Negli ultimi mesi, la questione delle "terre rare" ha nutrito un vivace dibattito tra gli esperti di strategie energetiche e di politica internazionale. Incoraggiando, naturalmente, la speculazione finanziaria, e contribuendo indirettamente all'impennata dei prezzi che ha portato il costo dei metalli appartenenti alla famiglia dai 14.405$ a tonnellata del luglio 2010 agli oltre 100.000$ del marzo scorso (Figura 1).

Con l'espressione "terre rare" si intende un gruppo di 17 elementi chimici (Figura 2) largamente utilizzati nella fabbricazione di molti oggetti - quotidiani e non - ad alto contenuto tecnologico. Essi sono componenti fondamentali, solo per fare qualche esempio, delle turbine eoliche, dei monitor LCD e dei cellulari di ultima generazione, dei motori per le auto ibride, oltre che di numerose applicazioni militari high-tech (Figura 3). 

A dispetto del nome, esistono in natura abbondanti riserve di tali elementi e solo alcuni di essi sono effettivamente rari, in particolare quelli cosiddetti "pesanti" (nella Tavola Periodica, gli elementi che vanno dal terbio al lutezio). Tuttavia, i giacimenti non sono distribuiti omogeneamente sulla crosta terrestre (Figura 4) e il processo di estrazione e di lavorazione è in genere alquanto dispendioso, sia in termini meramente economici, sia per quanto riguarda gli elevati costi ambientali da affrontare lungo tutta la catena produttiva. Infatti, la raffinazione di terre rare comporta la creazione di scarti radioattivi di difficile smaltimento.

Complica  il quadro - ancora una volta - il ruolo svolto dalla Cina. Da quando nel 2002 la statunitense Molycorp cessò le attività estrattive nella miniera di Mountain Pass, nel sud della California (Figura 5), a causa delle nuove restrizioni ambientaliste in vigore negli USA e per l'impossibilità di competere con la concorrenza cinese, più del 95% della produzione mondiale è rimasto concentrato nel territorio della Repubblica Popolare Cinese (Figura 6).

La domanda mondiale di terre rare è stimata intorno alle 134.000 tonnellate annue, ma essa è in forte crescita e si pensa che raggiungerà le 180.000 tonnellate già nel 2012 (Figura 7).

Non essendo al momento disponibili validi sostituti all'uso di terre rare, il quasi monopolio cinese ha sollevato negli ultimi mesi diversi problemi che sembrano ridipingere di luce nuova e profetica le parole pronunciate nel 1992 dall'allora leader cinese Deng Xiaoping: "Middle East has oil, and China rare earths" ("Il Medio Oriente possiede il petrolio, e la Cina le terre rare").

In particolare, alcuni episodi avvenuti nell'ultimo anno hanno reso nervosi i mercati, con un conseguente rincaro dei prezzi, e hanno spinto diversi studiosi statunitensi - l'industria militare americana è fortemente dipendente dalla produzione cinese di terre rare - a speculare sul futuro delle forniture e a chiedere un deciso intervento governativo a sostegno dell'industria mineraria nazionale.

Il primo campanello d'allarme è scattato nel settembre scorso, quando un incidente a largo delle isole Diaoyu/Senkaku portò all'arresto del capitano di un peschereccio cinese da parte delle autorità giapponesi. Il capitano, in seguito alle vive proteste di Pechino, fu rilasciato dopo due settimane, non prima però che le aziende giapponesi subissero un taglio alle forniture di terre rare, in quello che sembrò essere un chiaro segnale da parte di Pechino a usare politicamente, se necessario, il proprio vantaggio monopolistico senza esitazioni.

 

Già da tempo, comunque, la Cina aveva annunciato una riduzione delle quote destinate all'export, passando da 50.000 tonnellate circa nel 2009 a 30.000 nel 2010, ridotte ulteriormente del 72%  nel luglio 2010, e cioè appena 8.000 tonnellate nella seconda metà dell'anno.

In generale, è in atto in Cina una politica di consolidamento del controllo statale sulla produzione nazionale di terre rare, dettata dalla volontà di Pechino da un lato di preservare le riserve nazionali, dall'altro di aumentare il consumo interno per integrare ancora di più entro i propri confini l'intera catena produttiva e godere così di un indubbio vantaggio comparato nei vari settori d'utilizzo.

L'esempio più recente di tale strategia si è espresso, come riportato poche settimane fa dal China Dailynell'acquisizione coatta da parte del gigante statale Baotou Steel Rare-Earth di tutte le PMI concorrenti attive in Mongolia Interna, per la quale solo le 22 aziende con licenza  verranno ricompensate, laddove tutte le altre saranno semplicemente chiuse senza ottenere alcun risarcimento.

La Mongolia detiene il 97% percento delle riserve cinesi, ma produce quasi esclusivamente terre rare "leggere", mentre la maggior parte di quelle pesanti viene prodotta nel sud del Paese. A sud il problema del contrabbando è tuttavia molto serio, e difficilmente le quote ufficiali vengono rispettate dalle aziende. Il fatto che il Ministero per la Terra e le Risorse abbia inviato a inizio mese un team per indagare la produzione in 5 province meridionali, la dice lunga sul giro di vite che Pechino intende dare al traffico illegale e più in generale sull'importanza attribuita dalle autorità cinesi alla questione.

Sono dunque giustificate le ansie degli ultimi mesi circa il futuro delle terre rare? Certamente, in gran parte, lo sono. Tuttavia, le decisioni di Pechino potrebbero avere sul lungo periodo un effetto positivo sul mercato. Le novità degli ultimi mesi sembrano aver dato un nuovo impulso agli investimenti nel settore (Figura 8).

Se un'azienda mineraria come la statunitense Molycorp ha annunciato l'intenzione di riprendere le attività nella cava di Mountan Pass, la Toyota - dopo i già citati problemi sorti in seguito all'incidente di settembre - sta progettando un motore ibrido che non necessita di terre rare. In Malaysia, un progetto dell'australiana Lynas potrebbe dar vita alla prima raffineria di terre rare costruita fuori dalla Cina negli ultimi 30 anni.
Il progetto ha però scatenato le proteste degli ambientalisti circa il pesante impatto ecologico che la raffineria potrebbe avere, anche se gli esperti della Lynas assicurano che le nuove tecnologie a disposizione ridurranno significativamente i rischi per l'ambiente.

C'è da augurarsi che questa nuova linfa che sta investendo il settore risvegli le forze del libero mercato, contribuendo così allo sviluppo di nuove tecniche per ridurre costi ambientali ed economici e a una maggiore diversificazione dell'offerta di terre rare e di eventuali sostitutivi, e limitando nel prossimo futuro i pericoli di un monopolio innaturale durato già troppo a lungo.

                                             Nunzio Donzuso

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