La Nato (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), è l’istituzione internazionale che ha dato concreta attuazione al Patto Atlantico (Figura 1): questo, firmato nel 1949 da Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Portogallo, Italia, Norvegia, Islanda e Danimarca, costituiva una “alleanza difensiva“ volta innanzitutto a garantire – sopratutto grazie al primato atomico USA – la sicurezza dei paesi europei di fronte alla prospettiva di un possibile attacco sovietico.

In tal senso, la creazione della Nato ha segnato il passaggio, immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, da una visione “universalistica” del sistema internazionale, incarnata dall’ONU, alla presa d’atto della divisone del globo in due blocchi contrapposti. Insieme al Patto di Varsavia, la Nato ha rappresentato infatti l’espressione più vivida della contrapposizione bipolare (Figura 2) della Guerra fredda: non solo fra due alleanze militari, ma anche fra due concezioni politiche ed economiche opposte ed inconciliabili.

“Lancia e scudo dell’Occidente”, la Nato è stata lo strumento che ha consentito, pur in una pericolosa alternanza tra fasi di distensione e di riarmo, di mantenere per quasi quarant’anni un fragile “equilibrio del terrore” fra i blocchi egemonizzati dalle due superpotenze nucleari.

A partire dal 1989, con la progressiva implosione del blocco sovietico la Nato ha visto venir meno la ragione principale della sua creazione, se non della sua stessa esistenza. Improvvisamente “senza nemico”, l’Alleanza ha quindi intrapreso un lungo cammino di trasformazione, tuttora in corso, che ne ha mutato il ruolo, le priorità strategiche, la composizione. In particolare, questa evoluzione può essere colta a partire da due prospettive: i nuovi compiti e l’allargamento. 

Per quanto riguarda il primo aspetto si possono evidenziare due fasi. La prima, negli anni novanta, è quella legata al coinvolgimento della Nato nelle crisi balcaniche. Con l’intervento in Bosnia (1993) e in Kossovo (1999), la Nato ha infatti reso esplicito il superamento di un ruolo puramente difensivo (Figura 3) in favore di un approccio maggiormente attivo, e più ampio, al problema della sicurezza. Come questi primi interventi “Out of Area” – al di fuori dal territorio dei paesi membri – hanno dimostrato, il problema della Nato in questa sua nuova veste non è più tanto quello di “vincere la guerra”, data la disparità delle forze in campo, ma piuttosto quello di “vincere la pace”: peace-enforcing, peace-keeping e state-building sono le parole chiave che definiscono il nuovo, difficile ruolo dell’Alleanza nel complesso scenario post-bipolare.

Con gli attentati dell’11 settembre 2001 si apre una seconda fase. Per la prima volta nella sua storia, la Nato è infatti chiamata a rispondere direttamente all’attacco diretto contro uno dei suoi membri
(vedi articolo 5 - Figura 1 -).

La scelta degli Stati Uniti di agire in modo autonomo, attaccando l’Afghanistan, se da un lato ha avuto l’effetto di marginalizzare la Nato e di alimentarne le tensioni interne, dall’altro ha contribuito ad accelerarne la trasformazione. A partire dal vertice di Praga (2002), con la semplificazione della struttura di comando e la creazione di una forza di reazione rapida, la Nato si è attrezzata per rispondere alle sfide del nuovo scenario internazionale, prime fra tutte quelle poste dal terrorismo fondamentalista e dagli ‘Stati falliti’.

Questa evoluzione strategica dell’Alleanza è strettamente intrecciata al processo di allargamento. Già nel 1994, attraverso iniziative di cooperazione con paesi non-membri, come la Partneship for Peace e il Mediterranean Dialogue, la Nato aveva segnalato l’intenzione di allargare la propria sfera di influenza e potenziale inclusione, aprendosi al dialogo ed alla collaborazione con la Russia e i suoi ex satelliti. La svolta vera e propria si verifica nel 1999, quando  Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, solo dieci anni prima membri del Patto di Varsavia, entrano a far parte dell’Alleanza. In parallelo all’allargamento dell’Ue, il 2004 vede poi l’ingresso di Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia Ungheria, Romania, Slovenia (Figura 4).

L’intersecarsi delle due dimensioni di questa evoluzione della Nato, con le difficoltà e le tensioni che  comporta, è emerso con chiarezza al vertice di Bucarest del 2-4 Aprile 2008 (Figura 5). Se da un lato il perfezionamento del futuro ingresso di Croazia ed Albania è sembrato rispecchiare un consenso condiviso sull’allargamento dell’Alleanza verso i Balcani (a parte il caso della Macedonia), dall’altro la proposta USA di aprire a Ucraina e Georgia ha chiaramente irritato la Russia e creato perplessità nei partner europei, che hanno preferito deferire la questione al prossimo vertice. Tale prospettiva va infatti considerata contestualmente ad un’altro progetto USA, quello di costruzione del discusso ‘scudo spaziale’: un sistema antimissilistico che, installato in Polonia e Repubblica Ceca, dovrebbe proteggere USA ed Europa da possibili attacchi nucleari da parte di ‘Rogue States’. Se per alcuni versi questo sviluppo appare in linea con la recente evoluzione strategica dell’Alleanza, per altri non si può negare che il possibile corollario di tale proposta – la riduzione anche del potenziale deterrente russo – ne fa una questione dirompente e cruciale. In tale contesto, va poi inserita anche la questione dell’Afghanistan, dove la Nato è impegnata a gestire la tormentata fase post-conflitto per la quale gli USA chiedono con insistenza un maggiore impegno da parte degli altri Stati membri. È proprio in Afghanistan che la Nato è infatti chiamata a dare una prova convincente della sua rinnovata utilità ed efficacia, mostrando al tempo stesso di poter superare le tensioni che l’attraversano per diventare lo strumento di una proficua collaborazione tra “Occidente” ed “il resto”, in primis la Russia.

                                                    Enrico Fassi

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