Un binomio impossibile?

Il tema delle relazioni tra sviluppo economico e difesa dell'ambiente è controverso e il dibattito è tuttora aperto.
I paesi ad alto reddito inquinano più di quelli a basso reddito perché consumano di più. La visione pessimista, che vede come un potenziale disastro per l'ambiente la transizione di un numero sempre maggiore di paesi da livelli di reddito bassi a livelli di reddito medio-alti è stata però affiancata, nel dibattito internazionale, da altre visioni meno catastrofiste (Figura 1).

È vero: se i paesi in via di sviluppo incrementassero sensibilmente i propri consumi e la propria produzione con le tecnologie di cui oggi dispongono genererebbero una quantità di emissioni tali da destare serie preoccupazioni.
È altrettanto vero, però, che con la crescita economica aumentano le possibilità di accesso a tecnologie più efficienti, e la tecnologia a disposizione oggi (e in prospettiva nei prossimi decenni) permette di produrre con emissioni proporzionalmente minori rispetto a quelle in uso in molti paesi a basso reddito. L'alternativa ad uno sviluppo "pulito" e sostenuto è un rallentamento della crescita in questi ultimi paesi; ma la soluzione, oltre che di dubbia efficacia, appare eticamente discutibile.

La prima scuola di pensiero, nel dibattito sulle relazioni tra sviluppo e protezione dell'ambiente, è orientata al mercato e relativamente poco preoccupata dei possibili effetti climatici della crescita.
Lo sviluppo permetterà l'adozione di tecnologie più pulite, questa tendenza sarà più o meno spontanea e un eccessivo intervento a livello sovrannazionale sarebbe superfluo.
La seconda scuola, ad oggi tendenzialmente predominante, considera come una minaccia il costante aumento di emissioni e ne chiede una riduzione attraverso l'istituzione di mercati regolamentati delle emissioni e una limitazione concordata in base a trattati internazionali (Figura 2).

Il rapporto "Promoting Development, Saving the Planet" (Figura 3), preparato dal Dipartimento di Economia e Affari Sociali dell'ONU in previsione della conferenza sul clima che si terrà a Copenhagen (Figura 4), offre una terza visione. Con proposte di più ampio respiro ma forse meno realistiche rispetto a quelle attuate fino ad oggi.

Il rapporto parte da un'analisi delle relazioni esistenti tra lo sviluppo economico e tecnologico, da una parte, e la protezione dell'ambiente e il contrasto del cambiamento climatico dall'altra, giungendo alla conclusione che:

1.  È possibile per i paesi in via di sviluppo imboccare un sentiero di crescita elevata e basso livello di emissioni;

2.  Gli sforzi fatti sino a questo momento non risultano adeguati per ridurre le emissioni in maniera significativa e prevenire i cambiamenti climatici;

3. Occorre un piano di cooperazione internazionale e di aiuto ai paesi in via di sviluppo per permettere loro di rendere compatibili crescita e bassi livelli di emissioni adottando le (costose) tecnologie disponibili per ridurre le emissioni pur aumentando la produttività.


 

Nel rapporto, partendo dai dati predisposti dall'IPCC (Intergovernmental Panel of Climate Change, organismo scientifico creato dalle Nazioni Unite nel 1988 per studiare il riscaldamento globale), si osserva che, se anche il flusso di emissioni si stabilizzasse al livello attuale, lo stock di gas serra accumulato nell'atmosfera entro il 2050 sarebbe doppio rispetto a quello presente in epoca pre-industriale. Per stabilizzare l'aumento della temperatura a 2°C in più rispetto ai valori pre-industriali occorrerà ridurre le emissioni globali, entro il 2050, di almeno la metà rispetto ai livelli registrati nel 1990 (Figura 5).

L'approccio che paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo dovrebbero seguire è molto differente, stando al rapporto, perché differenti sono le risorse economiche e strutturali a disposizione.

I paesi sviluppati, che possiedono servizi energetici e infrastrutture adeguate, dovrebbero adottare politiche di aumento del prezzo dei combustibili fossili nell'ottica di rendere competitive le fonti di energia rinnovabile. I paesi in via di sviluppo, carenti sia di servizi energetici di base sia di adeguate infrastrutture, dovrebbero intervenire per aumentare le proprie disponibilità energetiche in modo eco-compatibile. Infatti, dato che si ipotizza che, nel prossimo decennio, la capacità produttiva dei paesi in via di sviluppo sarà il doppio di quella a disposizione dei paesi sviluppati, è cruciale che questa energia venga prodotta con tecnologie efficienti e il più possibile "pulite".

Affinché ciò avvenga servirebbero, però, innovazioni di tipo:

·  Finanziario, con la creazione di fondi mondiali per l'energia pulita e l'istituzione di un programma mondiale di feed-in tariffs (iniziative, comunemente note come Conto Energia o Feed-in tariff, sono state intraprese da diversi stati europei in seguito alla ratifica del Protocollo di Kyoto), che abbia lo scopo di offrire prezzi di acquisto garantiti ai produttori di energia rinnovabile nei paesi in via di sviluppo;

·  Tecnologico, con l'istituzione di un programma di tecnologia del clima e un rilancio dei programmi di ricerca e sviluppo;

·  Istituzionale, con l'adozione di un regime equilibrato di proprietà intellettuale che garantisca il passaggio di tecnologia tra i vari paesi.

Per questi impegnativi programmi, i 21.000 milioni di dollari stanziati ogni anno per lo sviluppo sono inadeguati e servirebbe, pertanto, un accordo globale tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo che preveda la creazione di un'agenda di collaborazione comune.

Il piano delineato nel rapporto è ambizioso ma forse poco realistico. Occorrerà vedere i prossimi sviluppi del dibattito, anche alla luce degli esiti della conferenza di Copenhagen.

                                          Gabriele Guggiola

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