Il ruolo delle donne nell'economia europea

 

     

L'Unione Europea ha ricevuto il premio Nobel per la pace; forse non vincerebbe l'Oscar per la parità fra i generi, anche se da tempo ha riconosciuto l'indipendenza economica delle donne come il veicolo principale per raggiungere tale obiettivo.

Per incentivare la parità, l'UE ha intrapreso infatti interventi per la promozione dell'imprenditorialità femminile e politiche di sostegno alla famiglia. Soffermandosi in particolare sulla posizione della donna nel mercato del lavoro e nell'economia, la stessa UE ha capito che la riduzione del divario di retribuzione non è da considerarsi esclusivamente come una rivendicazione di uno status di equità fine a se stesso, bensì uno dei fattori chiave per la crescita economica.

Nella pratica, la situazione rimane tuttavia problematica: il divario di retribuzione tra donne e uomini si è ridotto molto poco nel corso degli ultimi dieci anni, nonostante le azioni avviate per porre rimedio a tale problema. Le imprese femminili (ovvero quelle imprese il cui proprietario o direttore finanziario o amministratore delegato è una donna) sono solo circa il 12% delle oltre 26.000 imprese europee considerate in un'indagine SAFE della Banca Centrale Europea tra il 2009 e il 2011: il loro accesso al credito è più limitato rispetto alle imprese maschili (Figura 1), nonostante le prime domandino e ottengano, mediamente, finanziamenti di importo inferiore rispetto alle seconde.

Le imprese femminili si rivolgono meno spesso alle banche, rispetto alle imprese maschili anche per un elevato il timore di rifiuto: risulta infatti più probabile per le imprese femminili che venga negato un prestito o che non venga concesso l'intero ammontare della cifra richiesta (Figura 2).

Il quadro normativo italiano appare oggi formalmente allineato a quello degli altri paesi europei, ma restano differenze rilevanti in termini di effettiva applicazione e quindi di efficacia nel contrastare le radici dei divari.
Un esempio dell'inefficacia delle politiche atte a contrastare i divari occupazionali e retributivi tra donne e uomini nel nostro paese può essere fornito dal confronto tra l'Italia e altre tre nazioni europee: la Finlandia - uno dei paesi europei all'avanguardia sul piano dei diritti sociali legati al genere, la Germania - la principale economia dell'UE, governata da una donna la cui importanza a livello mondiale è riconosciuta ormai da molti anni, e la Spagna - uno dei paesi europei che ha fatto passi da gigante sul tema dei diritti civili e dell' uguaglianza, pur trovandosi in una precaria situazione economica e politica (e che la rende per questi aspetti simile all'Italia).

Analizzando i divari occupazionali tra l'Italia e questi tre paesi, si osserva come il nostro paese si trovi in una posizione di svantaggio in quasi tutti gli ambiti lavorativi, anche rispetto alla "vicina" Spagna (Figura 3 e Figura 4).
In particolare, i dati relativi alle posizioni politiche mostrano un notevole scarto tra Italia e Germania da un lato (bassa presenza) e Spagna e Finlandia dall'altro (alta presenza), soprattutto per quanto riguarda la presenza femminile in posizioni ministeriali.  Emblematica in questo senso è la quasi totale assenza di donne a capo dello Stato negli ultimi 50 anni: qui anche Germania e Finlandia registrano una percentuale bassissima, mentre Italia e Spagna non ne hanno mai avute.

Inoltre, esaminando il ranking mondiale per l'uguaglianza di genere (Figura 5 e Figura 6), l'Italia si trova su posizioni più basse nel confronto con gli altri tre paesi considerati: nel gap tra uomini e donne nel lavoro e nell'economia è tra i peggiori paesi dell'UE (classificandosi ben 74° paese al mondo), penalizzata soprattutto in relazione alla partecipazione economica e opportunità (90° paese nel ranking), senza peraltro recuperare molte posizioni nelle classifiche relative a educazione, salute ed empowerment politico (Figura 7).

 

 

 

La Finlandia, invece, si conferma tra i paesi più avanzati nel mondo, risultando, sia nella nostra comparazione sia in una visione più allargata, un paese in cui donne e uomini sembrano equipararsi per opportunità e realtà economiche, politiche e sociali.

Anche analizzando il rapporto dell'UNDP (Figura 8), appare chiaro come la presenza di equità di genere concorra a un aumento dello sviluppo umano di una nazione. Esiste infatti una corrispondenza tra gli indici GII - Gender Inequality Index (Indice di Disuguaglianza di Genere)- e HDI - Human Development Index (Indice di Sviluppo Umano, ISU): i venti paesi a più basso livello di disuguaglianza di genere sono anche tutti paesi ad alto indice di Sviluppo Umano.
L'Italia si conferma a livelli più alti di disuguaglianza rispetto a Spagna, Germania e Finlandia, anche se rimane tra le prime venti posizioni.

Ciò che si intuisce dai dati è che la maggior parte delle cause del divario tra la condizione femminile e quella maschile non è riconducibile esclusivamente a fattori immediatamente quantificabili.
Se si considerano, ad esempio, le migliori performance lungo il percorso scolastico delle donne e il maggior numero di diplomi di insegnamento superiore in tutti gli Stati membri dell'Unione Europea, se ne deduce che il livello di istruzione non spiega di per sé perché le donne non ottengano migliori condizioni sul mercato del lavoro e non si comprende come il loro potenziale produttivo non venga maggiormente sfruttato.

A riprova di ciò, si può notare che, pur collocandosi su livelli pressoché uguali per quanto riguarda l'istruzione, Italia, Germania, Spagna e Finlandia si differenziano notevolmente al loro interno per livello di equità e di sviluppo del ruolo della donna nell'economia e nella politica.

E' dunque il contesto culturale specifico (a fronte della parziale inadeguatezza della spiegazione che i dati statistici ci forniscono) la variabile, difficilmente misurabile, che può spiegare il fenomeno della discriminazione di genere nell'economia europea.

A tal proposito, tra il 2005 e il 2008 è stata condotta una ricerca di confronto tra 60 paesi, sulla base della World Values Survey: i risultati mostrano che più sono diffuse nella società opinioni "sessiste", più è difficile per le donne essere parte attiva del mercato del lavoro e dell'economia del paese. L'Italia si caratterizza proprio per la diffusione di pregiudizi valoriali non favorevoli alla presenza femminile nell'economia e nei ruoli di vertice e decisionali.

Esempio di tali stereotipi di ruolo sociale si può trovare nella ripartizione degli incarichi domestici e di cura familiare tra uomini e donne, che in Italia si presenta come particolarmente squilibrata: dati Istat mostrano che le donne italiane dedicano al lavoro domestico un numero maggiore di ore rispetto agli uomini. E' stato stimato che il 76% del lavoro familiare viene svolto dalle donne, con uno scarto poco consistente rispetto al biennio 2002-2003 (78%) e le rilevazione del 1989 (85%).

Nonostante Finlandia, Germania, Spagna e Italia siano tutti paesi membri dell'Unione Europea e ne seguano quindi le direttive in materia di equità di genere, il grado di efficacia delle medesime politiche risulta essere dunque notevolmente diverso e su questo sembra giocare un ruolo decisivo la matrice culturale in cui tali politiche si inseriscono. Anche se rimangono importantissime le politiche volte a interventi specifici nell'economia e nel lavoro per valorizzare il ruolo della donna, diventa fondamentale perseguire l'obiettivo di una vera e propria "cultura" dell'equità di genere.

                                          Enrico Marescotti

                                    In collaborazione con

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