Gli applausi tributati  a Bush durante la rievocazione degli attentati dell'11 Settembre ben simboleggiano le grandi difficoltà finora incontrate da Obama nel mettere in atto quei programmi che avevano sedotto l'America e il mondo e il netto calo di consenso pubblico del Presidente all'interno della sua nazione.

Oltre alle numerose e importanti  concessioni ai Repubblicani nel piano di riduzione del deficit e del debito per evitare il default, alla scarsa efficacia delle misure di politica monetaria e finanziaria e a una politica fiscale che non ha contribuito a creare i posti di lavoro auspicati, Obama si è attirato numerose critiche anche nel campo della politica ambientale, che sembrava poter essere una delle migliori frecce al suo arco.

A partire dalla gestione tutt'altro che impeccabile delle conseguenze del disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel golfo del Messico, l'amministrazione è accusata da più parti di aver ceduto alle pressioni delle lobbies industriali ed ai ricatti dei Repubblicani, in maggioranza nel Congresso.
Particolare scalpore negli ambienti "ecologisti"  ha destato la richiesta di Obama all'Environmental Protection Agency (Epa) di ritirare gli Ozone National Ambient Air Quality Standards che dovevano proteggere gli americani dall'inquinamento atmosferico.

Ma dal punto di vista mediatico la questione più scottante si sta rivelando quella relativa all'estensione dell'oleodotto Keystone XL, che dovrebbe trasportare il petrolio proveniente dalle sabbie bituminose (le cosiddette tar sands) dell'Alberta, nel Canada sud-occidentale, (circa 500.000 barili al giorno per 2.700 chilometri), fino alle raffinerie del Texas. Costo dell'opera, 7 miliardi di dollari.

Per fermare Keystone XL, è stata  lanciata da  numerose associazioni ambientaliste la campagna Tar Sand Action, culminata con la protesta durata una ventina di giorni, tra fine Agosto e inizio Settembre,  che ha portato migliaia di attivisti davanti alla Casa Bianca per manifestare contro il super-oleodotto. Oltre 1200 persone si sono fatte  arrestare volontariamente per resistenza non violenta, invadendo il prato antistante la residenza presidenziale, fra le quali l'attrice Daryl Hannah e il celebre climatologo James Hansen, al fine di fare pressione su Obama.

La manifestazione è stata definita come "il più grande episodio di disobbedienza civile in questo secolo su questo continente"; la decisione finale sulla costruzione di Keystone XL arriverà entro la fine dell'anno, ma dalla burocrazia per ora non è giunto alcuno stop e il progetto è considerato "a basso impatto ambientale" dal Dipartimento di Stato, che sta anche dando inizio alla procedura per stabilire se la costruzione dell'oleodotto sia un'opera di interesse nazionale per gli Stati Uniti. 

L'autorizzazione finale dovrebbe giungere dall'amministrazione Obama entro il prossimo novembre ed è necessario  il permesso del Dipartimento di Stato stesso, in quanto trattasi di un progetto transfrontaliero.

Con i suoi 3400 chilometri, il già esistente Keystone Pipeline System è uno degli oleodotti più lunghi del Nord America (Figura 1), trasportando petrolio dai depositi di sabbie bituminose nell'Alberta settentrionale fino all'Illinois e all'Oklahoma.

La nuova aggiunta di ulteriori 2700 chilometri, il Keystone XL (noto anche come Keystone Expansion), dovrebbe congiungere i terminali e le raffinerie sulle coste del Texas con le tubature già esistenti in Kansas ed Oklahoma e accorciare il percorso con un nuovo condotto che attraverserebbe Montana, Dakota e Nebraska, permettendo agli Stati Uniti di accrescere la capacità di raffinare sabbie bituminose di oltre un milione di barili al giorno (Figura 2).

I punti di vista sull'utilità dell'opera sono però tutt'altro che concordi. Secondo TransCanada, la compagnia proprietaria dell'oleodotto, Keystone XL ha un impatto ambientale assolutamente trascurabile e allo stesso modo la pensano i deputati repubblicani che fanno pressioni per sbloccarne la costruzione.
Di  tutt'altro parere le associazioni ambientaliste, che citano uno studio dell'University of Nebraska secondo il quale il progetto potrebbe dare luogo ad oltre un centinaio di fuoriuscite di petrolio in 50 anni di vita, dato che nel tratto esistente sono già state registrate 16 perdite da quando è stato inaugurato un anno fa.

Ma l'opposizione, oltre che all'oleodotto in sè, si rivolge  all'uso stesso del petrolio proveniente dalle sabbie bituminose, ottenuto con un processo che non prevede l'estrazione dai pozzi: bisogna invece strizzarlo fuori dalla sabbia che ne è impregnata, trasformando il paesaggio in una sorta di enorme cava a cielo aperto (Figura 3). E' necessario inoltre pompare vapore nel giacimento per separare gli idrocarburi da tutto il resto ed eseguire quindi altri passaggi di raffinazione con l'impiego e l'inquinamento di grandi quantità d'acqua e un consumo di energia che comporta emissioni di anidride carbonica tre volte più alte rispetto all'uso del petrolio "normale". L'intero procedimento avrebbe complessivamente costi ambientali quattro volte maggiori di quelli delle normali estrazioni, con rischi di contaminazione per nove stati americani.

Il petrolio canadese, le cui riserve sono stimate inferiori solo a quelle dell'Arabia Saudita e del Venezuela(Figura 4), è in larga parte estratto da sabbie bituminose; ovviamente il Canada sostiene la propria industria, esaltando le tar sands come "la nuova fonte del petrolio" e rimarcando la maggiore "eticità" del suo petrolio in quanto proveniente da un paese democratico in contrapposizione a quello più "compromesso" dei paesi arabi. L'oleodotto ridurrebbe inoltre la quantità di greggio trasportato con le navi.

Un ulteriore implicazione evidenziata dagli analisti finanziari è che, se gli Usa bloccassero il progetto, i cinesi sarebbero pronti a  subentrare.  Recentemente, infatti,  China National Offshore Oil Corp. ha già acquistato la compagnia petrolifera canadese Opti per 2,1  miliardi di dollari  e altre compagnie potrebbero intervenire e decidere di creare propri oleodotti e terminali sulla costa canadese del Pacifico.

La questione resta dunque aperta, stante l'apparentemente insanabile contrapposizione tra gli interessi economici e industriali e quelli di chi non rifiuta il progresso, ma preferirebbe un nuovo modello di sviluppo, indirizzato verso progetti meno costosi, più sostenibili dall'ambiente e più vicini ai reali interessi delle popolazioni, non diversamente da quanto avviene qui da noi in Italia, con l'ormai annosa vicenda del TAV in Val di Susa.

                                                   Luca Deaglio

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