Il volume della manodopera internazionale - e cioè di chi è fuori dal proprio paese di nascita o di cittadinanza da oltre dodici mesi - ha negli ultimi venti anni segnato tassi di crescita e raggiunto in termini assoluti valori di rilievo, tanto da rappresentare nel 2004 il tre per cento della forza lavoro mondiale.

Il fenomeno della migrazione internazionale, per nulla nuovo nella storia dell'uomo, è oggi uno dei fattori più importanti che influenza le relazioni economiche tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo.

Semplificando si può distinguere tra paesi destinatari dell'immigrazione (receiving countries , quelli industrializzati e quelli del Medio Oriente), che vorrebbero aumentare la regolamentazione, in alcuni casi limitandoli, dei flussi in entrata, e i paesi 'mittenti' (sending countries) dell'emigrazione (maggior parte dei Paesi in via di Sviluppo) beneficiari fino allo scorso anno di un crescente flusso di rimesse. (Figura 1Figura 2)

Le rimesse, che contribuiscono all'aumento delle entrate (e degli standard di vita) di molte famiglie in Africa, America Latina e Asia, sono un'importante fonte di finanza esterna per i paesi in via di sviluppo: in molti di questi paesi infatti superano per dimensioni gli aiuti allo sviluppo, gli investimenti diretti esteri e i flussi di portafoglio (Figura 3).

La misurazione economica della migrazione offre un quadro parziale di un fenomeno multidimensionale, che, sia per le cause sia per gli effetti, ha implicazioni politiche, sociali, di sicurezza, di diritti umani, di identità nazionale non trascurabili. Tuttavia, in assenza di una metodologia che ne misuri e valuti in modo comprensivo tutte le manifestazioni, la teoria economica è il principale riferimento per analizzarne i costi e i benefici.

Le ragioni alla base della migrazione seppur numerose e complesse poiché operanti a livello individuale, famigliare e socio-economico si possono ridurre a due categorie principali: economiche e non economiche. I fattori che contribuiscono al fenomeno possono essere di spinta (push), come la crescita demografica e la povertà esistenti nel paese di origine e di attrazione (pull), come disponibilità di posti di lavoro e migliori condizioni salariali del paese di destinazione. Se all'origine della migrazione vi sono le crescenti disuguaglianze globali tra aree geografiche, una volta iniziati i flussi migratori, sono i fattori di network, ovverosia le reti e i collegamenti tra le comunità di immigrati nella società di destinazione e amici e parenti rimasti nell'area di origine, che sfruttando i progressi nelle comunicazioni e nei trasporti contribuiscono ad alimentare la presenza di emigranti  all'estero.

Gli effetti della migrazione internazionale sono perfino più complessi.
Tra le variabili occorre prendere in considerazione la tipologia della manodopera (specializzata e non), il costo di educazione e formazione del lavoratore per il paese di origine, il lavoro che questo svolgerà nel paese di destinazione, i livelli di disoccupazione e reddito in entrambi i paesi.

L'equazione diventa più complicata considerando la migrazione non solo come un biglietto di sola andata ma esaminando le dinamiche di investimento e di trasferimento di conoscenze che possono scaturire dai flussi di ritorno.

Per le rimesse, la componente più tangibile della migrazione, che, nonostante la diminuzione nel terzo quarto del 2008, causata dalla profonda crisi finanziaria, hanno raggiunto nel 2008 i 283 miliardi di dollari, occorre creare le condizioni affinché transitino attraverso canali formali, non contribuiscano unicamente all'aumento dei consumi quanto ad investimenti locali e alla crescita e allo sviluppo di lungo periodo.

L'indice di grandezza della migrazione (e delle rimesse) impone ai paesi di origine di formulare politiche allo scopo di massimizzarne gli effetti positivi e di ridurne i costi, trasformando così il fenomeno in un volano per lo sviluppo del paese (Figura 4 e Figura 5).

Un aumento del dieci per cento della migrazione internazionale (definita come percentuale della popolazione che lavora all'estero), secondo recenti studi, determina una riduzione dell'1.9 per cento della proporzione della popolazione sotto la soglia di povertà di 1 dollaro al giorno.

Pochi sono i paesi in via di sviluppo che hanno integrato questo approccio nelle proprie politiche. Le Filippine in questo senso sono un caso di successo, poiché sin dal 1974 hanno disegnato e realizzato un'autentica politica di esportazione della manodopera creando una struttura istituzionale a sostegno e governo della migrazione internazionale e dei suoi benefici per il paese. D'altronde il volume dei flussi e' ragguardevole. Sono infatti circa 8.2 milioni i filippini che lavorano o vivono all'estero, una cifra che rappresenta quasi il 25 percento di tutta la forza lavoro. Ogni mese 75.000 filippini lasciano il paese con un contratto per lavorare all'estero. Il 30 per cento della forza lavoro mondiale impiegata sulle navi da crociera e trasporto e' filippina.
Nel 2007 le rimesse generate sono state di 17 miliardi di US$ o il 13 percento del PIL del paese. 

Il governo filippino si occupa di disciplinare le agenzie di reclutamento controllando le commissioni applicate ai lavoratori e la validità dei contratti di lavoro emessi; organizza seminari informativi sul paese di destinazione e sugli strumenti di rimessa per i lavoratori; fornisce tutela ai lavoratori all'estero per la durata del contratto; registra e raccoglie informazioni di carattere socio-economico sia dei lavoratori con contratti temporanei che degli emigranti permanenti; infine promuove l'adozione da parte del sistema bancario di pratiche trasparenti e chiare per la trasmissione delle rimesse.

Sebbene vi siano aspetti migliorabili nella gestione delle politiche sulla migrazione, le Filippine rappresentano un riferimento per quei paesi in via di sviluppo che finora hanno vissuto passivamente il fenomeno della migrazione senza investire né capitale politico né finanziario necessario a trasformare la migrazione e le rimesse da avvenimenti del nostro tempo, a strumenti precisi di politica economica.

                                              Nicola Strazzari

 

 

Commenti

Comments are now closed for this entry