Dal G7 sull'energia di Roma una risposta soltanto parziale

Il 5 e 6 Maggio 2014 si è svolto a Roma il Summit del G7 sull'Energia, con la partecipazione dei vari esponenti governativi dei sette Paesi più industrializzati, del Commissario Ue all'Energia e del Direttore esecutivo dell'IEA (International Energy Agency).

Obiettivo del Vertice di Roma, la necessità per i Paesi del G7 di definire e stabilire i punti chiave legati ai temi della sicurezza ed efficienza energetica, al fine di poter sviluppare e mettere in atto politiche energetiche comuni che siano in linea con le esigenze dei Paesi coinvolti, per affrontare le sfide del mondo globalizzato; in un contesto particolarmente complesso e caratterizzato dall'emergere di nuove potenze, il cui ruolo sarà sempre più determinante all'interno dello scacchiere globale. Il rafforzamento della sicurezza energetica collettiva si configura come un tassello di primaria importanza da un punto di vista economico e geopolitico.

Al meeting di Roma è seguito ad inizio giugno il G7 di Bruxelles (da cui è stata esclusa la Russia), in cui il documento messo a punto a Roma dai Ministri è stato presentato e analizzato dai Capi di Stato e di Governo dei sette Paesi, in attesa della Conferenza di Parigi del 2015 sul clima, che dovrebbe rappresentare una tappa importante per il raggiungimento di un accordo tra i principali Paesi emettitori di gas serra.

I recenti eventi relativi alla crisi russo-ucraina hanno di fatto avuto un ruolo predominante all'interno del meeting di Roma: i venti di guerra e di secessione che spirano da Simferopoli e Donetsk non fanno presagire nulla di buono e potrebbero modificare i già delicati equilibri energetici, politici ed economici tra Russia, Ucraina ed Unione Europea. I Ministri, a tal proposito, hanno adottato la linea standard occidentale, riaffermando la sovranità e integrità territoriale di Kiev e stigmatizzando l'uso dell'energia come "strumento di coercizione politica" e di "minaccia alla sicurezza": proprio in virtù di tali motivazioni, l'Unione Europea intende affrontare la questione della sicurezza energetica, che però rimane incerta e di non facile risoluzione.

Proprio pochi giorni dopo, Mosca ha nuovamente minacciato di essere pronta a tagliare le forniture di gas all'Ucraina, a partire da inizio giugno, qualora Kiev non saldasse il debito (che secondo Gazprom si attesterebbe attorno ad una cifra pari a 2.56 miliardi di Euro) accumulato fino ad ora: facile immaginare quali sarebbero le conseguenze, se si considera che l'Ucraina rappresenta il principale snodo logistico per Bruxelles e dai suoi gasdotti transita circa il 50% del gas russo (Figura 1). La minaccia di Putin è quindi indirizzata proprio all'Unione Europea, che non può permettersi passi falsi nella gestione dell'intera vicenda.

 Nel corso del dibattito, si è dunque convenuto sulla reale necessità di definire e rafforzare una politica condivisa fra Paesi consumatori, produttori e di transito dell'energia, che sia sistematica e duratura e che tenga conto delle esigenze nazionali, regionali e globali. Sulla base delle premesse sopra indicate, i capi delle rispettive delegazioni hanno stilato un documento congiunto in cui sono stati fissati sette obiettivi, bollati come troppo vaghi da molti analisti, attraverso i quali realizzare tale percorso:

· ottenere uno sviluppo di mercati energetici flessibili, trasparenti e competitivi;

· adottare strategie adatte per la riduzione della dipendenza energetica e realizzare una piena diversificazione dei combustibili e delle fonti per il raggiungimento di un ampio mix energetico;

· promuovere l'utilizzo di fonti alternative agli idrocarburi e di tecnologie pulite e sostenibili, per fornire energia in linea con le necessità ambientali e realizzare una cospicua riduzione delle emissioni dei combustibili fossili e delle emissioni di gas serra;

· diversificare le fonti e le rotte di approvvigionamento, attraverso lo sviluppo e la modernizzazione delle infrastrutture energetiche, per in fare in modo che nessun Paese dipenda interamente da un fornitore;

· assicurare una migliore distribuzione dell'energia e creare reti più potenti e integrate, anche attraverso la diffusione delle smart grids e di sistemi di stoccaggio per l'energia elettrica e il gas; ciò consentirà ai vari Paesi di resistere agli choc sistemici, nel caso di gravi interruzioni energetiche;

· attuare una armonizzazione delle politiche e del quadro regolatorio in materia di mercati delle materie prime e nei meccanismi di formazione del prezzo dell'energia, al fine di migliorare la gestione della domanda e dell'offerta.

· assicurare all'Ucraina e a tutti gli altri Paesi europei che intendano sviluppare politiche relative all'energie rinnovabili e all'efficienza energetica, l'opportuna assistenza tecnica (il che sembra poco più di una dichiarazione di principio), supportando anche gli sforzi della Commissione Europea nella messa a punto di piani d'emergenza per l'inverno 2014-2015 a livello regionale, e di proseguire con una sempre più fattiva collaborazione tra gli Stati; è stato inoltre chiesto all'International Energy Agency, la presentazione, entro sei mesi, di ulteriori opzioni in tema di sicurezza del gas.

Il Vertice di Roma non ha apportato novità sostanziali: i temi relativi alla diversificazione del mix energetico e delle rotte di approvvigionamento di idrocarburi sono già stati approfonditi in passato e i Paesi coinvolti sono sembrati più inclini a soffermarsi sulle dinamiche di breve-medio periodo che su quelle di medio-lungo periodo, non elaborando concretamente, ma solo teoricamente, strategie volte al reale sviluppo delle rinnovabili.

Per poter comprendere esattamente quanto sia delicata la questione e come al momento non vi sia una soluzione immediata per ridurre la dipendenza dell'Europa, si reputa opportuna l'analisi di alcuni dati: la spesa complessiva dell'Unione Europea per l'importazione di energia nel 2012 è ammontata complessivamente attorno ai 545 miliardi di Euro e circa un terzo di tali importazioni faceva riferimento proprio a gas, carbone e petrolio proveniente dalla Russia (Figura 2).

Inoltre, non si può non evidenziare come all'interno dell'Unione Europea vi siano spesso, e non solo in materia di politica energetica, diverse anime e diverse posizioni: in particolare, vi sono alcuni Paesi, quali Gran Bretagna e Francia, in una indubbia situazione di vantaggio rispetto ad altri, quali Germania ed Italia, per quanto riguarda le importazioni gasifere. L'Italia, ad esempio, fino ad alcuni anni fa importava circa il 30% del suo fabbisogno di gas dalla Russia e nel 2013 il nostro Paese, su un consumo complessivo di circa 70 miliardi di metri cubi, ne ha importati solo dalla Russia ben 15; Roma, che è rimasta inizialmente penalizzata in ambito europeo dopo la caduta di Gheddafi, dopo aver inaugurato nuove relazioni con Tripoli e aver raggiunto nel 2013 livelli di import petrolifero più o meno pari a quelli che si riscontravano con il Raìs, ha subìto un altro contraccolpo nell'area a causa di una serie di recenti scioperi e proteste che hanno portato alla chiusura dei principali terminali per l'export di petrolio e gas del Paese nordafricano. Anche la Germania non se la passa benissimo: Berlino è costretta ad importare circa 30 miliardi di metri cubi di gas, a fronte di consumi complessivi pari a 80 miliardi. Non a caso, i toni della Merkel nei confronti di Putin, sono sempre stati più moderati rispetto a quelli di Cameron ed Hollande.

Al di là di alti principi e dichiarazioni altisonanti, al momento non si stagliano all'orizzonte valide alternative ai rapporti tra Unione Europea e Russia (Figura 3): le dichiarazioni rilasciate a conclusione del Summit dal Ministro dell'Economia e dell'Energia tedesco, Sigmar Gabriel ("Non conosco nessuno al mondo in grado di dirci come la dipendenza dell'Europa dal gas importato dalla Russia si possa cambiare nel breve termine") risultano a dir poco emblematiche.

Radicalmente diversa è la posizione degli Stati Uniti (Figura 4) , che hanno spesso accusato Bruxelles di assumere un atteggiamento troppo morbido e poco risoluto nei confronti di Mosca e che aumenterebbero volentieri le sanzioni contro la Russia. Washington si sta concentrando sullo sviluppo della produzione di shale gas e shale oil (estratti cioè in profondità da rocce argillose di scisto) grazie all'applicazione di una innovativa tecnica di perforazione ed estrazione, denominata fracking (Figura 5).

Ciò, consentirebbe agli Stati Uniti di cambiare il panorama del mercato energetico, con grandi ripercussioni a livello globale: si calcola, che nel giro di circa dieci anni, gli USA potrebbero addirittura scalzare l'Arabia Saudita, partner privilegiato, diventando il primo produttore di petrolio nel mondo ed il principale fornitore di gas, proprio al posto della Russia. Washington spinge sull'acceleratore e si dichiara pronta a stipulare accordi con l'UE per la fornitura, e sebbene il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi abbia insistito, nel corso del Summit, sulla necessità di stringere rapporti più stretti con USA e Canada per lo shale gas, vi sono alcuni punti che invitano ad una riflessione.

In primo luogo, tale progetto potrebbe concretizzarsi solo entro la fine del decennio, e non risolve i problemi più contingenti. In secondo luogo, si tratta di una soluzione di enorme impatto ambientale ed anche in questo caso non è detto che i vari Paesi dell'Unione Europea la accolgano nello stesso modo, dal momento che Regno Unito e Polonia sarebbero d'accordo, mentre in Francia vi è un divieto relativo al fracking e la Germania potrebbe seguire la stessa linea.

E la Russia? È innegabile che Putin utilizzi le infinite risorse siberiane come strumento volto al rafforzamento e all'affermazione di Mosca nel contesto internazionale (Figura 6). Il recentissimo accordo stipulato a Shanghai tra lo stesso Putin e il Presidente cinese Xi Jinping, che prevede una fornitura trentennale da parte della Russia nei confronti della Cina di circa 1.140 miliardi di metri cubi di gas, per un volume d'affari pari a circa 293.4 miliardi di Euro, va letto indubbiamente in quest'ottica, ma, nonostante le preoccupazioni dei vertici europei, le relazioni e gli equilibri geopolitici con Bruxelles non dovrebbero mutare in maniera sostanziale, almeno nell'immediato. Si tratta di un accordo atteso già da tempo e Mosca, le cui vedute, al di là dell'accordo, non sempre collimano con quelle di Pechino, continua a considerare il Vecchio Continente come un partner affidabile e fondamentale per i propri interessi commerciali: infatti, le esportazioni di gas verso la Cina non raggiungeranno un terzo rispetto a quanto già si esporta verso l'Unione Europea.
La Russia vede ora nella Cina (Figura 7) un altro "cliente", la cui domanda aumenta vertiginosamente anno dopo anno ed è opportuno segnalare che è stato possibile raggiungere un accordo grazie ad uno "sconto" concesso da Gazprom.

Putin, attraverso tale operazione, giunta proprio in un momento così particolare, ha voluto dare un ulteriore segnale di forza all'Occidente, quasi a voler dimostrare che non sarà nessuna sanzione a fermare i suoi piani ambiziosi e a voler dare una pronta risposta alle politiche statunitensi sullo shale gas. Anche la posizione della Russia appare assai delicata: gli Stati Uniti hanno infatti in agenda la creazione del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti attualmente oggetto di negoziati) e del TPP (Trans- Pacific Partnership, trattato anch'esso in via di negoziazione che coinvolgerebbe 12 Stati del Pacifico tra cui gli stessi Stati Uniti), e mirano a sottrarre influenza strategica sia a Mosca che a Pechino.

Si tratta dunque di uno scenario molto complesso, in cui l'energia gioca un ruolo particolarmente rilevante: almeno per i prossimi anni le cose non dovrebbero cambiare ma è probabile che in futuro si assisterà a mutamenti e nuove alleanze che potrebbero segnare gli equilibri futuri del XXI secolo. Al momento, all'interno di questo conflitto geopolitico tra USA, Russia e Cina, l'UE, dilaniata dalle divisioni interne e alle prese con la crisi e con l'euroscetticismo di molti dei suoi Paesi membri, sembra recitare un ruolo marginale.

 

 

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