Svolta politica in Thailandia, iniziata con le elezioni anticipate di aprile, a un solo anno di distanza dalle precedenti, fermamente volute dal Primo Ministro, Thaksin Shinawatra, per ricercare nel consenso popolare (soprattutto nelle campagne) una nuova legittimazione e una convincente risposta alle critiche mosse soprattutto dall’élite reale e dalla borghesia di Bangkok. L’uomo d’affari Thaksin era da tempo sotto i riflettori, soprattutto della stampa, per la corruzione delle istituzioni e per il conflitto d’interessi generato dal suo impero mediatico, culminato con la vendita di una società di telefonia ad un’industria di Stato di Singapore. Le elezioni tuttavia sono state boicottate dalle opposizioni (riunite sotto il cartello dell’Alleanza Popolare per la Democrazia), e non si trasformano nemmeno nel plebiscito che Thaksin, seppure vincente con il suo partito Thai Rak Thai (“i Thailandesi amano la Thailandia”), si aspettava. Al contrario, la perdita di tre milioni di voti rispetto al 2005 lo spinge a presentare le proprie dimissioni. La situazione degenera presto in confusione istituzionale: in seguito a manifestazioni popolari di protesta, e ad un ammonimento del re Bhumibol, la corte costituzionale in maggio dichiara che le elezioni sono da ritenersi annullate perché incostituzionali e vanno perciò ripetute. Presto la diatriba tra istituzioni e forze politiche si sposta sulla fissazione della data delle nuove elezioni, con il risultato che, in mancanza di un accordo e nella protesta generale, Thaksin continua a guidare il governo dimissionario fino a settembre. Con l’appoggio tacito del re ed approfittando del viaggio di Thaksin a New York per l’annuale sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un colpo di stato incruento (il diciottesimo dal 1932, ma il primo negli ultimi quindici anni) organizzato dai militari porta al potere una giunta di sei uomini guidata dal comandante in capo dell’esercito, Sonthi Boonyaratglin, che nei mesi precedenti aveva criticato l’incompetenza del governo nel gestire la ribellione delle provincie musulmane al confine con la Malaysia. Questo nuovo “Consiglio per la Riforma Politica” annulla quindi la costituzione del 1997, nomina un nuovo governo civile formato da tecnocrati (guidati peraltro dall’ex generale Surayuad Chulanont), cui viene affidato il compito di scegliere un comitato per la stesura di una nuova costituzione, da sottoporre a referendum popolare, seguito da nuove elezioni. Nonostante queste promesse, la giunta militare rimane al potere a Bangkok e non è stata ancora fissata alcuna data per il ritorno del Paese alla democrazia. Thaksin vive ora in esilio.

L’esercito interviene con un colpo di stato, nel gennaio 2007, anche in Bangladesh, per evitare che il forte contrasto tra il partito nazionalista bengalese al governo (guidato da Khaleda Zia) e la Lega Awami (retta da un’altra donna, lo sceicco Hasina Wajed) degenerasse in scontri sanguinosi dopo le elezioni, programmate da tempo per lo stesso mese. I militari intervengono, nel sollievo generale, sulla base di un potere loro riconosciuto dalla costituzione, al fine di porre rimedio al collasso del processo democratico, alla politicizzazione delle istituzioni, e allo spaventoso intreccio tra politica, violenza e affari. Infatti, nel tentativo di truccare le elezioni, il partito nazionalista aveva cercato di occupare tutte le posizioni all’interno di  un governo ad hoc, che secondo la costituzione deve essere invece indipendente ed è chiamato a sostituire il governo uscente, tre mesi prima delle elezioni, per supervisionare il processo elettorale. Questa mossa aveva provocato l’ira della Lega Awami, che aveva deciso di boicottare le elezioni, chiamando a raccolta nelle piazze i propri sostenitori, e provocando scontri con la polizia che hanno fatto più di quaranta morti nel 2006. La politica del Bangladesh, tra i Paesi più corrotti al mondo, difficilmente si libererà delle “due principesse” ereditarie (Zia è vedova di un generale ex-Presidente, mentre Hasina è figlia del leader dell’indipendenza), come vengono chiamate le due leader, tra loro acerrime nemiche. In ogni caso, se si terranno le promesse elezioni nel 2007, chiunque sarà chiamato a governare dovrà fare i conti con le potenti fazioni che controllano le diverse aree del Paese, praticando una politica di patronage che utilizza mezzi legali ed illegali, in un contesto di estrema povertà, di difficili condizioni ambientali (il 40% del Paese si allaga per tre mesi all’anno) e di crescenti episodi di terrorismo di matrice islamica. Perciò cresce nella nazione il consenso attorno alla candidatura del rispettato economista Muhammad Yunus, che dopo avere fondato la banca di microcredito Grameen  e avere vinto il Premio Nobel per la pace 2006, ha fondato un nuovo partito nel marzo 2007.

In India, si sono tenute regolarmente le elezioni per il rinnovo dei parlamenti locali in quattro Stati. Nell’Assam, il Partito del Congresso risulta il partito di maggioranza relativa, con il 32,70% dei consensi. Nel Kerala e nel Bengala Occidentale, invece, vince il fronte di sinistra guidato dal Partito Comunista. Nel Bengala Occidentale, il Partito Comunista ha governato lo stato ininterrottamente negli ultimi trent’anni. Nel Tamil Nadu tradizionalmente la lotta politica si svolge principalmente tra due partiti locali: nel 2006 si è registrata la sconfitta del governo locale, con la vittoria del partito di opposizione, il Dravid Munetra Kazhagam (DMK).

Sembra invece potersi avviare a compimento, sebbene con fatica, il ritorno alla democrazia di un’altra storica monarchia asiatica, il Nepal, dove il re Gyanendra nel 2005 aveva restaurato il potere assoluto, ponendo fine alla breve esperienza di monarchia costituzionale. Nel febbraio 2006, le elezioni locali, in un clima di insicurezza generale, sono state boicottate con successo dai sette partiti costituzionali, e dalla guerriglia maoista, attiva nel Paese dal 1996, e i candidati eletti (dal 20% degli aventi diritto al voto) sono quasi esclusivamente rappresentati da esponenti realisti. In aprile, dopo settimane di proteste popolari, il re, spinto in tal senso da un esercito sempre più demotivato, è stato costretto a riconvocare il parlamento, sospeso da quattro anni. La guerriglia maoista ha, quindi, annunciato il cessate-il-fuoco e si è aggiunta ai partiti nella richiesta di convocazione di un’assemblea costituente. In contrasto con ciò che avviene in Thailandia e in Bhutan, dove il re è popolarissimo, re Gyanendra è ormai talmente privo di credibilità che non è da escludere che la nuova costituzione possa proclamare la fine della dinastia Shah e della monarchia. Successivamente, in giugno, i maoisti e i partiti politici hanno formato un governo di coalizione chiamato a gestire la transizione costituzionale. Secondo i piani, le elezioni per sancire il nuovo corso del Nepal dovrebbero tenersi entro il 2007.

 

 

Una nuova monarchia costituzionale si annuncia in Bhutan, dove in dicembre il re Jigme Singye Wangchuk ha abdicato in favore del figlio, allo stesso tempo promettendo la convocazione delle prime elezioni democratiche del regno himalayano per il 2008. Anche in Kyrgyzstan, il Presidente Kurmanbek Bakiev, giunto al potere in seguito alla “rivoluzione dei tulipani” del 2005, ha ceduto alcune prerogative al parlamento, in cambio della promessa di riuscire a portare a termine il suo mandato (che scadrà nel 2010).

Le altre repubbliche dell’Asia Centrale continuano invece a registrare il rafforzamento di Presidenti autoritari, con riduzione degli spazi democratici. In Turkmenistan, è deceduto il Presidente a vita Saparmurat Niyazov, autodefinitosi “Turkmenbashi” (padre dei turchi) e propugnatore del culto della propria personalità. Malgrado la costituzione in questi casi preveda che, in attesa di nuove elezioni, la carica passi al Presidente del parlamento, quest’ultimo dopo la morte di Niyazov è stato arrestato e Gurbanguly Berdimuhammedov (che si vocifera sia un parente stretto del leader defunto) ha “conquistato” la presidenza nelle elezioni di febbraio 2006, in cui, in assenza di opposizione, ha ottenuto l’89,2% dei consensi.

In Tajikistan, il Presidente Imomali Rahmonov (in carica dal 1994) è stato rieletto in novembre per altri sette anni con il 79,3% dei voti. Non si è trattato di elezioni libere e democratiche, ma il Presidente ha assicurato stabilità (seppure nel perdurare della stagnazione economica) al Paese dopo la fine della sanguinosa guerra civile degli anni ’90. Questa garanzia di stabilità ha tacitato le critiche occidentali contro l’autocrazia del Paese, oggetto peraltro di crescenti attenzioni da parte di Cina, Russia, Stati Uniti e Iran per la sua collocazione geografica strategica, sul fronte della lotta al terrorismo e della competizione per l’ottenimento delle risorse energetiche.

A Singapore, nel maggio 2006, il Partito di Azione Popolare ha vinto le elezioni per la decima volta consecutiva, confermandosi come uno dei più fulgidi esempi di longevità politica, essendo al governo sostanzialmente dal momento dell’indipendenza della città-stato della Gran Bretagna. Il risultato elettorale non è una sorpresa perché il partito, guidato per decenni da Lee Kuan Yew (il padre fondatore di Singapore, propugnatore dei “valori asiatici”) ed ora dal figlio Lee Hsien Loong, ha reso la città-stato una delle nazioni più ricche, efficienti e meno corrotte del pianeta. Il modello-Singapore, caratterizzato dal rigore nel prevenire e reprimere i comportamenti giudicati scorretti e dalla benevolenza nel promuoverne il welfare, sembra pertanto mantenere la propria validità anche nel ventunesimo secolo.

Sull’isola di Taiwan, indipendente di fatto ma da sempre rivendicata dalla Repubblica Popolare Cinese come provincia rinnegata, le elezioni amministrative del dicembre 2006 nelle due principali città del Paese hanno dimostrato la tenuta del partito progressista democratico del Presidente (in carica dal 2000) Chen Shui-Bian, malgrado la crescente insofferenza della popolazione verso la continua enfasi del governo sulla promozione, in chiave independentista, di una distinta “identità taiwanese” nella vita sociale e istituzionale. Infatti, mentre il partito governativo ha dovuto cedere l’amministrazione della capitale Taipei al Kuomintang, partito di opposizione favorevole a un maggior dialogo con Pechino, esso è riuscito a mantenere il controllo dell’importante città di Kaohsiung.

Continua invece l’indebolimento istituzionale nelle democrazie arcipelagiche del Pacifico. Nelle Isole Salomone, la crisi politica e sociale, e la presenza di fazioni etniche armate in lotta tra loro aveva costretto l’Australia ad inviare nel 2003 una forza regionale di peacekeeping. Nel 2006 la situazione è precipitata, invece di risolversi, con le elezioni di aprile, che si sono tenute in un clima di violenza e di saccheggio della capitale, costringendo l’Australia ad inviare nuovamente le proprie truppe. Malgrado la sconfitta della coalizione di governo, infatti, un suo membro, Snyder Rini, riesce in un primo tempo a convincere un sufficiente numero di parlamentari per farsi eleggere Primo Ministro. Dopo una sola settimana, però, alcuni degli stessi parlamentari lo abbandonano, ed in seguito alle sue dimissioni, il meno impopolare Monasseh Sogavare si pone alla testa di un nuovo governo, che ha il gravoso compito di assicurare sicurezza e ricostruzione economica soprattutto dopo gli attacchi contro l’élite commerciale cinese, situazione aggravata in seguito allo tsunami di aprile

Il governo australiano, evidentemente ritenendosi già sufficientemente coinvolto con le proprie forze armate nelle missioni di peacekeeping nell’area, si rifiuta di intervenire militarmente nelle Fiji, dove in dicembre il generale Frank Bainimarama, comandante delle forze armate, ha guidato un colpo di Stato contro il governo legittimo del Primo Ministro Laisenia Qarase, appena rieletto in seguito alle elezioni parlamentari di maggio 2006. L’origine dei precedenti colpi di Stato nel Paese era da fare risalire alla tensione etnica tra i nativi (55% della popolazione) e i discendenti degli Indiani (40% degli abitanti), portati dagli inglesi per lavorare nelle piantagioni. In questo caso, lo schema non si applica perché, se è vero che l’esercito è prevalentemente composto da nativi fijani, allo stesso modo il partito di Qarase aveva conquistato l’80% dei voti dei nativi, e contro tutte le aspettative aveva formato un governo di coalizione con il partito laburista, che a sua volta aveva ottenuto l’81% dei consensi degli indiani. Il colpo di Stato viene giustificato ufficialmente per porre fine ad una presunta incapacità dei legislatori a rispondere alle esigenze di ordine, legalità e rispetto delle forze armate, ma appare in realtà più determinato dai dissapori, anche di carattere personale, tra Bainimarama e Qarase.

Giuseppe Gabusi

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