Il continente africano è considerato una delle aree a maggior instabilità politico-militare a livello globale. Crisi politico-istituzionali, colpi di Stato militari, guerre civili e conflitti intra-statuali sono stati una costante dall'epoca dell'indipendenza.

Durante gli anni Novanta e nei primi anni del nuovo Millennio vi furono fino a 17 conflitti armati, interni o interstatuali, alcuni dei quali fecero un numero di vittime elevato e si protrassero nel corso degli anni. La guerra civile somala, il genocidio ruandese, il conflitto interno scoppiato nelle regioni orientali dell'ex Zaire e divampato a livello regionale sono solo alcuni dei più emblematici conflitti che caratterizzarono questo periodo.

L'impatto dei conflitti fu elevato sia in termini di numero di vittime (il continente africano è stata la regione con il maggior numero di vittime di conflitto al mondo, fino al 90% del totale mondiale), che di costi economici. Si stima infatti che tra il 1990 e il 2005, i costi dei conflitti in Africa subsahariana in termini di mancata crescita del PIL siano stati poco meno di 300 miliardi di dollari statunitensi, equivalenti a circa il totale degli aiuti allo sviluppo ricevuti dai donors internazionali nello stesso periodo.

Nell'ultimo decennio il continente africano ha sperimentato una fase di ripresa economica e commerciale alla quale, tuttavia, non fanno da riscontro risultati altrettanto positivi in termini di sicurezza, con una situazione che rimane altamente critica in alcune aree del continente (Figura 1).
Se molti dei paesi che hanno vissuto i conflitti più lunghi e cruenti del passato sembrano avviati verso una stabilità definitiva (come nel caso del Mozambico) o dove il rischio del riesplodere di conflitti sembra per il momento lontano (come nei casi della Sierra Leone, della Liberia e dell'Angola), altri paesi hanno visto l'emergere di nuove crisi (si pensi al conflitto in Costa d'Avorio). Inoltre, situazioni di insicurezza e instabilità di lunga data non sono ancora giunte a soluzione (in Somalia e nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, per citare gli esempi più noti). Infine, è sempre più avvertita la diffusione della conflittualità di tipo religioso, sia per l'intensificazione di vecchie tensioni locali (si veda il caso della Nigeria), sia per la diffusione del radicalismo islamico e del terrorismo ad esso collegato (Al Shabaab in Somalia, Al Qaeda per il Maghreb Islamico nel Nordafrica e Sahel).  

Caso emblematico della difficoltà del continente di garantire pace e stabilità al suo interno è quello dei due Sudan. Se la proclamazione dell'indipendenza del Sud Sudan dal resto del paese, raggiunta nel luglio 2011 dopo lunghi anni di trattative diplomatiche e un referendum plebiscitario, aveva fatto credere alla possibilità della fine della conflittualità ed a un futuro pacifico, lo stato di tensione (se non di guerra vera e propria) sviluppatosi tra i due paesi nel corso dei mesi successivi ha raffreddato gli entusiasmi, riportando ad una realtà di difficile sistemazione. Questioni etniche locali, dinamiche politiche, sfruttamento delle risorse economiche (petrolio, terra e acqua) e lungo retaggio delle passate guerre civili si sovrappongono  e assieme all'instabilità regionale creano un mix intricato, al quale è difficile trovare una soluzione unica.

In effetti, la natura attuale dei conflitti in Africa mette in evidenza la prevalenza dei conflitti intra-statuali e di un basso ma diffuso e persistente livello di instabilità e insicurezza (Figura 2), che solo per periodi brevi raggiunge un'intensità elevata.
Si tratta di situazioni difficili da gestire, sia per i governi nazionali che per gli organismi regionali ed internazionali che si occupano del mantenimento della pace e della sicurezza. 
Negli ultimi anni è stato sicuramente profuso uno sforzo significativo da parte dei paesi africani e delle istituzioni regionali di cui fanno parte (a iniziare dall'Unione Africana) nello svolgere un ruolo effettivo ed efficace nella prevenzione e nel ripristino della pace e della sicurezza.

La nascita ed entrata in funzione del Peace and Security Council dell'Unione Africana e del suo strumento operativo, la African Standby Force, sono gli aspetti principali di un processo iniziato alla fine degli Anni Novanta e tuttora in fase di sviluppo. I risultati sino ad oggi raggiunti, benché significativi, appaiono ancora insufficienti. Molto dipenderà dalla reale volontà politica di integrazione da parte dei paesi africani, spesso apparsi più interessati a garantirsi propri spazi di influenza regionale che a evitare l'esplosione di conflitti. Inoltre, un ruolo centrale spetta alla comunità internazionale, Stati ed Organizzazioni, che negli ultimi anni hanno sviluppato varie forme di aiuto e sostegno all'Unione Africana ed ai suoi paesi nel campo della sicurezza (si pensi alle iniziative dell'Unione europea o alla creazione dell'African Command da parte degli Stati Uniti) ma che continuano ad apparire più interessati allo sviluppo di iniziative economiche e commerciali, dimenticando che senza una reale pacificazione e stabilizzazione del continente, il futuro dell'Africa non potrà essere garantito.  

 

 

Notizie migliori sembrano giungere dalla politica. Il panorama africano appare ancora fortemente variegato e caratterizzato da diverse realtà. L'autoritarismo, principale forma di governo fino agli anni Novanta, non è ancora stato sconfitto o in alcuni casi, se non palese nella forma, persiste nella prassi politico-istituzionale di paesi in cui i processi elettorali e la gestione del potere mancano di trasparenza e subiscono le influenze di gruppi di potere vecchi e nuovi.

Tuttavia, in molti Stati africani è iniziato o si è affermato un processo di democratizzazione e rafforzamento delle istituzioni che ha permesso ai governi ed alle leadership di questi paesi di far fronte alle numerose sfide sociali ed economiche garantendo la necessaria e indispensabile stabilità politica (Ghana e Botswana sono due degli esempi più noti). Sviluppo della good governance, lotta alla corruzione ed al clientelismo, apertura al dialogo con la società civile hanno permesso una migliore gestione della cosa pubblica e l'assorbimento, almeno in parte, delle tensioni interne.

Il settimanale "The Economist", nella sua pubblicazione annuale "Democracy Index" ha inserito 10 paesi dell'Africa subsahariana tra le democrazie compiute o imperfette, associandoli a gran parte dei paesi europei (ad esempio, Mauritius, Capo Verde e Sud Africa hanno un punteggio migliore dell'Italia o della Francia).
Se circa la metà dei paesi della regione sono considerati regimi autoritari, undici paesi hanno regimi "ibridi" e alcuni di loro stanno attraversando una transizione verso la democrazia (Figura 3). 

Misurare i livelli di governance nei paesi africani (Figura 4) è l'obiettivo dell'Ibrahim Index della Mo Ibrahim Foundation che, a tale scopo, utilizza una cinquantina di indicatori suddivisi in quattro categorie (Sicurezza e Stato di Diritto, Partecipazione politica e diritti umani, Opportunità economiche sostenibili e Sviluppo umano).

Oltre ai piccoli Stati insulari ed alle enclave come il Lesotho, tra i primi posti dell'indice risultano alcuni dei paesi che nel corso degli ultimi decenni hanno mostrato la maggior stabilità politico-istituzionale, come Botswana, Sud Africa, Namibia e Ghana, assieme all'assenza di conflitti armati.

Agli ultimi posti  invece si trovano quei paesi più lungamente e duramente colpiti dalla conflittualità armata (Somalia, Sudan, Repubblica Democratica del Congo...). Questi stessi paesi tuttavia sono quelli che nell'ultimo decennio hanno manifestato un crescente miglioramento, proprio una volta terminate o limitate la conflittualità armata e l'instabilità interne (Figura 5).

Un  altro dei fattori che maggiormente vengono considerati in relazione allo sviluppo politico della regione è quello della diffusa corruzione e del clientelismo nelle istituzioni e nelle principali attività economiche.
Gran parte del continente africano continua effettivamente a soffrire di questo "male", spesso collegabile alla cosiddetta "Sindrome delle risorse" (Resource curse), ossia  l'influenza negativa che la presenza di ingenti risorse naturali economicamente sfruttabili avrebbe sulle leadership politiche ed economiche dei paesi africani nello stimolare forme di predazione istituzionalizzate, corruzione e in definitiva malgoverno.

Se si prende in considerazione il "Corruption perception index" redatto da "Transparency International" nel 2011, in fondo alla classifica mondiale possiamo trovare Stati tra i più ricchi di risorse naturali (soprattutto idrocarburi e materie prime minerarie)  come la Libia, la Nigeria, l'Angola, i due "Congo", il Niger, le "Guinee" e la Costa d'Avorio, per citarne alcuni (Figura 6).

Esistono casi in controtendenza:  lo stesso report mette in evidenza come alcuni abbiano visto migliorare i livelli di corruzione percepita nel corso degli anni e come essi attualmente occupino posizioni di medio livello nel ranking internazionale, spesso davanti ad alcuni paesi considerati più sviluppati dal punto di vista politico ed economico come quelli dell'Unione Europea (davanti all'Italia, ad esempio vi sono ben otto paesi africani, e davanti alla Grecia undici, mentre il Botswana ha un livello uguale a quello di Spagna e Portogallo).

                                                        Aldo Pigoli

                                                 

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

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