Inverno, tempo di pellicce e di polemiche sulle pellicce. Il nuovo Trattato Europeo firmato il 13 Dicembre 2007 a Lisbona ha recepito, su proposta dell'Italia, un importante principio.Gli animali sono a tutti gli effetti da considerare esseri senzienti da tutelare nel rispetto della loro natura e non solo in base all'impatto che la loro sofferenza può provocare al comune sentimento umano.

Gli animalisti e gli allevatori e produttori sono, comunque, assestati su posizioni inconciliabili, gli uni convinti che gli animali abbiano dei diritti, gli altri che ci si debba limitare al mantenimento del loro benessere all’interno degli allevamenti. Le posizioni delle due parti si sono contrapposte, già in passato, su diversi temi. Negli anni ottanta la campagna contro le pellicce, che in vario modo ha interessato tutti i paesi avanzati, si concentrava soprattutto sulla denuncia dell'uso delle trappole; i pellicciai, dal canto loro, dichiaravano di trattare esclusivamente pellicce di allevamenti in cui gli animali vivevano spensierati. Oggi la controversia si è spostata sugli allevamenti intensivi che producono milioni di capi, dove gli animali da pelliccia stanno ancora peggio di quelli destinati alla macellazione per l'alimentazione umana, privi degli ampi spazi per vivere di cui necessitano. Sono infatti costretti in piccole gabbie, il che li porta a comportamenti stereotipati e ossessivi. Si stima che ogni anno nel mondo vengano uccisi negli allevamenti o catturati con trappole circa 30 milioni di visoni, ermellini, volpi, zibellini, scoiattoli, lontre e castori, solo per citare le razze più ricercate (Figura 1).

La campagna contro l’uso delle pellicce per evitare la violenza contro gli animali ha avuto effetti variabili da continente a continente, ma ha determinato alcuni importanti mutamenti nel costume dei paesi ricchi, facendo molta presa sopratutto nel Centro-Nord Europa, tanto che la Germania ha ceduto ben presto all'Italia il primo posto in Europa come consumatrice di pellicce. Ha suscitato scandalo la scoperta di allevamenti che adottavano metodi barbari di gestione e uccisione: dalla camera a gas alla rottura delle ossa cervicali, dalla corrente elettrica ai colpi sul muso e sulla nuca, vere e proprie esecuzioni che ponevano fine a brevi vite fatte soltanto di sofferenza, stress e privazioni. Inoltre è stato accertato l'impiego clandestino delle pelli di cani e gatti, tenuto nascosto grazie ad un sistema fuorviante di etichettatura dei capi.

Il mercato delle pellicce ha subito quindi un forte rallentamento, sia grazie alle battaglie animaliste che sono riuscite a sensibilizzare le generazioni più giovani, sia a causa di errori strategici dei produttori che hanno sottostimato il valore di status symbol di questo oggetto di lusso, lanciando prodotti più economici che non hanno avuto successo. La produzione mondiale complessiva ha subito un vero e proprio crollo, passando da 48 milioni di animali nel 1988 a 29 milioni nel 1999 (Figura 2).
Le legislazioni di molti paesi sono diventate più severe (Figura 3), sebbene pochi  abbiano scelto di abolire gli allevamenti, ma spesso, come in Italia, si sono poste in essere condizioni così rigorose da renderli antieconomici, prefigurandone una progressiva scomparsa in considerazione di una dura

condanna sia etica che scientifica. Infine, i cambiamenti climatici, con una serie di inverni miti, hanno portato a una limitazione dell’uso delle pellicce.

Il settore della pellicceria ha però variato la sua strategia negli ultimi anni, puntando su accessori e inserti per guanti, colletti, cappelli, giocattoli e altri capi di vestiario, non sempre etichettati a dovere.  Una parte consistente della produzione è stata delocalizzata in Cina che, grazie all'assenza di regole e vincoli, è diventata la più grande produttrice ed esportatrice al mondo di pellicce e di manufatti in pelliccia con una crescita vorticosa, difficile da quantificare, permettendo così ai produttori europei e americani di eludere le restrittive norme interne e in più di risparmiare sulla mano d'opera. Recenti indagini condotte da Swiss Animal Protection e EAST International hanno portato alla luce orrori inimmaginabili all'interno degli allevamenti di animali da pelliccia, compresi cani e gatti, in Cina, ma anche in Romania e in altri paesi dell'Est.

L'intera filiera, dall'inseminazione artificiale ai servizi post-produzione, tende a spostarsi in Cina; nel 2004 il valore del suo commercio ha raggiunto i due miliardi di dollari statunitensi; l'Unione Europea resta comunque la principale consumatrice. L'attività cinese comprende sia aziende a conduzione familiare che aziende di medie dimensioni, a volte finanziate da investimenti esteri, al fine di ottenere un sicuro e controllato approvvigionamento di pelli verso l'Occidente.

I risultati per l'industria sembrano positivi. Stando ai dati forniti dal sito internet dell'International Fur Trade Federation (IFTF), curiosamente aggiornati al 2002, il settore sarebbe in ripresa rispetto ai problematici anni 90; le vendite di pelli nell'Unione Europea sono salite da 3936 milioni di dollari nel 1998/99 a 4652 milioni di dollari nel 2001/02 (ma sono di nuovo in lieve calo l'anno seguente). In Italia (Figura 4) il consumo di pellicceria a valore wholesale, ottenuto deducendo dalla produzione le esportazioni e sommando le importazioni è di 860 milioni di euro nel 2006, pari al 14% in più rispetto al 2005. La previsione del 2007 è di circa 900 milioni, pari ad un incremento del 5%.  Gli allevamenti negli stati membri sono 6500 e le imprese coinvolte nel processo produttivo circa 40.000, la maggioranza in Danimarca, Finlandia e Olanda.

Gli allevatori occidentali, ora che il loro macabro sistema produttivo si è dunque localizzato in gran parte dove gli occhi non vedono, sostengono fieri di garantire elevati standard di benessere agli animali e di svolgere un'importante funzione socio-economica. Purtroppo le molte testimonianze reperibili sui siti di associazioni animaliste mostrano scene difficili da difendere e di una crudezza tale da gettare ombre sul grado stesso di sviluppo della nostra civiltà; il che si inquadra in una tendenza di lunga data in cui l’interesse economico e i bisogni alimentari si accompagnano a crudeltà gratuite, a una visione miope che porta alla riduzione della biodiversità. 

In questo contesto, la domanda non è se gli animali hanno un’anima, ma se gli esseri umani ce l’hanno ancora; e, qualora non l’avessero più, se almeno sono forniti di intelligenza lungimirante.

                                                   Luca Deaglio

 

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