Bagdad, 16 settembre 2007: una delegazione del Dipartimento di Stato transita per Nisour Square, scortata da uomini della Blackwater, una società che vende servizi di sicurezza. Conflitto a fuoco: 17 civili uccisi e 35 feriti, tutti iracheni. La polemica sulla dinamica dell’incidente e sulle sue cause riempie le prime pagine dei media americani.

Non si tratta né del primo né del più grave incidente avvenuto per mano dei cosiddetti contractors, di questa o altra compagnia, in Iraq piuttosto che altrove. L’incidente di Nisour ha assunto tuttavia una rilevanza particolare in virtù della successiva presa di posizione delle autorità irachene, che hanno minacciato di ritirare la licenza alla Blackwater e di incriminare i singoli contractors coinvolti nello scontro. È interessante notare che in realtà le istituzioni irachene non possono porre in atto nessuna delle sanzioni minacciate perché, mentre per un verso un’azienda di sicurezza privata non deve richiedere alcuna licenza al governo locale per operare in Iraq, per l’altro è tuttora attivo l’ordine 17, istituito da Paul Bremer (allora capo della Coalition Provisional Authority - CPA) che istituisce l’immunità legale per i contractors.

In Iraq le aziende di sicurezza private sono ingaggiate indifferentemente da soggetti pubblici o privati, e ciò è naturalmente vero anche per Blackwater. Tuttavia, l’incidente di Nisour ha contribuito ad attrarre l’attenzione in maniera particolare sui contratti sottoscritti dal Dipartimento di Stato. Il ruolo di Blackwater in materia risale al 28 agosto 2003, con l’attribuzione diretta (senza concorso) di un contratto del valore di $27,7 MLN per la protezione personale di Paul Bremer. Nel 2004 l’azienda si aggiudicò – di nuovo, in maniera diretta – anche il programma di protezione diplomatica (WPPS - Worldwide Personal Protective Services), del valore massimo stimato in 320 milioni di dollari in cinque anni. In realtà, già nel 2006 (dopo quindi due anni soltanto), venne raggiunto un valore di 490 milioni di dollari.

Blackwater non è la sola società privata operante in tal senso. Dalla metà del 2006 tre sono le aziende coinvolte nel nuovo programma di protezione diplomatica del Dipartimento di Stato USA (WPPS II): alla già citata Blackwater sono state affiancate DynCorp International e Triple Canopy.

In Iraq le compagnie operano su base territoriale (Figura 1): DynCorp al nord (Kirkuk ed Ebril), Triple Canopy al sud (Bassora e Tallil), Blackwater in Baghdad e Al Hillah.

Le mansioni previste dal contratto per tutte e tre le società sono dunque identiche. Nel tentativo di fare chiarezza tanto sull’opportunità degli appalti attribuiti dal Dipartimento di Stato USA quanto sulla reale aggressività delle compagnie, il Congresso americano ha aperto un’inchiesta dalla quale risulta che, nel periodo gennaio 2005-aprile 2007 (escluso quindi Nisour Square), Blackwater è stata coinvolta in un numero di confronti a fuoco pari alla somma di quelli delle altre due società combinate (Figura 2), le quali, peraltro, operano in zone meno pericolose. Questo non è tuttavia l’unico elemento significativo. È stato anche valutato il numero di volte in cui siano stati i contractors ad aprire il fuoco per primi (Figura 3). Per Blackwater si tratta di 143 casi su 168 (85%), per DynCorp di 63 su 102 (62%), per Triple Canopy di 30 su 36 (83%).

Sulla falsa riga anche di queste considerazioni, il Dipartimento di Stato ha varato alcune nuove norme, le quali prevedono ad esempio la presenza di un agente del Dipartimento stesso in ogni convoglio scortato da privati e l’installazione di telecamere di controllo. Si tratta della fine dell’immunità per i contractors? Probabilmente no. Ai primi di novembre alcuni contractors della DynCorp di scorta ad un convoglio del Dipartimento di Stato hanno ucciso un autista iracheno. Le nuove norme non sono state tuttavia applicate, dal momento che l’azienda stava operando sì per il Dipartimento di Stato USA, ma nel merito di un altro contratto.

Oltre ai contractors ufficiali, in Iraq operano decine di altre società che vendono servizi di sicurezza a enti pubblici e a privati e danno lavoro a migliaia di persone di varie nazionalità. Queste società, del resto lavorano in molte parti del mondo nelle quali sussistono situazioni di instabilità che potrebbero mettere a rischio l’incolumità dei loro clienti. Il panorama delle moderne guerre, sempre meno convenzionali, non sarebbe completo senza di loro, anche perché spesso vi è scambio di informazioni e persino coordinamento sul territorio con le autorità militari, americane o di altri paesi alleati degli Stati Uniti.

 

                                                 Stefano Ruzza

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