La notizia comunicata dai ricercatori del National Snow and Ice Center in Colorado a fine 2012 ha allarmato tutti, non solo gli addetti ai lavori nell'ambiente scientifico.

Il ghiaccio dell'Artico si sta sciogliendo a un ritmo superiore alle più pessimistiche previsioni. Nel periodo estivo la superficie coperta da ghiaccio si è ridotta di oltre il 45% rispetto alla già preoccupante media 1979-2000 (Figura 1).

Lo scorso anno sono stati persi 3,41 milioni di Km quadrati, il valore più alto da quando all'NSIDC sono in atto le rilevazioni satellitari. E la tendenza (Figura 2è di un costante calo (-2,9% lo scorso mese di febbraio) con una riduzione complessiva di oltre 1,57 milioni di km quadrati sulla media delle registrazioni dal 1979 al 2013 e un aumento medio della temperatura del permafrost di 2°C (Figura 3).

Se gli effetti del global warming continueranno con questa intensità, tra il 2030 e il 2050 nella stagione estiva non ci sarà più ghiaccio al Polo Nord (Figura 4).
I cambiamenti climatici nel Mar Glaciale Artico implicano rilevanti conseguenze geopolitiche, oltre che ambientali, e non solo per i paesi rivieraschi.

Contenziosi sulla territorialità degli specchi di mare, che a breve diventeranno accessibili per lunghi periodi dell'anno, e la rideterminazione delle zone economiche esclusive, rivendicazioni di diritti di passaggio per nuove rotte commerciali e diritti di trivellazione ed estrazione di risorse minerarie ed energetiche che il sottofondo marino custodisce e che, secondo le stime dell'US Geological Survey, rappresentano il 22% delle riserve mondiali saranno, verosimilmente, le future controversie dell'agone internazionale (Figura 5).

Dispute di vecchia data potrebbero acuirsi ad esempio per la sovranità della dorsale di Lomonosov tra Russia, Danimarca e Canada e della dorsale di Mendeleev.
La Russia il prossimo anno presenterà all'Onu il dossier con le proprie pretese artiche, infatti, le risorse energetiche custodite nel sottofondo marino costituiscono una rendita strategica per Mosca, rappresentando l'11% del pil e il 22% delle esportazioni, anche se il petrolio artico è decisamente costoso ma, per attrarre capitale estero e incentivare le ricerche, la Russia ha ridotto la tassazione delle operazioni di esplorazione, estrazione e produzione nel Circolo polare Artico.

Le difficoltà tecniche di estrazione hanno bisogno di appropriato know-how e d'ingenti investimenti che potrebbero favorire la nascita di nuove joint-venture, compartecipazioni che potrebbero favorire la cooperazione tra società petrolifere di alcuni paesi rivieraschi e non solo, favorendo in prospettiva futura una via economica e una mediazione diplomatica nella risoluzione delle controversie territoriali.

Il colosso russo Rosneft a fine gennaio ha ottenuto nuove licenze per esplorare 12 aree nel mare di Barents (giacimenti di Fedynskij e Zentralno-Barentsevskij), non lontano dalle acque norvegesi dove anche l'ENI ha un'importante quota (33,3%) nella joint-venture, siglata giusto un anno, fa per l'estrazione di petrolio e gas. Complessivamente le riserve stimate sono pari a 36 miliardi di barili e l'investimento russo nella regione dell'Artico orientale si aggira attorno a 50-70 miliardi di dollari con importanti contratti già stipulati con le compagnie cinesi Cnrc, Sinopec e Cnooc per lo sviluppo di piattaforme nel mare di Pečora e di Barents, oltre a quelli già siglati con l'americana ExxonMobil e la norvegese Statoil per il giacimento Shtokman con riserve stimate di gas condensato pari a 4 miliardi di metri cubi.

 

 

Nel recente documento "Strategia di sviluppo della zona dell'Oceano Artico della Federazione Russa e garanzia della sicurezza nazionale fino al 2020" Vladimir Putin ha delineato gli orientamenti strategici russi alle più alte latitudini.
Il Presidente russo sostiene la necessità di rivedere i confini delle acque territoriali della Russia riservandosi, benché riconosca lo status di neutralità del Mar Glaciale Artico, tutti i mezzi a disposizione, anche militari, per garantire gli interessi russi nella Regione.

Non si parla ancora apertamente di militarizzazione dell'Artico, ma già nel 2007 la Russia diede prova del suo fermo interesse piantando la propria bandiera sul fondale del Polo Nord e nello stesso anno riattivò il pattugliamento navale e aereo. Entro quest'anno installerà una base di caccia intercettori nelle isole di Novaja Zemlja.

Inoltre, sta realizzando basi permanenti di attracco lungo la rotta del passaggio a Nord-Est e incrementando le capacità logistiche del porto di Arkhangelsk nel mar Bianco per accogliere la Brigata Artica oltre a ultimare i test per i sottomarini della classe Borej e del missile balistico Liner, ma anche il Canada, che a maggio sostituirà la Svezia alla presidenza del Consiglio Artico, ha interesse a proteggere le proprie rendite territoriali e commerciali ed ha annunciato la costruzione di una base militare nell'isola di Cornwallis.

L'Artico, essendo un mare, è sottoposto alla Convenzione di Montego Bay; i paesi che vi si affacciano nel 1996 hanno dato vita, con la dichiarazione di Ottawa, al Consiglio Artico, di cui fanno parte Canada, Danimarca, Finlandia,Islanda, Norvegia, Federazione Russa, Stati Uniti, e Svezia.

Anche altri paesi tra cui Cina, Italia, Giappone e Corea del sud per motivi scientifici e geopolitici aspirano a diventare paesi osservatori permanenti nel Consiglio Artico.

La Cina, ad esempio, ha una stazione di ricerca e ha compiuto diverse missioni di ricerca con navi rompighiaccio oltre ad aver stipulato importanti contratti con società petrolifere russe.

Far parte del club di Ottawa potrebbe risultare fondamentale per l'economia di Pechino. Oltre alla diversificazione dell'approvvigionamento energetico si garantirebbe una più rapida e sicura rotta commerciale. In estate potrebbe raggiungere direttamente l'Europa con la rotta Shanghai-Amburgo anziché passare per lo stretto di Malacca e il canale di Suez.

Con lo scioglimento dei ghiacci la corsa all'Artico è iniziata e riproporrà il Polo Nord come nuova area pivot della strategia mondiale.
I passaggi polari, collegando l'oceano Atlantico al Pacifico (Figura 6), riducono le distanze longitudinali tra i continenti creando nuovi canali spazio-temporali per i trasporti marittimi con conseguenti risparmi economici e implicazioni geopolitiche.

Forse rivedremo il pianeta rappresentato da carte con proiezioni stereografiche polari, mentre le future forti rendite energetiche potrebbero rafforzare le pretese espansionistiche dei sostenitori delle teorie eurasiste russe.

                                    Giacomo Mangano

                                                       

                                                 

                                                   

                                      

 

 

 

 

 

                                                

 

                                                 

Commenti