Il Medio Oriente e l’ex-URSS alle urne

Se Israele ha da poco celebrato le elezioni parlamentari anticipate, nell'area mediorientale anche in Iraq, in Iran e in Kuwait si registrano votazioni a suffragio universale (Figura 1).

Benché in Israele, con una vittoria al foto-finish, il partito di centrodestra Kadima, guidato dal Ministro degli Esteri Tzipi Livni, ottenga il maggior numero di seggi (28) della Knesset (120 seggi in totale), il Presidente Peres assegna l'incarico di formare il nuovo governo a Binyamin Netanyahu, che è alla testa del Likud, partito conservatore che si assicura 27 seggi. Infatti, poiché Tzipi Livni esclude una coalizione con il Likud, si ritiene più probabile la creazione di un governo di destra con la partecipazione di un partito di estrema destra, Yisrael Beitenu, guidato da Avigdor Lieberman (15 seggi).

 In generale, sono tre le principali osservazioni conseguenti alle elezioni israeliane: la società israeliana, soprattutto dopo la guerra contro Gaza, si è spostata a destra; il partito laburista, un tempo dominatore della politica israeliana, assiste impotente a un vero e proprio tracollo (13 seggi); infine, il quadro più frammentato della politica israeliana (che dovrà probabilmente affrontare la crisi economica dopo anni di crescita superiore alla media dei paesi sviluppati -Figura 2) renderà ancora più arduo alla nuova presidenza americana riuscire ad ottenere una soluzione durevole del conflitto palestinese, senza contare la scottante attualità del dossier  nucleare iraniano.

Continua la lunga marcia verso la stabilizzazione democratica l'Iraq, dove si tengono elezioni amministrative in quattordici province (Figura 3).
In generale, considerata la storia recente del Paese, il clima pre-elettorale è relativamente meno violento: mentre nel 2005 furono assassinati più di duecento candidati, questa volta ne muoiono "solamente" otto. L'affluenza alle urne è bassa ma non irrisoria (51% degli aventi diritto), e i risultati premiano il partito sciita Dawa Party del primo ministro Nuri al-Maliki, che grazie a un'alleanza con la Coalizione Stato di Diritto, batte i partiti più dichiaratamente religiosi, quali il Supremo Consiglio Islamico Iracheno.

A Teheran si preparano per il 2009 le cruciali elezioni presidenziali, ma già nel marzo e nell'aprile 2008 si tengono in Iran i due turni per l'elezione del parlamento (majlis), che vedono una sostanziale conferma dei conservatori, grazie anche all'esclusione, a opera del Consiglio dei Guardiani, di un terzo dei seimila possibili candidati, soprattutto riformisti. In centinaia presentano appello, e molti vengono riammessi, incluso un nipote di Khomeini. Nella Repubblica islamica il Consiglio dei Guardiani (formato da dodici membri direttamente o indirettamente nominati dall'ayatollah Khamenei) può porre il veto alla legislazione approvata dal parlamento, che dal 2004 è formato da esponenti conservatori radicali (vicini al presidente populista Ahmadinejad) e da conservatori pragmatici (l'opposizione riformista boicottò infatti le precedenti elezioni).

Anche in questo caso, i dati della partecipazione alle urne denotano il disinteresse dell'elettorato più progressista: al primo turno, l'affluenza su base nazionale è del 52%, ma scende attorno al 30% a Teheran, dove vivono molti riformatori.  Conseguentemente, il rapporto tra gli eletti conservatori (che sbandierano la propria fedeltà ai principi fondanti della Repubblica Islamica) e quelli riformisti è di circa tre a uno.

 Tuttavia, un dato interessante è rappresentato dalla sconfitta relativa dei conservatori pro-Ahmadinejad: ad esempio Ali Larjiani, già negoziatore per il nucleare iraniano, prende il 70% di voti nel suo collegio elettorale contro il 10% del candidato presidenziale e diventa speaker del parlamento.

E' probabile che Larjiani diventi il principale sfidante di Ahmadinejad alle presidenziali del 2009, insieme all'ex-presidente riformista Khatami. Il secondo turno elettorale (che mette in palio il 25% dei seggi) consolida la maggioranza conservatrice. 

Il Kuwait si segnala ancora per essere l'unico, tra gli emirati del Golfo Persico, ad avere un parlamento eletto a suffragio universale diretto e dotato di poteri reali (Figura 4). In maggio 2008 si tengono le elezioni anticipate (con il 68% di affluenza) per ricostituire il parlamento di cinquanta membri, dissolto dall'emiro per la seconda volta in due anni. La carica di ministro del petrolio era vacante dal novembre 2007. In effetti, la dissoluzione del parlamento avviene per un contrasto con il governo sulla distribuzione delle risorse al popolo, giudicata insufficente dai parlamentari, e ottimale dal governo, che sottolinea l'alto livello di inflazione (10%). Il potere legislativo e quello esecutivo sono divisi anche su Project Kuwait, progetto governativo per attrarre investimenti stranieri nel settore petrolifero, con corollaria discussione sulla proprietà della terra.

Tuttavia, i risultati del voto non concedono alcuna speranza ai riformatori, che speravano in un migliore risultato per fare approvare una legislazione più progressista sulla quale il precedente parlamento non riusciva a trovare un accordo. Benchè in Kuwait sia riconosciuto il voto alle donne, nessun rappresentante femminile viene eletto, e sono presenti alle elezioni solo fazioni islamiste e tribali (i partiti politici non sono ammessi). In particolare, i Salafisti (conservatori sunniti) passano da cinque a dieci seggi. La dinastia degli al-Sabah, rimessa sul trono alla fine della prima guerra del Golfo, rimane fermamente al potere, ma il Paese ha perso la leadership degli emirati del golfo, di cui godeva un tempo, in favore del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti (soprattutto Dubai e Abu Dhabi), che hanno saputo sfruttare le ingenti risorse finanziarie derivanti dal boom dei prezzi del petrolio per rilanciarsi come centri internazionali per lo shopping, il turismo, i servizi, e la cultura: ad esempio, in Qatar, a Doha, ha aperto il più grande museo d'arte islamica, mentre ad Abu Dhabi aprirà una sezione del Louvre parigino. Così, le elezioni parlamentari in Kuwait sono indubbiamente viste dagli altri emirati come prova che la democrazia è un inutile impedimento allo sviluppo economico e al benessere.

Continua negli Stati dell'ex-Unione Sovietica il trend di conferma delle leadership al potere. In Georgia, rimane al potere il presidente Saakashviili (elezioni presidenziali a gennaio 2008) e i partiti che lo sostengono, malgrado le manifestazioni antigovernative che si registrano a Tblisi, dopo l'annuncio dei risultati delle elezioni parlamentari, per presunte irregolarità durante il processo di voto. Tuttavia, le proteste rientrano nel giro di breve tempo, poiché Saakashviili riesce a riunire attorno a sé l'orgoglio nazionalista di un Paese che deve assistere impotente, in agosto, alla perdita delle regioni dell'Ossezia  del Sud e dell'Abkhazia, invase dalla Russia e riconosciute da Mosca come Stati indipendenti.

Nessuno spiraglio democratico in Azerbaijan, dove in ottobre 2008 il presidente in carica Ilham Aliev viene rieletto a stragrande maggioranza, nel corso di consultazioni boicottate dalle opposizioni perché ritenute non libere. Si registra pertanto un crescente auto-isolamento del Paese, che impedisce anche ai media stranieri di trasmettere sulle frequenze nazionali.

Al contrario, timidi segnali di apertura all’esterno e di smantellamento del precedente culto della personalità, che ruotava attorno al defunto Niyazov “Turkmenbashi” (padre di tutti i turkmeni), l’autoritario primo presidente del Paese, si registrano in Turkmenistan, dove in settembre viene adottata una nuova costituzione che accresce i poteri del parlamento, portandone i membri da 65 a 125. I passi in avanti sulla lunga strada di un ristabilimento di normali condizioni democratiche e di una situazione di maggior rispetto dei diritti umani, sono dovuti all’opera del presidente Gurbangluy Berdymukhammedov. Le elezioni avvengono però con un solo partito in lizza, il Partito Democratico del Turkmenistan, lanciato dallo stesso presidente, e con alcuni “indipendenti” approvati dallo stato – infatti, l’opposizione è in esilio.

                                            Giuseppe Gabusi

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