Il fenomeno politico più interessante degli ultimi anni in America Latina è senza dubbio rappresentato dalla rivoluzione bolivarista del Presidente Hugo Chávez in Venezuela, rieletto nel mese di dicembre con il 67% dei voti. Eletto per la prima volta nel 1998, nel corso del secondo mandato Chávez intende rafforzare la rivoluzione, con l’obiettivo di edificare il socialismo del ventunesimo secolo, attraverso l’unificazione dei propri sostenitori all’interno di un partito rivoluzionario, e attraverso una modifica della costituzione che attualmente prevede dei limiti alla possibilità per il Presidente di essere rieletto. La popolarità di Chávez si deve essenzialmente all’uso in senso populista delle risorse finanziarie statali, accresciute dal boom petrolifero degli ultimi anni, che ha arricchito il Paese, uno dei principali produttori mondiali di petrolio.

 Già funzionario dell’esercito e autore di un colpo di Stato, Chávez guida un governo che controlla il potere giudiziario e quello legislativo, poiché l’opposizione boicottò le elezioni parlamentari del 2005. Sul piano economico, il suo governo negli ultimi anni ha imposto controlli sui prezzi, limitazioni all’acquisto di valuta straniera e all’accesso al credito, ma ha anche promosso e sussidiato, accanto all’industria statale, forme societarie cooperative. Ammiratore ed amico di Fidel Castro, Chávez dichiara di ispirarsi all’eroe dell’indipendenza sudamericana Símon Bolívar, e di volere lottare contro l’imperialismo degli Stati Uniti, costruendo un’alleanza di Stati sudamericani propugnatori di politiche alternative a quelle sostenute da Washington. Nel corso del secondo mandato, Chávez potrebbe intraprendere una svolta più autoritaria e collettivista, malgrado l’esistenza di un’opposizione attiva nel Paese paia per ora scongiurare la trasformazione del sistema politico in una dittatura a tutti gli effetti.

 In Bolivia le elezioni presidenziali di fine dicembre 2005 sono state vinte con ampio margine da Evo Morales, un leader sindacale dei raccoglitori di coca di discendenza indigena (etnia Aymaran). Le elezioni del congresso registrano contemporaneamente la vittoria del suo partito di appartenenza, il Movimento verso il Socialismo. E’ la prima volta che alla presidenza viene eletto un indigeno, ed è la prima volta da quando all’inizio degli anni ’80 fu restaurata la democrazia nel Paese che il candidato vince le elezioni con ampio margine di consenso sul diretto rivale (Jorge Quiroga, conservatore). Evo Morales, prima delle elezioni, si era distinto come leader dei movimenti sociali radicali che avevano contribuito alla rimozione di due Presidenti in due anni. Amico del presidente venezuelano Chávez e ammiratore di Fidel Castro, il presidente ha basato la sua campagna sulla questione dell’identità boliviana (il 60% dei 9 milioni di abitanti è di origine amerindia), ed in particolare su tre punti del programma: la nazionalizzazione delle riserve di gas naturale (le seconde più vaste dell’America Latina), la riforma della costituzione e la legalizzazione della coca. Quest’ultimo punto è fonte di tensione con gli Stati Uniti, che non si accontentano della promessa di lottare contro il narco-traffico, e vorrebbero che il governo continuasse il programma di sradicamento delle coltivazioni (la Bolivia è il terzo produttore al mondo di cocaina). Il governo non può permettersi di alienarsi le simpatie di Washington, dal cui aiuto e preferenze commerciali dipendono circa 100.000 posti di lavoro nell’industria manifatturiera. Nelle elezioni dell’Assemblea Costituente tenutesi in luglio il partito socialista è riuscito ad ottenere soltanto il 50% dei consensi, e non i due terzi che sarebbero stati necessari per riscrivere la costituzione senza ricercare convergenze con le altre parti politiche. Nonostante il crescente aiuto ed appoggio politico ricevuti da Chávez e da Castro, Morales non pare quindi in grado di instaurare un regime personalistico con forte repressione del dissenso e della dialettica interna.

Il vento bolivarista sembra soffiare anche in Ecuador, dove le elezioni di novembre hanno portato al potere Rafael Correa, un outsider della politica tradizionale, professore di economia con studi compiuti a Lovanio e nell’Illinois, e già ministro delle finanze per quattro mesi prima di lanciare la sua campagna presidenziale con un partito appositamente creato per l’occasione ma che non ha presentato candidati per il Congresso.  Rafael Correa si definisce un cristiano di sinistra, ed ha costruito la sua fortuna sull’imitazione delle politiche e degli slogan di Chávez: ha respinto l’idea di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, e prima del primo turno elettorale ha minacciato il default del debito dell’Ecuador, la cui valuta è da qualche anno il dollaro statunitense.La storia recente del Paese vede una continua lotta tra il Congresso e i Presidenti, fattore di grande instabilità politica per il Paese (tre presidenti negli ultimi dieci anni sono stati costretti a lasciare l’incarico).

Questa instabilità non è stata risolta dalle elezioni: pertanto il programma di Correa prevede un referendum per la creazione di un’assemblea costituzionale che approvi una legge fondamentale che dia più poteri al Presidente. Il partito socialdemocratico e i sostenitori dell’uomo d’affari Álvaro Noboa (il cittadino più ricco del Paese e vincitore del primo turno elettorale) non appoggiano l’idea. L’incertezza della situazione politica probabilmente non avrà effetto sullo sviluppo di breve periodo, finché gli alti prezzi del petrolio continueranno a garantire crescita e stabilità economica, supportate da una spesa pubblica che è cresciuta del 16% all’anno dal 2001.

 L’ansia interventista di Chávez negli affari interni degli altri Paesi sudamericani ha provocato un effetto-boomerang in Perù, dove il candidato sostenuto dal Venezuela e dalla Bolivia (Ollanta Humala, un ex-funzionario dell’esercito), già vincitore del primo turno delle elezioni, è stato battuto al ballottaggio in giugno dal populista social-democratico Alan García, già presidente dal 1985 al 1990, ricordato malamente per l’uso della violenza a fini politici e per l’iperinflazione, ma preferito per la sua credibile autonomia da ingerenze straniere. Il Presidente, il cui partito dispone di meno di un terzo dei seggi nel Congresso, deve allargare la base del suo consenso dalla capitale e dalle regioni costiere, che hanno rappresentato il motore della crescita economica del Perù (+ 5% all’anno dal 2002), verso le più povere regioni andine, che sostengono Humala. Perciò il suo programma prevede la costruzione di infrastrutture per aiutare i contadini a trovare nuovi mercati all’estero, la ratifica di un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, e la ricerca di aiuti presso i governi moderati dell’area (Brasile e Cile).

 In Brasile il Presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, sebbene costretto al ballottaggio alle elezioni di ottobre, ha ottenuto l’incarico per un secondo mandato. Le elezioni hanno rappresentato anche un indubbio successo per il suo partito, il partito dei lavoratori, che appariva seriamente indebolito da una serie di scandali di corruzione risalenti agli anni precedenti. Complessivamente, Lula esce rafforzato dalle elezioni, poiché i nuovi membri del Congresso eletti nella coalizione che lo sostiene, formata da una mezza dozzina di partiti che spaziano dal centro-destra alla sinistra, sono meno critici verso l’operato governativo rispetto ai parlamentari uscenti. Inoltre, due terzi dei ventisette governatori statali non sono ostili al Presidente. Lula promette di continuare la politica di rigore finanziario e austerità fiscale iniziata nel primo mandato, senza però colpire gli strati più poveri e la media borghesia del Paese, al contempo cercando di perseguire l’obiettivo di ottenere una crescita media dell’economia pari al 5% annuo (nel primo quadriennio della sua presidenza la crescita media è stata del 2,7%). Il Presidente sembra pertanto avere superato la crisi di credibilità personale e di azione di governo che aveva caratterizzato l’ultima fase del suo mandato precedente, e conta sulla cooperazione con le forze sociali e politiche per combattere l’arretratezza e l’ingiustizia sociale che ancora caratterizza vaste aree del Paese.

Rivoluzione rosa in Cile, dove in gennaio la socialdemocratica Michelle Bachelet è eletta alla presidenza, ottenendo anche il quarto mandato consecutivo della coalizione governativa di centro-sinistra, nota con il nome di Concertación. E’ la terza volta che una donna viene democraticamente eletta presidente di un Paese dell’America Latina, ma è la prima volta che ciò avviene in Cile, un Paese tradizionalmente conservatore dal punto di vista sociale. Figlia di un generale morto di infarto dopo essere stato arrestato durante la dittatura di Augusto Pinochet, Michelle Bachelet fu ella stessa detenuta per un breve periodo dopo il golpe del 1973, e per la sua storia personale rappresenta la ritrovata fiducia del Paese per la prassi democratica. La piattaforma programmatica governativa è nel solco della continuità con il governo precedente, soprattutto in ambito fiscale (quando il ciclo economico è in fase positiva, deve essere mantenuto un surplus fiscale dell’1% del PIL). Tuttavia, la Presidente, facilitata nella sua azione da un congresso in cui gode della maggioranza dei consensi, promette nuovi accenti sociali nell’azione politica di un governo formato per la metà da donne: per favorire l’istruzione, programma uno schema di accesso all’istruzione pre-scolastica e di incentivo al lavoro part-time per gli studenti; per combattere la disoccupazione giovanile del 20% pianifica l’introduzione di sussidi per le aziende che assumono giovani provenienti da famiglie povere.

                                           Giuseppe Gabusi

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