Le nuove misure di povertà e ricchezza

E' giusto misurare ricchezza e povertà calcolando il numero delle calorie della dieta delle persone? Ha veramente un senso fare una misura "puntuale" in un determinato istante o non si dovrebbe piuttosto prendere in considerazione quello che succede nell'arco di una vita? E' più povero chi mangia poco ma sa leggere e può sperare di progredire oppure chi si sfama senza problemi ma è emarginato nel proprio paese?

Domande di questo tipo se le è posto, a partire dai primi anni novanta, un gruppo di economisti e statistici ispirati dalle opere del premio Nobel Amartya Sen il quale cerca di misurare la povertà in base ai "diritti" (entitlements) delle persone e alle loro "capacità" (capabilities) di agire. Ne è nato un apposito progetto delle Nazioni Unite e un nuovo, importante indicatore, l'"indice di sviluppo umano" (HDI, o Human Development Index).

L'HDI è un indice relativo, riferito ai singoli paesi, i cui valori sono compresi tra uno e zero. Nella versione originale considera tre aspetti della vita e cioè: 1) il reddito per abitante, corretto per tener conto delle differenze dei prezzi; 2) il livello di istruzione (percentuale di persone che, alle varie età, hanno conseguito determinati livelli di scolarizzazione; 3) la speranza di vita alla nascita, come indicatore sintetico delle condizioni di salute.

I dati più recenti relativi all'HDI sono presentati nella Figura 1. Il quadro complessivo non cambia e si conferma che i ricchi sono anche, generalmente, più istruiti e in miglior salute, ma ci sono alcune differenze significative rispetto alla Figura 1 della scheda povertà: Canada e Australia battono gli Stati Uniti, la Russia batte la Cina, l'Africa Australe, grazie ai buoni livelli di istruzione del Sudafrica, migliora sensibilmente la propria situazione. L'India e la penisola indocinese risultano ancora molto indietro mentre Argentina e Cile risultano piuttosto avanti.

 

Se poi si vuole estendere lo sguardo all'interno dei singoli paesi, si può utilizzare l'indice sviluppato da Corrado Gini, un grande statistico italiano, negli anni trenta in base al quale la massima disuguaglianza (un solo individuo concentra tutto il reddito) ha valore uno mentre l'assoluta uguaglianza (tutti gli individui hanno lo stesso reddito) ha valore zero. I risultati sono sommariamente presentati nella Figura 2.

Si nota curiosamente che percorrendo le masse continentali da Nord a Sud le disuguaglianze tendono generalmente ad aumentare. Gli Stati Uniti presentano valori più elevati (e quindi una distribuzione più diseguale dei redditi) del Canada ma meno elevati del Messico e questo paese presenta disuguaglianze distributive meno marcate del Brasile; in Europa, dalla Scandinavia, patria dell'egualitarismo si scende all'Italia, un po' più diseguale degli altri; in Africa le punte della disuguaglianza si registrano in Sudafrica; in Asia, la Cina è nettamente più diseguale della Russia (ma Giappone e Australia presentano bassi livelli di disuguaglianza).

I motivi delle disuguaglianze rimangono difficili da interpretare. Non dipendono dal reddito (ci sono paesi molti ricchi e poco disuguali e viceversa) mentre esiste una debole correlazione con il tasso di crescita: quando si cresce molto (come la Cina) le disuguaglianze aumentano. Forse proprio da queste analisi occorre partire per cercare di capire qualcosa su come va il mondo e per formulare grandi programmi politici.

                                                 Mario Deaglio

Commenti

Comments are now closed for this entry