World Population, sottolineando che
la pietra miliare dei 7 miliardi
(Figura 1) rappresenta una sfida, un'opportunità e un richiamo all'azione.
Il  rapporto di quest'anno si sofferma in particolare sui due colossi della demografia mondiale, e cioè Cina e India (Figura 2), due paesi europei dalle caratteristiche assai diverse tra loro, ossia Finlandia e Macedonia e inoltre su Messico, Mozambico e, Nigeria.

Sotto molti punti di vista il traguardo dei 7 miliardi può essere visto come un successo per l'umanità, in quanto significa che la gente vive più a lungo (Figura 3) e che è salito il numero di bambini che riescono a superare l'infazia. D'altra parte, questo aumento nella qualità della vita è ben lungi dal toccare  tutta la popolazione in tutti i continenti. Restano ancora grandi disparità.

Questo traguardo, del resto,  non è privo di paradossi. Scende il numero medio dei figli per donna, e sale il numero dei bambini, e questo proprio grazie al miglioramento delle condizioni sanitarie. Per lo stesso motivo sale il numero degli anziani. Globalmente le persone sono più giovani e più vecchie di quanto sia mai accaduto in passato. In alcuni dei paesi più poveri, gli alti tassi di fertilità ostacolano lo sviluppo e perpetuano la povertà stessa, mentre in alcuni dei paesi più ricchi i bassi tassi di fertilità e le difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro destano preoccupazioni per la crescita economica e la sopravvivenza dei sistemi di sicurezza sociale.

Mentre la mancanza di lavoro non qualificato minaccia le economie industrializzate, i disoccupati dei paesi poveri che ambiscono a migrare verso quelli ricchi trovano confini sempre più chiusi e richieste di competenze che non possiedono.Infine, mentre ci sono stati progressi nella riduzione della povertà estrema, il gap tra ricchi e poveri si sta allargando quasi ovunque.

Fortunatamente negli ultimi 60 anni le tendenze della popolazione mondiale hanno segnato molti passi in avanti, soprattutto nella "speranza di vita alla nascita" ossia il numero medio di anni che un essere umano, nato in un determinato anno, può statisticamente aspettarsi di vivere. Questo indicatore è passato dai circa 48 anni dei primi anni '50 agli attuali 68;  la mortalità infantile è scesa, nel medesimo periodo, dal 133  a 46 per  1000, soprattutto grazie alle campagne di vaccinazione.
Il tasso di fertilità, cioè il numero di bambini per ogni donna (Figura 4), è sceso di oltre la metà, da circa 6 a 2,5, in parte a causa dello sviluppo economico dei paesi, ma anche in seguito a un mix di forze sociali e culturali e al maggior accesso delle donne all'educazione e ai moderni metodi di pianificazione familiare.

 

Attualmente 893 milioni di persone al mondo hanno più di sessant'anni e a metà di questo secolo il loro numero salirà a 2,4 miliardi. Quelli sotto i venticinque anni rappresentano viceversa ben il 43% della popolazione mondiale, toccando il 60% in alcuni paesi e, più in generale, 1,8 miliardi sono compresi fra i 10 e i 24 anni
(Figura 5).

La Divisione Popolazione del Dipartimento delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali (UN DESA) prevede una crescita della popolazione mondiale  fino a 9,3 miliardi nel 2050 e fino a 10 miliardi alla fine di questo secolo (Figura 6), soprattutto grazie ai paesi con i tassi di fertilità più alti (39 in Africa, 9 in Asia e 4 in Sud America).
L'Asia rimarrà il continente più popolato, ma l'Africa dovrebbe triplicare la sua popolazione fino a raggiungere i 3,6 miliardi nel 2100 (nel 2011 il 60% vive in Asia e il 15% in Africa, la quale cresce però a un tasso più che doppio, il 2,3 % annuo).

Il totale delle altre maggiori aree (Americhe, Europa ed Oceania) tocca gli 1,7 miliardi nel 2011 e dovrebbe raggiungere i 2 miliardi nel 2060, iniziando poi un lieve declino anticipato al 2025 per l'Europa.

Senza soffermarci sulle politiche necessarie in futuro per assicurare una degna esistenza a questa sempre crescente massa di esseri umani (scuole, sanità, crescita economica e il consueto corollario di buone intenzioni che prescindono da qualunque variabile che potrà presentarsi nel futuro dell'umanità), non si può non notare come, al di là di un blando richiamo alle responsabilità dei governi nel coniugare le esigenze economiche e di sviluppo con la necessità di una popolazione stabile, nel Rapporto manchino quasi del tutto quelle perplessità e quei timori per la sovrappopolazione mondiale e il suo impatto ambientale planetario tanto in voga negli anni '70 e '80.

Il rapporto preferisce un approccio teso a  valorizzare in pieno l'opportunità dell'essere 7 miliardi di persone
(Figura 7), come unica soluzione possibile per creare sempre più inter-connessioni e interdipendenze in un mondo che diventa sempre piccolo.

Le teorie di Malthus, che già alla fine del settecento sostenevano il ricorso al controllo delle nascite per impedire l'impoverimento dell'umanità, dato che  l'incremento demografico avrebbe spinto a coltivare terre sempre meno fertili, con conseguente penuria di generi di sussistenza, fino a  giungere all'arresto dello sviluppo economico, sono ormai passate di moda.

Sembra che, di fronte alla crisi attuale, l'unica soluzione auspicata sia il continuo aumento dei consumatori, una prospettiva che pone gravissimi problemi di conflitti e sostenibilità, soprattutto per quanto riguarda la catena alimentare, la disponibilità di materie prime e le emissioni nell'ambiente

                                                   Luca Deaglio

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